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Il significato del termine design è riconducibile all’ideazione e progettazione di oggetti esteticamente piacevoli con una finalità d’uso. Da qualche anno viene sorprendentemente accostato alla parola innovazione tant’è che lo stretto contatto ne concretizza quel che viene definito Design Thinking.
È un processo, o ancora, è un approccio che vuole supportare imprese e consumatori a comprendere meglio le opportunità tecnologiche tramite la creatività. Non è semplicemente traducibile nella corrispettiva traduzione di un design pensato perché a tutti gli effetti vuole enfatizzare come alla base di un progetto non ci sia solo una realizzazione fine a sé stessa ma tutto un processo progettuale che ne completa l’essenza.

Tutto si basa sull’intuizione e sulla capacità d’inventiva emotiva che può produrre soluzioni significative. Grazie al Design Thinking si è sviluppata una nuova metodologia per fare innovazione perlopiù impiegata nel settore del business. Le startup rappresentano la fetta di realtà che maggiormente adotta la visione creativa incanalandola al problem solving creativo.

Si prestano ad impiegare servizi che riguardano problemi progettuali offrendo consigli o forniscono il loro supporto durante la fase di prototipazione o testing delle soluzioni. Alcune imprese organizzano veri e propri workshop per riunire più cervelli a concretizzare possibili scenari da studiare ed approfondire in applicazioni future.
La peculiarità del design thinking risiede anche nelle sue molteplici forme, si sviluppa nel creative problem solving già citato in cui è indispensabile immedesimarsi nei bisogni dell’utente e studiare risposte vantaggiose alle sue esigenze. C’è lo sprint execution che mira a lanciare un nuovo prodotto sul mercato che possa soddisfare gli utenti e vanta una rapida fase di prototipizzazione. Ridefinisce, invece, tutta la visione aziendale l’innovation of meaning che focalizza l’attenzione sul valore dei prodotti e servizi offerti mettendoli in discussione.
Il fine è quello di aggiungere valore a tutto ciò che concerne l’oggetto, dall’azienda all’uso che ne farà il consumatore finale. Pensato prettamente per aumentare l’inventiva delle persone, il creative confidence è fondamentale ad incoraggiare l’imprenditorialità delle aziende. Sfruttabile in qualsivoglia settore, il Design Thinking amplifica l’ideazione e ne condiziona il frutto progettuale.
Nella moda è utilizzato per sfruttare le proprie qualità a proprio vantaggio. Un marchio di moda può senza alcun problema progredire in una frazione già innovativa e differenziarsi sul mercato. S’innesca un processo in cui l’innovazione nel progettuale getta le basi per un posizionamento strategico.
Per approccio al Design Thinking s’intende pertanto la capacità di coniugare nel contesto di un problema l’empatia, la creatività per la generazione di idee e soluzioni, e la razionalità per analizzare e apportare soluzioni al contesto.
Ciò che bisogna fare è immedesimarsi nei panni di un designer, guardare agli attori del mercato, alle esigenze e ai bisogni insoddisfatti dei consumatori, ai prodotti, alla loro funzionalità e alla loro estetica con gli occhi di chi li progetta. Molti designer si occupano di moda e producono il maggior numero di oggetti funzionali caratterizzati dall’appartenere ad un filone in continuo mutamento.
C’è, dunque, una stretta correlazione tra fashion, design innovativo e creatività e non a caso il campo in cui queste dinamiche vanno ad interfacciarsi oggi riguarda la sostenibilità. La grande sfida per cui la tempesta di cervelli deve individuare soluzioni spiega gli esiti del continuo scambio di idee e conoscenze.
Inoltre, non è da sottovalutare come il design thinking ponga interesse nella moda sull’analisi delle tendenze utili a percepire verso quali stili la società si sta consapevolmente ed inconsapevolmente indirizzando. L’interfacciare col consumatore induce a chiedersi come sta agendo la concorrenza e come rivolgersi al consumatore per catturarne l’attenzione. Pensare creativo corrisponde a pensare innovativo così a giovarne saranno i destinatari ma anche gli emittenti.

di Chiara Del Prete

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