Dear Kobe,
ho comprato il mio primo completino NBA a dieci anni.
Quando è arrivato il momento di scegliere non ho avuto dubbi: il tuo. Non ero ancora sicuro e cosciente di quanto il basket sarebbe diventata parte fondamentale della mia vita, ma sapevo che una cosa era reale:

I fell in love with you.

Era insensato. Per quale motivo un ragazzino avrebbe dovuto affezionarsi così tanto ad uno sportivo? Ho amato te prima di amare il gioco.
E ti ho difeso di continuo da tutti i tuoi detrattori. “Se non ci fosse stato Shaq”, stronzate, “Sì, ma non passa la palla”, stronzate, “E’ un pessimo compagno di squadra”, stronzate. Ho perso la voce in discussioni senza fine pur di non lasciare l’ultima parola a chi non riconosceva il tuo merito.
Luccicavi bagnato di sudore avvolto dalla casacca giallo-viola e io restavo a bocca aperta.
Quanto volte ho gridato “Kobeeee”, facendo finta di cadere all’indietro mentre lanciavo una cartaccia nel cestino.
Quante volte ho schiacciato play su Youtube per guardare i tuoi video. E ho sperato di rubare un movimento, un gesto, anche solo un dettaglio che mi avrebbe fatto assomigliare a te sul parquet.
Quante volte mi hanno preso in giro perché la prendevo troppo sul serio.
Ma la verità è che tu sei stata la speranza.
Il giocatore mingherlino che arriva nel campionato più competitivo del mondo e scalcia per una maglia da titolare.
Tu sei stato il riscatto dell’impegno.
Il successo ottenuto con il duro lavoro di chi arriva in palestra ore prima dei suoi compagni.
Tu sei stato uno stronzo.
Perché hai alzato l’asticella, perché sei entrato nelle nostre teste, perché ci hai mostrato la via per diventare i più grandi. Ci hai fatto vedere quanto lavoro richiede essere i migliori.

Sono cresciuto alla tua ombra. Come se fossi di famiglia.
Hai vissuto in Italia, a Reggio-Emilia. Le tue origini ti hanno reso meno distante.
Da bambino eri scarso. Lo ero anch’io. Purtroppo io non sono mai riuscito a diventare il quarto miglior marcatore della storia dell’NBA, ma c’è ancora tempo.
Il tuo primo canestro l’hai realizzato su tiro libero.
Alla tua prima grande occasione, Lakers – Jazz playoff del ’97, hai avuto il coraggio di prendere tre volte il tiro per la vittoria. Tre airball, la palla ha solo sfiorato la rete. Da sotto. Io non ero ancora nato, ma quei tre tiri corti li porto nel cuore. Così ho scoperto che anche tu eri umano, fatto di carne e fallimenti come tutti noi. Non era umana la forza con cui i fallimenti li hai fronteggiati.
Sono arrivati Shaq e Phil Jackson. The Diesel e The Zen Master. Phil aveva già allenato un certo Micheal che ha indossato la ventitré dei Bulls per anni. Tu sei stato il suo nuovo Micheal.
Ma il paragone ti stava stretto.
Tu volevi essere di più di Jordan. Tu volevi essere di più di chiunque altro. Volevi essere Kobe Bryant. Allora sei andato oltre, ti sei spinto sempre più in là dei tuoi limiti.
Con Shaq e Jackson nei hai vinti tre: 2000, 2001, 2002. Per raggiungere Jordan ne mancavano altri tre. Quanto anni hai dovuto penare prima di ricongiungerti con il solo allenatore che ti avesse mai veramente capito.
E’ tornato Jackson e hai vinto ancora nel 2009 e nel 2010. Ma l’MVP non conferitoti nel 2007 grida ancora vendetta.
Nel 2016 hai lasciato il campo. Sulle dita cinque anelli, uno in meno di Mike. Pazienza.
E hai scritto quella che ancora adesso è la lettera d’amore più bella che abbia mai letto.
Una lettera d’amore alla pallacanestro. Sì, la lettera d’amore più bella che abbia mai letto è indirizzata ad uno sport.
Perché l’amore per il gioco è viscerale.

Hanno sempre detto che non eri abbastanza e tu gli hai dimostrato che si sbagliavano. Ti hanno dato del vecchio e tu hai dimostrato sì, di essere vecchio, ma invecchiato come il vino.
Ti hanno odiato perché non li hai lasciati mai vincere. Anche quando hai perso.

Oggi ci hai lasciato di nuovo. Questa volta per sempre.
So che lo supereremo, ci hai insegnato tu a combattere.
Ma il vuoto è enorme.

And we both know, no matter what I do next
I’ll always be that kid
With the rolled up socks
Garbage can in the corner:
05 seconds on the clock
Ball in my hands
5 … 4 … 3 … 2 … 1
screaming “Kobeee”.

Hai dato a migliaia di ragazzini un sogno da realizzare.

Love you always, Marco.

di Marco Cutillo

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