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Denunciare: il primo passo verso il riscatto

Federica Colucci 11/10/2023
Updated 2023/12/08 at 1:13 PM
7 Minuti per la lettura

Recenti fatti di cronaca hanno riacceso i riflettori sulle peculiari problematiche legate ai reati di violenza di genere nelle periferie, soprattutto nei contesti più degradati dove l’illegalità è particolarmente diffusa ed il tasso di criminalità elevato. La chiave di lettura per la comprensione di tali problematiche è contenuta, a mio avviso, nella affermazione di una dirigente scolastica che da molti anni opera nel contesto del Parco Verde di Caivano e che ne conosce in profondità le dinamiche: «Quando stamattina ho letto il giornale ho avuto un momento di smarrimento, ma poi ho pensato che infondo era un giorno felice, perché se questa vicenda è venuta alla luce è perché c’è stato qualcuno che finalmente ha avuto voglia di denunciare. Per questo, nonostante tutto, sono felice».

Deve farsi una premessa. I reati di genere (ma tale espressione pur entrata nel linguaggio comune non alberga nel codice penale) sono reati integrati da forme di violenza, fisica, psicologica, sessuale, economica e sono “socialmente” trasversali. Se è vero infatti che vi sono contesti di illegalità diffusa in cui il ricorso alla violenza è una “normale” modalità di vita – del resto è chiaro che chi non esita a violare le leggi penali per commerciare in sostanze stupefacenti, estorcere denaro, uccidere, non ha alcuna remora a ricorrere alla violenza nei confronti dei soggetti più deboli, quali donne e minori – è altresì vero che i procedimenti penali restituiscono reati di genere commessi, con la medesima frequenza, in tutti i ceti sociali.

La peculiarità di tali reati infatti è che nascono da una “cultura” di sopraffazione di soggetti più deboli che è più diffusa in alcuni contesti ma che ha anche una matrice psicologica, che è propria di singoli individui, a prescindere dal livello culturale, sociale ed economico. L’atteggiamento prevaricatorio, l’arroganza, la violenza fisica e psicologica verso i soggetti più deboli, in primis minori e donne, è purtroppo diffuso in tutti i ceti sociali, ed è in netta escalation. Lo dimostrano il numero di femminicidi da inizio anno, ma anche l’aumento vertiginoso dei casi di maltrattamenti, stalking, abusi sessuali, lesioni, spesso maturati nel contesto familiare o comunque affettivo, con i quali le forze dell’ordine e la magistratura quotidianamente si confrontano.

Ebbene, la peculiarità di tale tipologia di reati è che, ai fini della loro prevenzione e repressione, assume rilievo fondamentale la condotta assunta dalla vittima; rispetto a tale condotta il contesto in cui il reato è maturato ha un peso determinante. Vi sono infatti contesti nei quali la consapevolezza delle vittime e dei loro familiari della illiceità dei comportamenti prevaricatori ed abusanti è forte. Vi è un’autonomia ed indipendenza insita nella vittima, di tipo culturale, psicologico ed anche economico che determina la persona offesa a denunciare, e che consente dunque la corretta emersione del fenomeno violento e la sua repressione nelle sedi all’uopo deputate. Ciò che muta in periferia ed in genere nei contesti degradati e/o ad alto tasso di criminalità è proprio l’atteggiamento della vittima.

Talvolta la donna non ha consapevolezza dell’illiceità della condotta che subisce. Ad esempio perché è abituata alla violenza fisica in casa, avendola vista subire dalla propria madre, o avendola subita lei stessa sin da bambina. A maggior ragione ciò vale per forme di violenza più sottili, quali quella psicologica e quella economica. La denigrazione, l’offesa, il ricatto economico appartengono ad un vissuto radicato e non vengono nemmeno percepiti come condotte illecite dalle quali è necessario sottrarsi.

Inoltre, in determinati contesti, anche quando la consapevolezza dell’illiceità delle condotte subite sussiste, subentra quasi sempre un atteggiamento di omertà dovuto a molteplici cause. La dipendenza economica, che impedisce alla vittima di intravedere un’alternativa per sé e per i figliai maltrattamenti ed agli abusi dell’uomo che comunque sorregge economicamente la famiglia. La dipendenza psicologica perché, in un contesto di generale sopportazione di condotte integranti veri e propri reati, la vittima che vuole “ribellarsi” viene isolata dalla sua stessa famiglia, ed abbandonata alle sue scelte, ritenute di rottura rispetto ad un sistema di vita consolidato.

Infine, quando anche la vittima decide di ribellarsi alle sistematiche violenze cui è sottoposta, il rimedio non viene individuato nella denuncia alle forze dell’ordine ed alla autorità giudiziaria. In contesti in cui la illegalità impera, lo Stato e le sue manifestazioni sono viste come nemici, non vi è la fiducia necessaria per affidarsi ad una denuncia. Si preferisce ricorrere ad interventi di familiari ed amici, talvolta legati a gruppi criminali, i cui metodi repressivi comportano la commissione di ulteriori reati. E tali tipi di interventi dipendono inevitabilmente dal “peso” criminale dell’autore del reato; se si tratta di personaggio di elevata caratura criminale, l’impunità è garantita.

È proprio in tali contesti che la scelta delle famiglie delle giovani vittime di Caivano di affidarsi all’intervento dello Stato e di denunciare alle forze dell’ ordine ed alla magistratura quanto avvenuto è rivoluzionaria. Rompe un sistema di atavica omertà, apre le porte ad una rinnovata fiducia nelle istituzioni. È una scelta coraggiosa, a fronte della quale forze dell’ ordine e magistratura sono chiamate a rispondere con rigore, rapidità ed efficienza, affinché tale scelta non resti isolata ma divenga un esempio da seguire per tutte le vittime silenziose altrimenti destinate a restare nell’ombra.

di Federica Colucci, Giudice della sezione G.I.P. del Tribunale di Napoli

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