Dantedì: riscopriamo la bellezza di un poeta senza tempo

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“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

Oggi è il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri promossa dal Mibact. Avrebbe potuto essere costellata da eventi, manifestazioni e spettacoli; ci tocca al contrario passarla in quarantena, dentro casa. Forse, non è poi un fatto così negativo.
Abbiamo la possibilità di riscoprire nella maniera più profonda quanto sia stata importante la figura di Dante per la nostra lingua, letteratura, per la nostra vita probabilmente.
Quando alle scuole medie ebbi il primo incontro con lui, tra le infarinature generali di una prof un po’ asmatica con l’ossessione del “ti metto 1” e le pagine del mio libro di Antologia pesante quanto un sacco di cemento, pensai che la Divina Commedia non fosse altro che un racconto di fantasia scritto andando a capo. Il sentimento che mi causava era la noia: e l’inferno è diviso per gironi, e il paradiso c’ha i cerchi, e le anime traghettate, l’allegoria, il contrappasso, le tre fiere… tutto in terzine, scritto in volgare. Virgilio mi sembrava messo lì per caso, si trovava di passaggio, come uno di quei signori che magari prende l’autobus, scende alla fermata sbagliata, se ne rende conto e comincia a borbottare spaesato vicino agli altri “E beh, mi sa che ho sbagliato… e vabbè. E ho sbagliato. Eh però, bella giornata di sole. Scusi sa l’ora?”…
Solo che Virgilio parlava in volgare e diceva quelle cose tipo “Caron, non ti crucciare: Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”… che per me, quattordicenne annoiata, corrispondeva ad un martello sulle tempie. Troppo complesso.

Un paio d’anni più tardi, superati i 16, sono riuscita ad apprezzare con più coscienza la Divina Commedia, e con essa Dante. Cominciavo a leggere le prime raccolte di poesia, dagli autori classici ai contemporanei. Due furono i miei amori folli: Alda Merini, e appunto, Dante.

Fui in grado di ammirarne la complessità stilistica, oltre che delle idee, perché pensare all’Inferno come una voragine, al Purgatorio come un monte e al Paradiso come un vortice che si ci avvicina a Dio, è geniale. L’Inferno è il più intenso delle tre cantiche, con i suoi gironi pieni di gente punita con la legge del contrappasso.
A me l’idea degli indovini costretti a camminare con la testa girata dall’altra parte perché in vita avevano osato vedere troppo avanti, me fa murì. O ancora le tombe dove i peccatori giacciono, bruciati vivi e nel frattempo chiacchierano, quando passa Dante: “Ma sai, ho un brutto bruciore dietro la spalla che mi fa stare così male!” e l’altro che risponde “non dirlo a me, ho la testa che mi fuma!”.
La presenza di personaggi appartenenti sia all’epoca di Dante, sia storici o mitologici fa pensare ad una specie di parterre che manco i David di Donatello: Ulisse, Santa Lucia, San Francesco, Giustiniano, Caronte. Tutti insieme. Epoche, storie, unite in una sola opera. A tratti affascinante è poi il Cocito, dove Dante colloca i traditori. Essendo nel punto più basso della voragine, ho sempre avuto l’idea che più Dante andasse in fondo e più l’aria potesse essere arida, e invece no.
“Alla fine dell’Inferno” c’è una distesa ghiacciata dove ci sono i più grandi, celebri traditori della storia: Giuda, Bruto e Cassio. E sono lì, divorati da Lucifero, che Dante descrive come un mostro.
In occasione di questa clausura forzata, spendo il mio tempo scrivendo articoli, guardando film o leggendo, e ho ulteriormente approfondito degli aspetti che non ero riuscita a raggiungere. Gli accompagnatori di Dante non sono ovviamente turisti per caso come la me, lettrice e studentessa quattordicenne divorata dalla noia, pensava. Virgilio incarna la ragione, Beatrice la teologa e nel Paradiso, i santi a cui quest’ultima si rivolge per aiutare Dante, rappresentano la devozione e la contemplazione necessaria che serve all’uomo per giungere a Dio.
Questa cosa per me è un dettaglio incredibile, allucinante. Un’opera scritta nel 1300 circa, progettata in maniera così strutturata, complessa, piena di simbolismi e talvolta anche di misteri.

Per questo motivo, dopo aver scoperto ancora una volta la Divina Commedia, ripenso oggi a tutte quelle volte in cui durante conversazioni fatte in pour-parler, mi è stata posta la domanda “Ma tu l’hai letta la Divina Commedia?”
Ripenso a Lucifero nel Cocito, Ulisse con il suo manto di fiamme, i peccatori di lussuria in balia del vento. E so che risponderò “Non l’ho letta, l’ho scoperta nel tempo.”

 

 

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