David di Donatello 2020 – Lo stato del cinema italiano 

A cura di Lorenzo La Bella

In uno sviluppo prevedibile, a fare incetta di David quest’anno è stato Il Traditore di Marco Bellocchio (già da me recensito precedentemente qui su Informare), il quale si è portato a casa Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Attore (Protagonista e Non), e Miglior Montatore. Con una storia su Tommaso Buscetta, il più importante pentito di mafia, un primattore come Pierfrancesco Favino, nonché un regista del calibro di Bellocchio che fa cinema di impegno civile dal ‘65, c’era da aspettarselo. Il film è stato un successo, incassando premi e nomination e ben 8,7 milioni di euro al botteghino (cifra ragguardevole per qualunque film non abbia il nome di Checco Zalone stampato sopra) e offre un ritratto brutale della realtà mafiosa italiana e dell’impegno dello Stato contro di essa, rendendo al tempo stesso il suo protagonista un essere umano pieno di contraddizioni. 

 

Rubano qualcosa Il Primo Re di Matteo Rovere, con Miglior Fotografia, Produzione e Suono, Martin Eden di Pietro Marcello (Miglior Sceneggiatura Adattata), Bangla di Phaim Bhuyian (Miglior Regista Esordiente) e Pinocchio di Matteo Garrone (Miglior Costumista, Scenografo, Acconciatore, Truccatore, Effetti Speciali e Visivi), La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek (Miglior Attrice Protagonista) e 5 è il numero perfetto di Igort (Miglior Attrice Non Protagonista). 

Questa carrellata è molto interessante. Certo, da una parte Bellocchio ha giocato su terreno sicuro, dall’altra ha fatto un film impegnato e ambizioso. E incredibilmente ambiziosi sono Pinocchio, una rilettura grottesca di una delle favole italiane più celebri, e Il Primo Re, un’epica in stile Apocalypto sulla fondazione di Roma, in latino arcaico e grittiness grondante da ogni volto e capanna. Ancor meno convenzionale è Martin Eden, altra liberale interpretazione di un classico stavolta trasformata in una poesia visiva sulla disperata lotta di ogni individuo per affermare la propria identità. Semplicemente geniale 5 è il Numero Perfetto, primo cinecomic all’italiana sulla camorra d’altri tempi con gusto spaghetti western. Alla faccia tua, Marvel). Ha qualche pecca qua e là il Bangla di Phaim Bhuyian, ma il regista 25enne vince il suo David a mani basse per essere riuscito a portare la propria storia di ragazzo italo-bengalese di seconda generazione al cinema in pieno periodo salviniano. La Dea Fortuna, nuova fatica di uno dei registi gay italiani di punta, che esamina le vicissitudini di una coppia omosessuale in crisi che deve badare ai figli di un’amica malata? Ancora più rischioso nel nostro cattolicissimo Belpaese, eppure premiato con 8,1 milioni di euro al botteghino. 

 

Ed è proprio questo l’elemento che caratterizza questa stagione dei David: il rischio. Chi avrebbe immaginato queste storie al cinema dieci anni fa? Il cinema italiano sembrava appiattito, impaurito. Eppure abbiamo di nuovo kolossal antichi, storie a tema LGBT, storie di multiculturalismo, e persino cinecomic (sono stati annunciati infatti una serie su Dylan Dog da James Wan e un film su Diabolik dai Manetti Bros). È troppo presto per parlare di un risorgimento del cinema italiano? 

 

Be’, se passerà il Covid… 

 

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