Delocalizzare per sfuggire ai costi ambientali?

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Co.co.co., Co.co.pro., voucher, tutele crescenti… basta aggiungere una lettera, una parola per vedersi modificare giornate lavorative, tutele, sicurezze e retribuzioni. Negli ultimi anni, di cambiamenti e riforme se ne sono viste a decine. L’obiettivo? Essere competitivi, in un mondo globalizzato che ha portato sempre più imprese a trasferire le loro attività oltre confine, dove c’è chi lavora dodici ore al giorno e di sindacato non ne ha mai sentito parlare. Ma se invece avessimo sbagliato completamente? Nel pieno della pandemia, alcune aziende ci hanno rivelato che i motivi che le hanno spinte a delocalizzare non sono solo i costi del lavoro.

Tra le tante produzioni che hanno abbandonato l’Italia e l’Europa a favore delle nazioni dove nasce il sole e muoiono i diritti c’è sicuramente quella di farmaci. Ormai da decenni, i leader mondiali nella produzione di princìpi attivi sono India e Cina. Lo si è percepito durante la pandemia, quando l’India ha preferito bloccare l’esportazione per aggiustare prima il suo giardino e l’Europa è rimasta ad aspettare.

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Come ci si è trovati in questa situazione? Per anni abbiamo attribuito tutta la responsabilità al costo del lavoro, che in realtà con l’automazione è diventato sempre meno influente e abbiamo trascurato un aspetto importante. I costi dell’ambiente. Che ci piaccia o no l’ambiente è un costo, anzi un lusso per paesi ricchi e ne ha fatto le spese Macron, quando ha provato ad alzare i prezzi dei carburanti per incentivare le rinnovabili. Così le imprese, per evitare di pagare i costi necessari (in Europa) per prevenire, ridurre o riparare i danni all’ambiente, hanno pensato bene di spostare le attività inquinanti altrove.

Il signor A. ricorda che fino agli anni novanta in Cina e in India non era difficile trovare chi smaltisse rifiuti e scorie nei fiumi senza porsi tante domande. Nulla di illegale, semplicemente non c’erano leggi che lo vietassero. Mettere su un’azienda eco-compatibile costa, sia da zero che adattando i vecchi impianti, infatti, un altro imprenditore ricorda le condizioni pessime in cui si trovavano gli impianti su cui bisognava lavorare per soddisfare gli standard.

L’idea mal nascosta che pare serpeggiare tra i discorsi è che alle economie avanzate tocchino le formule, le ricerche, le cose raffinate. Tutta la parte chimica e inquinante è meglio nasconderla sotto i tappeti del mondo. E loro, o meglio i governi l’hanno accettato: avevano bisogno di guadagnare mercato e fare denari, la gente moriva di fame e ora invece muore di cancro. Nel 2013 il governo di Pechino ha reso pubblica una mappa dei luoghi in cui l’inquinamento causato dalla produzione industriale ha provocato un’impennata dei tumori.

Sono i cosiddetti “villaggi del cancro”, circa 400, individuati da un’inchiesta del giornalista Deng Fei. Eppure, non tutti sono d’accordo con la teoria: secondo altri il costo del lavoro e delle materie prime continua ad essere il vettore principale della delocalizzazione. Muoversi principalmente per i costi ambientali gli risulta strano, essendo comunque necessario soddisfare degli standard.

Strana forse, ma neanche tanto, al Sud questa competizione sleale la conosciamo bene. Non sono mancate testimonianze nelle aule di Tribunale circa aziende del Nord Italia che si sono rivolte alla camorra (spesso intercettate da politici locali) per sbarazzarsi di rifiuti industriali e risparmiare i costi dello smaltimento legale. Rifiuti che avrebbero poi avvelenato un pezzo consistente del territorio (e della popolazione) della Campania, ma anche della Calabria, Sicilia, Puglia, Molise e basso Lazio, grazie ad accordi con le cosche mafiose e le ‘ndrine calabresi.

Negli ultimi anni, l’India e specialmente la Cina hanno introdotto sanzioni per le industrie che infrangono le norme ambientali. Ma insieme alla presa di coscienza in materia ambientale, c’è stato un bel salto nel PIL, che ha portato Cina e India a fare invidia alle economie più avanzate e a lasciarsi indietro i cugini africani. L’Africa, dove l’inquinamento avanza più velocemente dell’economia, si è trasformata nella nuova discarica dei paesi avanzati e della stessa Cina.

Da vittime si fa in fretta a diventare carnefici e in buona sostanza la Cina è diventata un paese avanzato in tutto e per tutto, con pregi e difetti, e ha iniziato a fare in Africa quello che si faceva (e in parte ancora si fa) nel continente asiatico. Dall’altra parte del mondo, anche la Campania, dopo essersi riempita di rifiuti fino all’orlo, ha trovato le sue vittime: sempre più di frequente i funzionari dell’Agenzia delle dogane sequestrano nei porti di Napoli e Salerno tonnellate di rifiuti pericolosi diretti verso l’Africa.

Un ambiente incontaminato, oltre ad essere un costo è un diritto. Ma come ogni diritto che si rispetti in un sistema di società “occidentalizzato” è un privilegio di pochi. Stiamo ripercorrendo la storia. I paesi avanzati sventolano la bandiera del green e del progresso in materia ambientale mentre spostano le produzioni e sub-appaltano su scala mondiale i danni. E nel frattempo, mentre tutto questo avviene nel disinteresse generale, ci viene detto che per fermare il tutto occorre che gli operai siano più economici, più produttivi e più al verde. Uno sfruttamento green, appunto.

di Giorgia Scognamiglio e Saverio Di Giorno

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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