Debolezza psicologica: i riscontri psicologici del Covid-19

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Sentiamo spesso parlare di ciò che, ad oggi, viene definito “terrorismo mediatico”.

Accendiamo la tv, entriamo sui social e ciò che ci ritroviamo di fronte sono pagine, link e articoli del mostro che chiamiamo Coronavirus. D’altro canto è giusto parlarne, poiché un tale fenomeno sanitario ha messo in crisi non solo la salute fisica delle persone ma anche quella psichica.

Tale debolezza psicologica ha colpito bambini, ragazzi, e i più anziani che vedono stravolte le loro vite. Ma quali saranno i riscontri psicologici di tutti gli avvenimenti causati dal Covid-19? A tal proposito, abbiamo posto alcune domande alla Psicologa- Psicoterapeuta, Dott.ssa Ivana Gallo che ha saputo illustrarci l’eventuale visione dei più piccoli e, viceversa, dei più grandi in merito a tale situazione.

Le persone spaventate ad oggi hanno realmente compreso la gravità di tale fenomeno (Covid-19) o risultano suscettibili solamente alle infinità di informazioni e, talvolta, fake news che ritroviamo sui social network?

«Purtroppo il fenomeno COVID-19, con le sue conseguenze sulla salute, è poco chiaro alla maggior parte di noi. La mancanza di chiarezza nelle risposte politiche e la contraddittorietà delle dichiarazioni di esperti porta inevitabilmente a “darsi” da soli delle risposte. È dimostrato che le persone tendono a selezionare le informazioni che sono per loro più rassicuranti e più vicine al proprio modo di pensare. Il nostro cervello tende a “economizzare” le proprie risorse anche quando si tratta di pensare, prediligendo il giudizio veloce a una riflessione approfondita. In una condizione di stress forte, come quella innescata dall’epidemia, è molto più semplice credere a dichiarazioni reperite in giro, senza porsi troppe domande, selezionando le informazioni che corrispondono e confermano l’idea che ci siamo fatti. In questo caso, è fondamentale la responsabilità dei media, dei politici e degli esperti nel dare informazioni chiare, verificabili, coerenti».

Sui più piccoli, invece, che influenza sta avendo il Covid-19?

«Su questo argomento entrano in gioco diversi aspetti che andrebbero valutati accuratamente. Lo scorso anno scolastico la chiusura di tutte le scuole ha prodotto dei risultati che sono differenti da quelli prodotti dalla situazione attuale.

La chiusura fu del tutto improvvisa, cogliendo impreparati docenti, genitori e allievi. Il danno maggiore, a mio avviso, nei mesi primaverili è stato il disorientamento generale.

Attualmente la situazione è per certi versi più complessa: l’apertura delle scuole non è stata rassicurante. Nonostante gli sforzi organizzativi è stato inevitabile pretendere, ove possibile, il distanziamento e l’uso di dispositivi di protezione. Vivere il conflitto tra il desiderio/bisogno di contatto e la paura dello stesso, il desiderio/bisogno di socialità e il senso di responsabilità per i propri familiari, oltra alla paura di contagio, li priva della serenità della socializzazione. Se prima il danno era generato dalla mancanza di relazioni, oggi si aggrava per la cattiva qualità di quelle disponibili. Per questo è fondamentale che siano previsti interventi psicologici/psicoterapeutici nelle scuole e nei diversi contesti di socializzazione».

Quali potranno essere gli eventuali riscontri psicologici di tale fenomeno sanitario?

«Dai dati a nostra disposizione possiamo supporre che i maggiori danni che la popolazione riporterà saranno connessi all’idea di precarietà della propria libertà e della propria vita, per cui già oggi registriamo un aumento dei disturbi d’ansia e dell’umore. Il prolungarsi del disagio sta logorando l’equilibrio di molte persone. La frustrazione, l’incertezza sul futuro non lasciano spazio alla crescita personale o alla riflessione, è quindi responsabilità delle istituzioni favorire un’elaborazione positiva di quanto avvenuto, investire sul benessere psicologico individuale e sociale perché questa pagina critica della nostra storia possa diventare feconda di buone idee e buoni sentimenti».

di Clara Gesmundo

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