Dante&Descartes: una libreria da Nobel

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Napoli, un giorno qualunque. Che alla fine qualunque non si è rivelato, ma sospetto che Raimondo di Maio non avesse indizi al mattino di ciò che sarebbe accaduto da lì a poche ore. Avrà pensato di recarsi in libreria, la sua libreria, avrà salutato sua moglie e forse il pensiero che proprio in quel giorno sarebbe stato assegnato il Premio Nobel alla letteratura gli avrà attraversato la mente. O forse non pensava a niente di tutto questo. Ma il destino gli stava preparando una sorpresa: Louise Glück, poetessa americana di cui Dante&Descartes aveva pubblicato la raccolta Averno stava per essere nominata vincitrice del Premio Nobel 2020. E Raimondo di Maio, spina dorsale dell’editoria indipendente napoletana, stava per vedere i 36 anni del suo lavoro riconosciuti a livello internazionale.

Cosa l’ha spinta ad aprire una libreria e cosa la spinge a continuare il mestiere di editore?

«Questa è una domanda esistenziale, perché per me il mio lavoro è il mio destino. Io vengo da una famiglia di condizioni modeste, non ho studiato…vi ricordate la leggenda del caffè pagato? La leggenda del caffè pagato prevede un esercito di bambini che portano il caffè a domicilio, io ero uno di questi. Ho fatto a stento la quinta elementare, ma mia madre voleva che lavorassi per portare a casa la settimana. Poi ho conosciuto una ragazza, lei mi ha portato a conoscere il Partito Comunista ed in qualche modo ho cominciato ad emularla. Immagino abbiate letto Martin Eden di Jack London, io come Martin mi sento di dire che la retorica della lettura non serve a niente, ci vuole una spinta verso i libri. Essendo nato in un vicolo di Napoli dove c’era miseria, i libri mi affascinavano. Quando a 14 anni ho letto “Il vecchio ed il mare” di Hemingway è scoccata la scintilla. Mi sono iscritto alla scuola serale grazie al Partito Comunista, – i comunisti storici hanno fatto cose meravigliose in questa città – volevo dare il mio contributo per migliorare le condizioni dell’umanità, e così ho cominciato a studiare. Mi mantenevo facendo i lavori più vari: il barista, il barbiere, costruivo scatole, ho fatto l’imbianchino, il manovale, quello che si trovava sulla piazza. Dopo aver preso la terza media serale, mi sono diplomato in ragioneria e poi mi sono iscritto alla facoltà di filosofia. Avevo letto molti testi marxisti e posso affermare che la comprensione di un testo dipende dalla tua sensibilità. Non mi ritrovavo nelle spiegazioni dei miei professori, non perché loro non fossero bravi – ho studiato con Ettore Lepore, Giancarlo Mazzacurati, Aldo Masullo, alcuni allievi di Piovani, solo per citarne alcuni – ma perché interpretavo i testi partendo dalla mia visione del mondo. Ah, quasi dimenticavo, prima di diventare editore ho lavorato anche come venditore di enciclopedie. A Napoli tutti volevano l’enciclopedia perché i figli potessero finalmente studiare. Ecco la realizzazione della scuola di massa. Un fenomeno per me controverso, perché significa dare gli strumenti agli studenti, ma svuotarli di significato e di forza. Ma in conclusione ripeto: il mio obiettivo era quello di cambiare il mondo in meglio e lo è ancora…nel mio piccolo».

La interrompo. Diventando centro nevralgico della diffusione di un premio Nobel, lei ha realizzato il suo obiettivo. Sta riuscendo a cambiare la vita delle persone…
«I libri non cambiano la vita delle persone, ci vuole una grande spinta dall’interno. La mia scommessa è di vendere libri di qualità e di formare lettori, non consumatori».

Come ha scoperto Louise Glück? Gliel’avranno già chiesto, ma la domanda è d’obbligo.

«Da anni ho un amico spagnolo – José Vicente Quirante Rives – che ha aperto una casa editrice chiamata Editorial Parténope. Io non sono il suo consulente, ma abbiamo sempre collaborato e abbiamo gli stessi miti letterari: Rea, Montesano, Erri De Luca. Da poco Vicente ha curato per me uno splendido libro di Domenico Rea, “Le due Napoli”. Tutte le persone che abitano o decidono di venire ad abitare a Napoli dovrebbero leggerlo, perché spiega il carattere dei napoletani. È uno di quei saggi di Rea che mette a fuoco i miti napoletani e Vicente ne fa una descrizione straordinaria, intuendo anche le sue grandi idee. E quindi, ritornando a noi, è stato Vicente a consigliarmi di pubblicare la Glück. Loro in Spagna l’avevano già pubblicata. Quando mi ha fatto notare che nel libro si menzionava il Lago d’Averno, ho pensato fosse impossibile non averlo qui in Italia. Così ne ho ricevuto due copie, una per me e uno per la mia collaboratrice: Antonella Cristiano, un miracolo dell’editoria napoletana. Io avevo detto già sì a Vicente, per stima intellettuale – lo dico a voi, non l’avevo mai detto a nessuno, Averno per me è quel grande bacino dove Michele Sovente, un grande poeta, ha scritto in tre lingue: cappellese, italiano e latino, e quindi ero già convinto – poi l’ho letto e mi sono innamorato intellettualmente della poetessa. La sua vertiginosa poesia affronta dialoghi e problemi straordinari, con le parole di oggi».

Quante copie avete venduto quando il libro è uscito?

«Non tantissime copie a dire il vero. Ma comunque c’è stata una piccola parte di stampa attenta che si è interessata. “Crocetti” che è il giornale di poesie di Nicola Crocetti, importante traduttore dei poeti neogreci, poi “Alias”, la rubrica letteraria de “Il Manifesto”, “Il sole 24 ore”, a Napoli abbiamo avuto una bella scheda di Antonella Cilento e di Apollonia Striano, e spero di non aver dimenticato nessuno. Poi giovedì Vicente mi ha chiamato per dirmi che avevamo vinto il Premio Nobel. Preso dall’emozione, non avevo realizzato, non ricordavo di essere stato candidato al Nobel. Poi Vicente ha fatto il nome della Glück e ho capito. Mi sono commosso, davvero. Nella mia vita editoriale, che è lunga 300 libri, mi è capitato di aver stampato un Premio Nobel rifiutato che è Jean-Paul Sarte, poi uno scandaloso Premio Nobel mancato che è Jorge Luis Borges – secondo me lo meritava ogni anno – e infine è arrivata la soddisfazione. Ho chiamato mio figlio, ma non riuscivo a parlare dall’emozione. E poi è successa una cosa che non ho mai visto in 40 anni di lavoro: alle le 13:05 è arrivata la notizia e circa mezz’ora dopo si è creata una fila spontanea davanti alla libreria. Allora ho capito che la poesia può davvero salvare il mondo. Io non ho fatto nient’altro che stampare un libro, eppure penso che la buona poesia possa aiutarci a sopportare questa difficile situazione (dovuta alla diffusione di Covid-19 ndr.)».

Che messaggio le piacerebbe lasciare ai giovani che si avvicinano al mondo dell’editoria artigianale e indipendente?

«È un momento difficile. Anche lo studio, a volte, non assicura un futuro in Italia. Il problema principale è che qui al Sud non produciamo niente, consumiamo solo ciò che produce il Nord. Ora, in questo discorso cosa c’entra la libreria e cosa c’entra l’editore: c’entra molto. Adesso la cosa più difficile, dopo la vittoria del Premio Nobel della Glück, è come organizzarlo tecnicamente in maniera industriale. Naturalmente ho cercato di garantire le piccole librerie, ma perché è il mio sogno romantico. Voglio dichiarare anche che sono Amazon free, per due motivi: primo perché non mi piace l’idea che sia Amazon a vendere per tutti e poi perché tratta i libri alla stregua di merci qualunque. Se amate fare i libri c’è una fatica da compiere che non immaginate e lo licenziate con tremore, dopo averlo corretto. Io cerco di distribuire libri di qualità per formare lettori e non consumatori. Mi auguro che i giovani possano partire dallo stesso presupposto e gli consiglio di farsi temprare dalle difficoltà senza scoraggiarsi».

Queste e molte altre cose sono state dette, in due ore passate a parlare di letteratura. Per intervistare Raimondo ho rinunciato ad una lezione universitaria. Poco male. Alcune storie non hanno bisogno di essere sorrette dalle strutture istituzionali per acquisire dignità.

di Marco Cutillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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