Diamo i Numeri! – Dati e Notizie

Fuori sacco: Muccia
Abitanti di Muccia in provincia di Macerata: 1. Si tratta del pensionato Domenico Pietrella, di anni 66. La sua casa è l’unica rimasta agibile dopo il terremoto dell’ottobre 2016.
[CdS]

È inevitabile   che questa settimana i numeri importanti sono quelli che riguardano   la Brexit e quelli della diffusione del Coronavirus. Ed ecco i numeri a modo nostro:
1) Wuhan: una intervista..

Ci parli di Wuhan.

«È una città giovane, vivace, interessante. Su 11 milioni di abitanti, un milione sono ragazzi che arrivano anche da lontano per frequentare i corsi in una delle 200 università della metropoli. È attraversata dal Fiume Azzurro e bagnata da 80 laghi. Proprio davanti al campus della mia università c’è lo stadio dove si allena la squadra di calcio della città, il Wuhan Zall, il cui allenatore è stato Ciro Ferrara. C’è fermento».

All’inizio si è parlato di un primo caso di contagio trasmesso al mercato del pesce, poi smentito. Quindi dei serpenti a tavola… 

«E perfino del visone, quello delle pellicce, responsabile della trasmissione dell’infezione all’uomo. Ma, senta, io mi sono vissuto anche tutta l’emergenza Sars perché è da vent’anni che vado su e giù dall’Italia alla Cina e le posso dire che il cibo cinese è buono, molto diverso da quello che si mangia nei ristoranti cinesi qui; criminalizzare le usanze di questo popolo è sbagliato e il livello d’igiene a Wuhan è altissimo».

È sicuro? C’è la famosa usanza cinese di sputare per terra… 

«Vivo a Wuhan una settimana ogni tre mesi e posso mettere la mano sul fuoco in quanto al grado di pulizia della città. Che supera di gran lunga quello di Roma dove, qui sì, gli animali fanno ormai parte del contesto urbano. Ci sono topi, gabbiani, cinghiali, maiali: tutta una fauna che pascola perché i rifiuti non vengono raccolti e ne va della salute».

Lo dica alla Raggi.
«La situazione è drammatica, sotto gli occhi di tutti, altro che Cina. A Wuhan ogni cento metri c’è un signore che raccoglie la carta per terra».
[Oliviero Diliberto a Brunella Bolloli, Libero]

2) Wuhan ed il lusso

Città fantasma, negozi chiusi, viaggi annullati. L’onda del coronavirus rischia di avere un potente impatto anche sui conti del lusso. E su più fronti: secondo le stime di Altagamma-Bain nel 2019 il mercato domestico cinese è aumentato del 30% rispetto al 2018 (il triplo rispetto al resto dell’Asia), toccando i 30 miliardi di euro, e a livello mondiale i cinesi – nonostante l’incertezza legata alle proteste di Hong Kong – hanno contribuito al 90% della crescita del valore del mercato dei beni personali di lusso. Un mercato che vale una spesa annua poco al di sotto dei 100 miliardi di euro.Secondo un report di Barclays questa epidemia di coronavirus potrebbe avere un impatto contenuto, poiché oggi le vendite online sono molto diffuse. Secondo uno studio di Credit Suisse sugli effetti dell’epidemia sul retail, la penetrazione dell’e-commerce nell’abbigliamento in Cina è pari al 35%, contro il 27% degli Stati Uniti. Sebbene il consumatore cinese sia altamente digitalizzato, l’acquisto in negozio sta tornando popolare: nel rapporto China digital consumer trends 2019 McKinsey rileva come l’88% di consumatori di abbigliamento nel canale digitale abbia fatto acquisti in un negozio fisico nei tre mesi precedenti l’indagine. I luoghi di riferimento sarebbero gli shopping mall popolati da negozi monomarca. Se per ora non si hanno notizie ufficiali di chiusure da parte delle insegne del lusso, marchi come Uniqlo, Ikea e Starbucks le hanno già annunciate».
[Il Sole]

Le mascherine antivirus che compriamo in farmacia sono prodotte a Wuhan

“Nei negozi di via Condotti la mascherina è ormai una costante, ai confini della scaramanzia, del non è vero ma ci credo perché le probabilità che tra i 20-25 mila turisti cinesi che ogni giorno visitano Roma ci sia un portatore del coronavirus che si è diffuso da Wuhan è bassa, ma non può essere esclusa. Altra scena in centro a Roma: una comitiva di turisti asiatici percorre un marciapiede e un passaggio stretto, alcuni romani arrivano dall’altra parte e si coprono il viso con il giaccone. C’è poi l’estetista cinese che ricorre a un cartello e avverte che il personale non torna nel paese di origine da molti anni”.
[Il Messaggero]

 

3)La grande abbuffata dei numeri sulla Brexit

La Brexit è stata una grande abbuffata di numeri. Ne sono circolati d’ogni tipo, quasi sempre in conflitto gli uni con gli altri, per dimostrare che uscire dall’Unione Europea è un vantaggio o un danno, per sostenere che il verdetto del referendum è stato chiaro o confuso, per promettere che fuori dalla Ue cambierà tutto o, secondo la nota massima del Gattopardo , in realtà non cambierà niente, o quasi. Ma certe cifre sono incontrovertibili. A cominciare dal fatto che la fatale decisione di divorziare dall’Europa continentale ha divorato tre premier in tre anni, David Cameron, Theresa May e Boris Johnson; provocato due elezioni anticipate (2017 e 2019, con in mezzo le europee del 2018); minacciato la secessione di due delle quattro regioni in cui è diviso il Regno Unito.

Gli altri numeri che seguono possono aiutare a capire cosa è successo e come andrà a finire:

-52%: è la percentuale nazionale che ha votato per la Brexit nel referendum del 23 giugno 2016. Ma hanno votato per rimanere nella Ue il 62 per cento dei votanti in Scozia e il 55 per cento in Irlanda del Nord, le due regioni che aspirano all’indipendenza dalla Gran Bretagna. In tutto sono andati alle urne 33 milioni di persone, su 6 milioni di aventi diritto al voto e su una popolazione totale di 66 milioni. Nel referendum del 1975, il 67 per cento dei britannici votò per continuare a fare parte della Comunità Economica Europea (Cee), l’antesignana della Ue.

-1315: i giorni dei negoziati. Tre anni, 7 mesi e 7 giorni: è il tempo passato dal referendum affinché la Brexit entri in vigore, il 31/1/2020, alle 23 ora di Londra, mezzanotte sul continente. Il negoziato fra Londra e Bruxelles è stato ritardato dapprima dalle elezioni indette da Theresa May nel maggio 2017, vinte di misura, ottenendo la maggioranza relativa ma non assoluta, quindi dalle difficoltà della trattativa, infine dalla resistenza del Parlamento La scadenza fissata originariamente per l’uscita dalla Ue, 31 marzo 2019 è stata spostata a novembre e infine al 31 gennaio 2020.

-80: è la maggioranza in seggi ottenuta da Boris Johnson alle elezioni del 12 dicembre 2019, la più ampia per un leader conservatore dai tempi di Margaret Thatcher. Forte di questo ampio consenso in Parlamento, il primo ministro è riuscito a fare finalmente approvare con una maggioranza di 99 voti l’accordo da lui negoziato a tempo di record con la Ue, dopo che quello presentato da Theresa May era stato respinto tre volte, la prima con 217 voti di scarto, la peggiore sconfitta nella storia moderna per il governo britannico.

-45%: la percentuale delle esportazioni britanniche che vanno nei paesi dell’Unione Europea. Vengono dalla Ue il 53 per cento delle importazioni britanniche. Concluso il negoziato sul “divorzio”, ora ci sono appena 11 mesi di tempo per negoziarne uno sui rapporti commerciali e sulla cooperazione d’ogni altro tipo fra Londra e Bruxelles. Il patto di libero commercio fra Ue e Canada ha richiesto 7 anni di trattative. L’opinione dominante è che, entro il 31 dicembre 2020, al massimo Gran Bretagna e Ue potranno concordarne uno limitato per evitare i dazi sulle merci.

-440: milioni di sterline. Trecentocinquanta milioni di sterline è la cifra che Londra avrebbe versato ogni settimana all’Nhs, il servizio sanitario nazionale, grazie ai soldi risparmiati non pagando più contributi alla Ue, secondo uno slogan sul bus di Boris Johnson nella campagna per la Brexit. Affermazione poi risultata falsa. La Banca d’Inghilterra stima invece in 440 milioni di sterline alla settimana il danno arrecato dalla Brexit all’economia britannica. Bloomberg calcola che la Brexit sia già costata al Regno Unito quanto i contributi versati da Londra alla Ue in 46 anni: 200 miliardi di sterline.

-3,6: Sono tre milioni e 600mila i cittadini dell’Unione Europea residenti nel Regno Unito, tra cui circa 700 mila italiani. A tutt’oggi, 2 milioni e mezzo hanno ottenuto il “Settled status” (per chi è arrivato da almeno 5 anni) o il “Pre-settled status” (per chi è arrivato da meno di 5 anni), ossia la garanzia di poter restare in Gran Bretagna per sempre con gli stessi diritti odierni. Durante la fase di transizione fino al 31 dicembre 2020, gli europei potranno continuare a venire liberamente a cercare lavoro qui, e viceversa per i britannici nei 27 Paesi della Ue.
[numeri dalla  La Repubblica].

4)Buste paga

-Lo studio a penna e inchiostro del Mantegna, risalente al 1480 e preparatorio dei Trionfi di Cesare che si trovano alla Royal Collection dell’Hampton Court Palace di Londra, è stato venduto da Sotheby’s a New York per 11,6 milioni di dollari. È il terzo disegno del Mantegna che va sul mercato dal 1950 a oggi.
[Il Messaggero]

-Ai 12 miliardi di debito del Comune di Roma affidati dal governo Berlusconi al regime commissariale (anno 2008) vanno aggiunti i debiti contratti dal 2009 a oggi, che hanno superato quest’anno i tre miliardi e mezzo e che in prospettiva continuano ad aumentare. Di questi, oltre 2,7 miliardi sono imputabili alle spese correnti (stipendi ecc). Roma ha anche crediti per 8 miliardi, ma non riesce a riscuoterne più del 25%. Per esempio «lo scorso anno Aequa Roma ha sfornato avvisi per intimare il pagamento di 170.666.674 euro, ma la quota riscossa è stata appena del 7 per cento, vale a dire 8.994.625 euro» [ibidem]

-«Sono ottimista». Così l’amministratore delegato di Deutsche Bank Christian Sewing s’è rivolto ai mercati e alla stampa per presentare un bilancio 2019 in profondo rosso. Perdite per 5,7 miliardi di euro, leggermente superiori alle attese di 5 miliardi ma che comprendono il 70% dei costi della ristrutturazione previsti al 2022.
[il Sole]

5) Frechete!! Per un italiano su sei la Shoah è un’invenzione…

Dal 2004 a oggi si è moltiplicato per 6 il numero di italiani convinti che la Shoah non sia mai avvenuta. Erano nel 2004 il 2,7%, oggi sono il 15,6%. Lo sostiene il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes. In aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche chi ridimensiona la portata della Shoah, dall’11,1% al 16,1%. E ancora, il 19,8% pensa che «Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio». Secondo la maggioranza degli italiani, recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati, che non sono indice di un reale problema di antisemitismo nel nostro Paese (61,7%). Al tempo stesso, il 60,6% ritiene che questi episodi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo.
«La maggioranza relativa di chi sostiene che la Shoah non abbia mai avuto luogo si trova tra gli elettori di centrosinistra (23,5%), mentre a sinistra sono il 17,1%, al centro il 19,2 e nel centrodestra il 13,8%. A destra si scende al 12,8».
[Il Giornale]

6)Lavoro

Il rapporto sul dicembre 2019 pubblicato due giorni fa  da Istat mostra che nell’ultimo mese dell’anno precedente gli occupati sono diminuiti di 75mila unità, anche se il dato è positivo rispetto all’intero anno (+136mila). I precari sono aumentati di 17mila unità rispetto a novembre, arrivando a superare i 3 milioni e 123mila, un massimo storico. Le fasce critiche sono quelle dei 25-34enni e 35-49enni, che hanno perso rispettivamente 28mila e 51mila lavoratori. In termini di inquadramento, il settore più colpito dalla flessione è quello degli autonomi, che sono diminuiti di 16mila unità rispetto al mese precedente toccando il minimo dal 1977.

Cose che non sono numeri.

Thomas Gronnemark, ex atleta della nazionale danese di bob, ingaggiato dal Liverpool solo per allenare i calciatori a tirare le rimesse laterali.
[Il Post]
Poi dice che ha 19 punti di vantaggio  sul Manch City di Guardiola…

di Nicola Dario

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