Dalla fondazione all’impegno sociale sul territorio: intervista ad Antonio Francese

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Una storia, quella della cooperativa di credito BCC Terra di Lavoro “S. Vincenzo de’ Paoli”, che affonda le sue radici nella classe proletaria del casertano degli inizi del ‘900. Una Cassa Rurale ed Artigiana che nasce per venire incontro alle esigenze della comunità, diventando poi espressione diretta del territorio.

Oggi, la cooperativa di credito è una realtà solida, che vanta 9 filiali sul territorio, di cui una recentemente inaugurata nella citta di Marcianise. Una nuova sfida per chi, come Antonio Francese, direttore generale BCC “S. Vincenzo de’ Paoli”, si è fatto portavoce di un tipo di banca che, oltre ad assolvere al sua facoltà principale, promuova anche il benessere economico, sociale e culturale del territorio.

Nella BCC l’impegno per la legalità e per il sociale è molto forte. Come nasce questa banca? 

«La cooperazione di credito in Italia nasce dal magistero sociale della chiesa, a seguito dell’enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII. La nostra banca, infatti, viene fondata nel 1921 dal sacerdote don Lorenzo Centore, che affiancato ad un gruppo di lavoratori diCasagiove – città che nasce come dormitorio degli operai – che contribuirono alla costruzione della Reggia di Caserta – costituisce la Cassa Rurale ed Artigiana “S. Vincenzo de’ Paoli”, cooperativa di credito. Oggi, con la nuova denominazione BCC Terra di Lavoro “S. Vincenzo de’ Paoli”, la banca ha aderito al gruppo bancario ICCREA. Dal 1° luglio 2019, in virtù della Legge 49/2016 (Legge di Riforma del Credito Cooperativo) la vigilanza non è più affidata alla Banca d’Italia bensì alla Banca Centrale Europea (BCE). Ciò costituisce una novità di rilevo: anche le BCC nonostante la loro natura cooperativistica, sono soggette alle medesime norme di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Questa circostanza ha creato una rilevante disomogeneità della norma rispetto all’attività, poiché essendo le BCC banche locali, di prossimità e di dimensioni limitate, hanno grosse difficoltà a seguire una normativa che è fatta per i grandi gruppi bancari commerciali. Quello che con forza sta chiedendo Federcasse, la Federazione Nazionale a cui aderiscono oltre 250 BCC e Raiffeisen, è una modularità, una proporzionalità della normativa, che ci consenta di lavorare come credito cooperativo.  La normativa BCE – specie sul credito – impone regole e vincoli stringenti tali da non consentirci di assistere famiglie, imprese ed associazioni (terzo settore), in stato di difficoltà, e che non sono di gradimento del sistema bancario. Se dobbiamo attenerci alle suddette normative, cosa che stiamo facendo, una grossa fetta della nostra clientela necessariamente verrà tagliata fuori dal mercato del credito, troppo severo nella creazione di criteri di merito, che non sono gli stessi del credito cooperativo».

Come è cambiata l’organizzazione della banca durante la pandemia?

«Noi siamo stati quelli che prima di tutti si sono attrezzati: il 5 marzo l’intera struttura era già dotata di tutti i presidi. Abbiamo attivato lo smartworking per un paio di mesi, ma essendo il nostro un lavoro che si basa sul contatto e sul confronto, è stato necessario riaprire al pubblico. Nella prima fase, abbiamo lavorato su prenotazione, contingentando l’accesso al pubblico fino al 31 maggio. Dal 1° giugno, nel rispetto del distanziamento sociale, abbiamo riaperto secondo gli orari di sempre».

Le banche sono state al centro dei provvedimenti economici attuati dal governo per far fronte all’emergenza sanitaria. Lei come li ha valutati?

«Abbiamo avuto un enorme difficoltà nella gestione del lavoro. Abbiamo fatto sospensioni di rate di mutui a famiglie e aziende in difficoltà, pur avendo questi un’istruttoria particolare. Il Consiglio di Amministrazione però, determinato ad aiutare i clienti, ha bloccato tutto per circa 60 milioni di euro, abbiamo elargito le misure di liquidità (art.13 lett. M) – i famosi 25mila euro – a circa 931 imprese, che sono tante per una banca piccola come la nostra. A livello nazionale, il credito cooperativo ha erogato l’8-9% di impieghi, sulle misure emanate dal Governo il Credito Cooperativo ha raggiunto circa il 20%. La differenza con gli altri istituti bancari, è che i Consigli di Amministrazione del Credito Cooperativo hanno voluto concedere i 25 mila euro a tutti i clienti che ne hanno fatto richiesta, sperando che questo potesse dare respiro all’economia. Nella seconda fase, stiamo ulteriormente cercando di aiutare coloro che non riescono a superare le conseguenze del Covid, dando il 25% di liquidità in più e assumendo la garanzia del fondo all’80%-90%. La situazione non è sicuramente rosea, ma un bilancio definitivo lo si avrà solo a fine anno, quando non vi saranno dati falsati dalle sospensioni e dal preammortamento delle attività. Purtroppo però, temo che una buona fetta delle attività, circa il 12%, non riuscirà a superare questo momento drammatico».

Crede che questi provvedimenti rappresentino un vero sostegno per le aziende e in generale, per chi produce?

«Il gruppo ICCREA punta molto sulle misure del decreto rilancio, poiché il famoso 110% può rappresentare un elemento importante per alcune regioni, tra cui la Campania, dove l’edilizia rimane un settore fondamentale. Noi saremmo disposti a finanziare in ogni modo, sia le imprese e sia i singoli, che ne fanno richiesta, ma c’è ancora troppa confusione nelle norme di attuazione. La paura che vi possa essere una degenerazione dello strumento, conduce ad un aumento della burocratizzazione. Bisogna evitare che questo diventi un business per pochi, poiché si vocifera che vi siano delle grandi organizzazioni, contribuenti importanti dello stato, che siano già pronti ad acquistare tutti i crediti sia dalle banche che dai privati. Si parla di una massa del 30%, dove il 10% è il costo del credito previsto dallo stato, l’altro 20% esce dal rigonfiamento delle fatture».

Quali sono i progetti per il futuro? 

«Noi siamo una banca in progressiva espansione, sia in termini di volume sia in termini di fatturato. Quest’anno abbiamo registrato l’utile netto più alto della storia: parliamo di quasi 1, 8 milioni, che per un’azienda di 73 persone è un ottimo risultato. Siamo 9 filiali sparse sul territorio, alcune di queste risistemate, come la filiale di Galluccio, comune dell’alto Casertano, che è stata trasformata in un BCC point di consulenza. A seguito di ciò abbiamo aperto lo scorso 16 luglio una filiale tutta nuova in Marcianise. E’ una città su cui puntiamo molto, data la recente liberazione da quei fardelli malavitosi che la vedevano purtroppo sempre all’apice delle cronache nei primi anni ’90. Inoltre, abbiamo maturato una discreta esperienza in tal senso essendo presenti anche ad Aversa e comuni limitrofi. Proprio in questi territori abbiamo registrato risultati soddisfacenti, e pensiamo che Marcianise possa offrirci ulteriori prospettive interessanti. La banca ha una filiale a Santa Maria Capua Vetere, nel capoluogo di provincia, ma anche a San Prisco. Nell’alto casertano e Basso Lazio, siamo presenti, oltre a Mignano Montelungo anche a Cassino e San Vittore del Lazio. Complessivamente, seguiamo una politica dei piccoli passi, con una crescita contenuta ed oculata. Senza contare che noi siamo cooperatori del credito, quindi oltre all’attività bancaria, cerchiamo di abbinare un’attività che promuova il benessere economico, sociale e culturale del territorio. Nella fase Covid, infatti, siamo stati molto impegnati per cercare di dare il nostro apporto all’emergenza: abbiamo tra l’altro comprato un posto nel reparto di rianimazione, destinando solo all’ospedale di Caserta 65mila euro e dotato di presidi di protezione individuale (mascherine, visiere, guanti) i medici in prima linea».

di Carmelina D’aniello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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