“Dietro le quinte”: intervista a Nando Paone

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Abbiamo intervistato, in occasione del suo debutto con “La grande magia” al Teatro San Ferdinando, Nando Paone, volto noto del cinema e del teatro italiano.

Nel corso della nostra conversazione, ci ha parlato della sua idea di teatro, di come abbia affrontato il suo ultimo spettacolo, oltre a qualche cenno alle sue attività oltre il palcoscenico.

Qual è, secondo te, il ruolo del Teatro e dell’attore nella società odierna?

«Il teatro – e, di conseguenza, anche l’attore – ha il compito di divulgare un messaggio e, parallelamente, di comunicare emozioni: quando un testo riesce a trasferire emozioni allo spettatore, parte del nostro compito è stato assolto. Noi dobbiamo cercare di creare i presupposti per cui lo spettatore esca dalla sala e si ponga domande, anche futili, dal momento che il teatro resta comunque una forma di intrattenimento».

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Quali testi hanno influito di più sulla tua carriera artistica?

«Non posso parlare di influenze, poiché, salvi i primi anni, in cui per bisogno di continuità e per entusiasmo tendevo ad accettare random ciò che mi veniva proposto, ho cominciato molto presto a fare le mie scelte artistiche.
Ci sono dei testi che mi hanno maggiormente colpito e che mi sono rimasti. Devo citare “E fuori nevica…” perché, a proposito del discorso di prima sull’importanza del messaggio, è riuscito a trattare un tema molto delicato – e devo dire che Vincenzo Salemme è stato molto sapiente nell’alleggerirlo, senza che diventasse qualcosa di pesante e “drammatico”.
Ricordo, inoltre, “Se ci amiamo non ci estinguiamo” di Cetty Sommella, che parla della condizione degli anziani abbandonati e/o “parcheggiati” dai figli che “non hanno mai tempo”».

Fino al 10 novembre andrà in scena al Teatro San Ferdinando “La grande magia” di Eduardo De Filippo, diretto da Lluis Pasqual, con te nei panni del celebre mago Marvuglia. Che cosa significa rappresentare oggi un testo di Eduardo?

«Il tema dominante de “La grande magia” è l’illusione, come l’essere umano cerchi di vivere illudendosi di qualcosa. Eduardo, insomma, cerca di dirci che “di illusioni non si vive”.
C’è un passo della commedia in cui il “mago” cerca fortemente di disilludere il mal capitato Calogero Di Spelta – a cui ha fatto credere che la moglie, che in realtà lo ha abbandonato, è sparita in una scatola – svelandogli addirittura un suo trucco di magia. L’uomo, invece, continua a voler credere alla sua “magia” e da qui parte il risvolto della commedia, per cui il mago comincia ad approfittarsi di lui per i suoi meri interessi.
Io ho avuto il privilegio di essere stato diretto da Eduardo e di aver debuttato come professionista proprio al Teatro San Ferdinando. È curioso che quel giorno di 45 anni fa ero nell’ultimo camerino del teatro, mentre adesso occupo il primo. Questo dato segna un po’ il passo, come se fosse un nuovo inizio».

Non sei solo un attore di lunga esperienza, ma da tanti anni gestisci, insieme con la regista nonché tua moglie, Cetty Sommella, il Teatro Sala Molière.
Quali sono i punti di forza e le criticità nel mandare avanti una realtà che rappresenta un “unicum” nell’area flegrea?

«Gestire una piccola sala teatrale, definita “off”, in cui si ospitano, per forza di cose, compagnie piccole, ha come punto di forza quello di avere un piccolo numero di affezionati che ci seguono e che ci spingono a non chiudere.
Il punto di debolezza è la mancanza di sovvenzioni: non abbiamo, infatti, sponsor né supporti da enti pubblici. Cetty ed io diciamo sempre che “il Teatro Sala Molière è il nostro piacere”: noi non amiamo vestiti firmati o auto di lusso, per cui quel poco che la vita ci permette di mettere da parte, lo investiamo in questo spazio. Siamo pionieri sul nostro territorio; da quasi 60 anni, infatti, mancava un teatro a Pozzuoli».

Oltre al Teatro, ci può rivelare una sua passione segreta?

«No (ride, ndr). Scherzo, ho tante passioni: mi piace molto dipingere, ho frequentato l’Istituto d’Arte e, per qualche anno, la facoltà di Architettura, senza avere, tuttavia, il tempo di laurearmi.
Dipingo sempre o, meglio, ogni volta che posso: l’altro giorno guardavo le mie “croste” e ho notato che il mio ultimo dipinto risale al 2017, perché mi manca il tempo, ma soprattutto l’idea.
Vivo, del resto, la “crisi del foglio bianco”, per cui mi siedo davanti al cavalletto solo quando so già precisamente che cosa andare a dipingere».

E con la scrittura teatrale?

«Mi piace molto scrivere le sceneggiature: la mia soggettista, Cetty, mi affida dei soggetti che, successivamente, sceneggio, sempre confrontandomi con lei. In realtà, non ho mai scritto niente.
Il 22 e il 23 febbraio 2020 andrà in scena alla Sala Molière “Clownference”, da me diretto, in cui mi sono preso la libertà di scrivere un monologo, con le dovute proporzioni, speculare a “I danni del tabacco” di Anton Checov.
Come ho detto alla presentazione della stagione teatrale al Sala Molière, avevo l’esigenza di “modernizzare” il clown ottocentesco, di riportare negli anni duemila ciò che aveva detto Checov.
Un autore scrive quando ha una sua idea ed io non ho mai scritto qualcosa di originale o, meglio, non l’ho mai conclusa».

di Matteo Biccari

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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