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Depressione ansia negli atleti professionisti: giocano a ritmi frenetici e subiscono spesso forti stress fisici e psicologici. I calciatori sono una categoria a rischio come le altre

Nell’immaginario collettivo la categoria dei calciatori è composta da privilegiati, viziati e pretenziosi. Con una sorta di invidiosa rivalsa può accadere che uno sbieco sorrisino appaia sulle labbra di ascolta la notizia di un loro malessere psicologico. Dopotutto non dimentichiamoci che questi “viziati e strapagati” professionisti sono anche invidiati per la vita patinata e glamour che spesso vivono. E poi, con tutti i soldi che guadagnano

Eppure, non è esattamente così che le cose vanno nella realtà, e la data del 10 novembre 2009 è solo una delle pietre miliari che costella una strada spesso in salita ed irta di difficoltà. Aveva 32 anni Robert Enke quando ha deciso di togliersi la vita buttandosi sotto un treno, una moglie e una figlia di dieci mesi. Non tutti ricordano il nome di questo portiere la cui carriera, tra alterne fortune, non era mai riuscita a decollare appieno. Ma soffriva di depressione, come tanti suoi colleghi, vincolato ad una vita di continua ricerca di risultati. Perché non tutti sono bravissimi e a volta anche fortunati, perchè il calcio è un mestiere che non segue una linearità di carriera, a volta basta mettere male un piede in corsa o atterrare male da un salto, per vedere sfumare anni di allenamenti.

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Ragazzi strappati allo studio e alle famiglie, gettati troppo in fretto in una mischia da cui emerge il più forte e, a volte, il più fortunato

Sono tanti i calciatori che soffrono di depressione, una malattia che strisciando nel buio spesso arriva a condizionare molteplici aspetti della vita di una persona. Lo stesso stile di vita, fatto di viaggi, ritmi frenetici, spesso dolori cronici derivanti da infortuni trattati in fretta perché bisogna giocare. Ma anche l’atleta più allenato può fermarsi perché ha “finito l’energia”.

Non si cercano giustificazioni, semplicemente si riporta ad un livello di umanità anche una categoria che si ritiene immune e lontana. Quali possono essere i problemi di una persona piena di soldi e successo, soprattutto rispetto a padri di famiglia disoccupati?

Eppure quegli status vanno mantenuti, la necessità di avere successo, di essere il migliore, per non perderli. Nella loro condizione di esseri umani, anche i calciatori possono perdere la fiducia in sé stessi.

E come accaduto a tante persone normali, l’isolamento imposto dalla pandemia ha aggravato le fragilità di molti calciatori. Un’indagine della Fifpro, il sindacato dei calciatori professionisti, ha evidenziato un notevole incremento di casi di depressione e ansia generalizzata tra i tesserati. Circa il 22% delle donne e il 13% degli uomini intervistati.

Ovviamente al vissuto quotidiano va sommato il pregresso che ognuno porta dentro di sé e che come per ogni persona al mondo costituisce un bagaglio a volte difficile da portare. La paura di ammalarsi o magari di contagiare i propri cari, un rischio da non sottovalutare che la loro vita freneticamente pubblica potrebbe comportare.

E proprio come accaduto per tutti quelli coinvolti dalle misure di contenimento della pandemia, anche per i calciatori è stato importante il supporto della famiglia e magari anche dei compagni di squadra. Una rete solidale ma pur sempre a distanza che ha aiutato in più di un caso a risalire una china pericolosa. Se non altro la ripresa dei campionati ha aiutato un graduale ritorno alla loro normalità, ma il problema della depressione negli atleti, questa particolare ansia da successo che troppo spesso ne pregiudica il rendimento e la carriera, non deve essere sottovalutato.

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