“Diamo ai giovani gli strumenti per scegliere la bellezza”: parla Giovanni Block

Gianrenzo Orbassano 08/02/2022
Updated 2022/02/07 at 10:06 PM
6 Minuti per la lettura

Il nuovo album “Retrò”, autofinanziato e portato nelle case di attenti ascoltatori in Italia. Il nuovo mondo digitale su cui serve urgentemente intervenire per regolare molteplici aspetti che coinvolgono i suoi più giovani utenti. Nei pericoli di questa bolla satura di tuttologi, troviamo la pandemia e il dissanguamento del settore culturale. Vedasi i teatri che faticano a campare, le difficoltà per le piccole realtà ad emergere e misurarsi sulla scena. Un panorama dove Giovanni Block vuol ri-trovare le sue origini, il buon senso, l’equilibrio che manca in questo periodo di contraddizioni.

Questa è la sua confessione a cuore aperto: ci parla da italiano, da artista, da essere umano. Questo è il ruolo del cantautore, o almeno quello dei cantautori, i padri della canzone italiana. Quelli che riuscivano a smuovere le coscienze di chi li ascoltava, ad
insegnare qualcosa.

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Qual è stato l’input che ha fatto nascere il tuo nuovo album?

«C’è stata la voglia di ritornare alle origini, in un momento in cui siamo tutti proiettati verso il futuro o comunque, verso una direzione unica. Ad esempio, sento tanto parlare ultimamente di realtà virtuale e di Meta (il nome nuovo della società Facebook, ndr), di questa necessità di essere costantemente live o on- line. Io, invece, sento solo il bisogno di recuperare il contatto con la realtà delle cose che per me hanno contato ed in questo momento della mia vita è quella tradizione cantautorale italiana, che è stata la mia
scuola: da Gaber, a De André, Fossati, Guccini… Tutti i grandi maestri».

Retrò è un album autofinanziato attraverso una campagna crowdfunding. Come è stato il tuo approccio in merito?

«Ho gestito la cosa in maniera anarchica. Ho utilizzato la piattaforma Produzionidalbasso.com come un contenitore. Sono andato personalmente in giro per l’Italia a tenere concerti gratuiti a casa di chi mi ha invitato e a spiegare perché sostenere Retrò. Ho attutato una forma di crowdfunding analogico. Le persone dopo il live potevano fare una donazione sul momento. Grazie al pubblico sono arrivato a 15 mila
euro, l’obiettivo della raccolta fondi».

In un tuo post su Facebook, paragoni gli effetti che Amazon ha trasmesso al commercio agli effetti che Spotify ha apportato nel mercato dei diritti musicali. Queste piattaforme favoriscono un forte disequilibrio economico sia per gli utenti e sia per i piccoli distributori di musica indipendente?

«Sicuramente. Nel web non c’è controllo e sta diventando un posto dove, purtroppo, chi ha più soldi vince. Su Spotify funziona così: gli ascolti veri li fai se hai accesso a svariate playlist. È un gioco dove il pesce grande mangia quello piccolo. Tutto ciò fa parte del capitalismo, okay. Ma non è mai stato così killer. Ci vorrebbe un intervento critico e giuridico su questo, ma non c’è. Ti parlo da Professore, insegno ai ragazzi più piccoli. Mi rendo conto dei danni che stanno infliggendo a questi ragazzi, con questo mondo on-line. E li riscontreremo tra non molto tempo se non si metterà un freno. Noi dobbiamo trattarli da minori, ma il web tratta loro da consumatori. Anche se minorenni. Non c’è una tutela per il consumatore tredicenne. Ci vuole ben altro che un cantautore come me che non fa altro che osservare questi fenomeni e raccontarli».

In passato i cantautori si facevano promotori nello smuovere qualcosa nei pensieri e nelle azioni di chi li ascoltava e, di conseguenza, nella società. Oggi qual è il peso di un cantautore?

«Oggi è debole, c’è una crisi politica e di valori. Oggi si tende ad essere accomodanti, non scomodi. Si tende a parlare solo di noi stessi, attendendo che il pubblico si rispecchi in quello che noi diciamo. Non c’è un discorso sociologico e antropologico. Io però ho avuto modo di constatare che ci sono ancora persone disposte ad ascoltare. Il mercato sembra aver chiuso le porte a questo, dovremmo chiederci il perché».

In un post su Facebook, Paolo Conte, ha constato che ai suoi concerti c’è un pubblico molto sensibile. Lui spera che, nel nuovo mondo digitale, non vada perduta la complicità tra cantautore e pubblico. Con il Carusiello Tour, hai ritrovato questa complicità?

«L’ho ritrovata, devo dire che mi rivolgo ad un pubblico interessato. Faccio una confessione a cuore aperto: in futuro si deve portare la musica e l’arte a partire dall’asilo. Ti faccio un discorso relativo al mio mondo: è fondamentale dare fin da piccoli gli strumenti e le possibilità per potersi orientare e scegliere, una volta approcciato al web, cosa ascoltare e cosa è bello. Il problema è che queste generazioni, gli strumenti, non li hanno. Servirebbe una patente al web. Secondo una questione culturale, ci stiamo abituando a sentire brani
non oltre i 15 secondi. Così non si educa all’ascolto. Ripartiamo dai bambini. Diamo loro gli strumenti per orientarsi in questa realtà parallela».

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