Daniele Russo, direttore del Teatro Bellini: «Il teatro è il nostro rifugio»

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Intervista al direttore del Teatro Bellini Daniele Russo

Il teatro Bellini è uno dei teatri più antichi e belli che la città di Napoli possiede. Nel 1986 fu acquistato dal grande Tato Russo, che ha diretto il Teatro Bellini per ventuno anni e lo ha riportato al rango di Istituzione culturale producendo numerosi allestimenti. Sotto la sua direzione, il teatro ha visto in scena i più importanti artisti italiani e internazionali. Nel 2010 la gestione è passata ai figli dell’artista. Ed è Daniele Russo che oggi incontro per parlare di teatro, cinema e vita in tempi di pandemia e non solo.

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Cosa significa dirigere il Bellini in un momento come quello della pandemia? Ci racconti il Piano Be?

«Abbiamo sempre vissuto la direzione con grande l’orgoglio, energia e onestà intellettuale, mantenendo un ruolo che prescindesse dalla nostra volontà, che fosse al di sopra di noi. Con i Gabriele e Roberta, i miei fratelli, portiamo avanti il teatro con lavoro di squadra, credendo molto nelle sinergie e nel confronto con il personale tecnico come con gli artisti.

Con il Piano Be, nato proprio con la pandemia e successivamente al lockdown, eravamo riusciti a volgere a favore di questa idea mettendo su percorsi di co-creazione, di dialogo con il pubblico, dando la possibilità agli spettatori di entrare in teatro il sabato mattina e uscirne all’una di notte e di assistere a cinque spettacoli. Forse anche provocatoria come offerta, considerando il teatro un rifugio, un luogo da vivere come la propria casa. Ovviamente questo prima che si decretassero ulteriori chiusure».

 

In questa pandemia abbiamo visto un video da lei girato, che ne raccontava l’esistenza e la morte di uomini e donne. Quale l’esigenza che l’ha spinta?

«La pandemia ci ha costretto a fare i conti con tante esigenze e problematiche. Chi non ha avuto la possibilità di “vivere” a casa senza grossi problemi, ha dovuto fare i conti con problemi al pari del virus.

Il lockdown ha segnato la vita di tutti, al di là delle professioni, del credo e delle etnie. Ha decretato e provocato la morte di alcuni, per motivi e cause diverse. Volevo dare il mio sentito tributo a chi per il covid, per un motivo o l’altro non è riuscito a uscirne indenne, in vita.

Mi ha colpito tantissimo la storia dell’imprenditore cilentano, uomo e padre come me, che non ha retto e ha messo fine alla sua vita».

Lei è senza dubbio quello che viene definito un figlio d’arte…

«Essere figlio d’arte comporta sempre pregi e difetti, c’è sempre qualcuno che ti aspetta al varco. Si coglie la meraviglia di tanti che magari con il loro “sorpreso” consenso e complimentandosi scoprono che oltre l’avere un cognome importante c’è anche tanto studio e lavoro. Ai miei primi spettacoli, tanti si complimentavano senza nascondere la positiva sorpresa al mio lavoro. L’accademia d’arte, il laboratorio teatrale con mio padre mi hanno dato la conoscenza e la formazione. Con un padre come il mio, si ereditano amici e nemici, hai certamente una strada già lastricata, ma un po’ come le strade napoletane, ci trovi anche buche e qualche sanpietrino saltato. Sicuramente Tato è sempre stato un uomo contro, che con il suo fare, ha lasciato sulla strada (sorride ndr.) più buche che petali di rose. Ma ci è servito a farci conoscere, a farci costruire la nostra immagine, il nostro essere persone prima ancora che essere artisti, mantenendo il pubblico verso le nostre scelte. Riuscendo a farcela».

Se dovesse dirci quanta è la difficoltà e quanta la passione, dove cadrebbe l’ago della bilancia?

«Alla passione, non potrebbe essere diversamente, soprattutto a Napoli. Come quando da bambini ci si prendeva in giro dicendoci chi fosse più scemo.

C’era sempre il finale del “tu uno più di me”, ecco, sempre uno più per fare meglio. Le sfide che servono a fare meglio. Spesso con i miei fratelli ci confrontiamo rispetto alle difficoltà con le quali dobbiamo imparare a convivere. La passione è quell’uno più di te e il te sono le difficoltà che devi superare. Più sono le difficoltà maggiore la passione».

Riassumendo, chi è Daniele Russo?

«Sicuramente un uomo e attore di grande onestà intellettuale. Innamorato della sua famiglia. Curioso e mai stanco della cultura e della sua città.  Onesto e scevro da compromessi. Essere e non apparire. Ottimista e dotato di grande passione, con la grande consapevolezza che l’arte è bella perché non ha età e non vincola».

Se dovesse farci una fotografia del cinema e teatro oggi quale sarebbe?

Trovo che il cinema sia poco coraggioso, non possiede il coraggio di lanciare nuovi autori. Tolte alcune autorialità come Garrone o Sorrentino, che mantengono fino alla fine la paternità dei loro lavori, ci sono altri autori che non sono stati valutati al meglio. Posso citare il compianto Mattia Torre, che con Boris, anche se serie televisiva, non ebbe la giusta attenzione. Non ha fatto epoca, come avrebbe dovuto. Non è un caso che Torre veniva dal teatro.

In America, come in Inghilterra, non vi è un distanziamento tra cinema e il teatro, vivendo l’esperienza teatrale come esperienza positiva. Fortunatamente negli ultimi anni ci si sta affacciando anche ai film di genere, e può essere un bene, altrimenti avremo sempre una finta autorialità. In passato i grandi registi hanno avuto la capacità della visione unica e condivisa del cinema. Un confronto dei lavori che sarebbero divenuti film.

Trovo che il cinema sia veramente indietro, sceglie di fare “filmetti” dove si racconta la vita al tempo di lockdown e pandemia. Credo che umanamente, oltre che artisticamente non se ne senta il bisogno, che certe cose non debbano essere girate. Credo che sia veramente inopportuno, scimmiottando troppo spesso un neorealismo, illudendo giovani attori o presunti tali, che non si formano, non si accrescono perché utilizzati sempre e solo per fare i camorristi. Questa è futura disperazione, lontano da ciò che, invece, ha avuto il cinema in passato. Non ho ancora capito l’obbiettivo del cinema, oggi, quale sia, mentre il teatro l’obbiettivo lo ha, scontrandosi con i mezzi, con i Comuni, spesso con gli assessorati che fanno stagioni, con i direttori artistici che fanno ciò che il loro ego gli detta, insomma con una realtà più variegata e complessa.

Resto ottimista e consapevole che grandi investimenti, per poter meglio vivere il settore teatrale, investendo senza paura di sbagliare, senza dimenticare quanto fondamentale sia il diritto a sbagliare, perché magari il lavoro non è venuto bene, oppure vivere il sold out per l’ottimo lavoro. Si cresce insieme. Si cresce con il pubblico».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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