Davide Grasso: l’ex-combattente nel mirino della Procura di Torino

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“Ho provato ad essere goccia anch’io”: dialogo con Davide Grasso

Quest’anno, l’Università Orientale di Napoli ha ospitato la testimonianza preziosa di Davide Grasso, fra gli italiani partiti a combattere in Kurdistan per dare il proprio contributo alla lotta contro l’Isis. Un’iniziativa importante, che fa da pungolo affinché i luoghi della formazione aprano più frequentemente spazi di dibattito su tematiche troppo spesso non affrontate.

Davide Grasso ha 37 anni ed è un giornalista. È partito nel 2016 come inviato per Radio Onda d’urto con la voglia di raccontare la situazione siriana, ma è finito per diventarne parte. Le uniche armi che avesse mai usato erano carta e penna. Eppure, dopo soli due mesi, ha deciso di arruolarsi per combattere contro il Califfato nero.

Davide ha la fortuna di essere sopravvissuto e di poter parlare a nome di tutti i volontari italiani che in questi anni si sono arruolati nelle Unità di protezione del popolo (Ypg) e nella sua ala femminile, Unità di protezione delle donne (Ypj). Soprattutto, a nome di quelli che non hanno ritrovato la strada verso casa: il 18 marzo il giovane fiorentino Lorenzo Orsetti (soprannominato “Orso”) ha perso la vita durante la battaglia che ha portato alla liberazione di Baghuz, ultima roccaforte dell’Isis. Solo ieri la salma del trentatreenne è rientrata in Italia.

La notizia della sua morte ha risvegliato le coscienze del Paese. In molti hanno iniziato a chiedersi cosa avesse spinto Lorenzo a mettere in gioco la sua vita per una guerra che “non era la sua” e a dare priorità al bene collettivo di un altro popolo. La risposta ci viene data da una lettera, nella quale sostiene di aver lottato per gli ideali di giustizia, eguaglianza e libertà.

“Spero che anche voi un giorno decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che ogni tempesta comincia con una singola goccia. Cercate di essere voi quella goccia.”

Probabilmente, però, se Lorenzo fosse tornato le sue parole non sarebbero state acclamate come un modello, né lui sarebbe mai stato considerato un eroe, un partigiano. A dimostrarlo è proprio l’esperienza di Davide, che insieme ad altri cinque ragazzi aspetta che un giudice decida se è un soggetto pericoloso oppure no.

Partigiani o terroristi? 

Accanto alla moltitudine di inchieste condotte della Digos in varie regioni d’Italia, il 25 marzo la Procura di Torino (pm Manuela Pedrotta) ha chiesto la “sorveglianza speciale” per i cinque ex combattenti della Ypg: Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci.

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La Ypg è la milizia popolare a maggioranza curda fondata nel Rojava (Federazione Democratica della Siria del Nord) nel 2004, durante la guerra civile siriana. Sostiene la rivoluzione confederale che pone al centro democrazia, giustizia sociale, questione femminile e ambientale per tutta la Siria. E a partire dal 2014, è stato il principale gruppo armato coinvolto nella guerra contro lo Stato Islamico.

«La pm ha insinuato che il ruolo della Ypg non sia stato determinante nella sconfitta dell’Isis. Secondo lei, siamo partiti solo per imparare ad usare le armi per poi utilizzarle in Italia, per fare la rivoluzione.» – dichiara Davide – «Non abbiamo infranto nessuna legge. Non esiste una legge italiana che vieti di partecipare a un conflitto straniero. Semmai ci sono leggi che vietano di farlo nell’ambito delle organizzazioni terroristiche. Tra queste sicuramente non è inclusa la Ypg, alleata con la Coalizione contro lo Stato Islamico, fondata dagli Stati Uniti nel 2015, che ha tra i suoi aderenti Francia, GB e anche l’Italia. Accusare combattenti di essere socialmente pericolosi quando è il nostro stesso Stato che collabora a quelle offensive è alquanto ipocrita.»

Il 25 marzo si è stabilito che la decisione sull’eventuale applicazione della sorveglianza speciale sarebbe arrivata entro 90 giorni, secondo Davide per evitare di decidere in un periodo di cordoglio della società per la morte Lorenzo.

La misura, introdotta dal Codice Rocco che porta sul frontespizio la firma di Mussolini, prevede una serie di restrizioni: il divieto di residenza nel proprio comune, il ritiro del passaporto e della patente e il divieto di uscire tra le 19 e le 7 del mattino. Ma anche l’impossibilità di riunirsi con più di due persone, di parlare in pubblico e di partecipare a manifestazioni: quindi la rinuncia alla vita politica e sociale. Insieme a questo, l’obbligo di portare con sé un libretto rosso su cui gli agenti di polizia possano annotare i comportamenti ogni volta che lo ritengano opportuno.

«Prescrizioni anomale anche per chi viene condannato in forma definitiva, ancora di più se si tiene conto del fatto che noi non siamo accusati di nulla, non è in corso nessun processo e non ci sarà nessuna sentenza, nessun grado di giudizio. Solo l’accusa di aver imparato ad usare le armi, poco importa se sono state utilizzate per combattere una minaccia comune».

Quello lanciato da Davide è un allarme importante. Se si riesce a limitare la libertà e opprimere i diritti civili in questo modo a persone che non hanno commesso reati, si apre la porta per un nuovo utilizzo generalizzato delle misure di prevenzione. Insieme a questo, con l’eredità di Lorenzo, ci lascia una bella lezione di politica e di umanità, mostrandoci quanto sia importante superare gli individualismi e capire che la lotta per i diritti non ha frontiere. Perché nel momento in cui i diritti non appartengono a tutti allora diventano nient’altro che privilegi. Non può esistere libertà finché non saremo tutti liberi, non può esistere giustizia finché, insieme, come una goccia, non costruiremo un mondo più giusto.

 

di Giorgia Scognamiglio

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