Dalla Palestina all’Europa: Intervista allo storico Professor Ilan Pappè

Ilan Pappé, storico e docente della prestigiosa University of Exter in Gran Bretagna, è uno dei più acuti osservatori della questione israelopalestinese, del quale è stato diretto conoscitore a causa delle sue origini e del suo impegno politico proprio a Israele.

Tra le sue pubblicazioni più apprezzate c’è “Ultima fermata Gaza”, libro scritto a quattro mani con uno dei più grandi pensatori dell’epoca moderna: Noam Chomsky. In questa intervista inedita il professor Pappé ci parla delle evoluzioni del conflitto e il suo parere sul determinante ruolo giocato dagli USA nella questione palestinese.

I media occidentali parlano di “accordo del secolo” riferendosi al Piano per la Pace nel Medio Oriente di Trump. Il piano, che prevede la creazione di uno stato palestinese con capitale nell’area di Gerusalemme Est tramite l’investimento di 50 bilioni, non menziona alcun diritto di rientro per i rifugiati. Secondo lei, si tratta davvero dell’accordo del secolo?
«Questo non è l’accordo del secolo; è molto lontano dall’esserlo. È solo parte della strategia israelo-americana di depoliticizzazione della questione palestinese.
Dal lato israeliano, c’è un chiaro intento di annessione unilaterale dell’area C della Cisgiordania e l’imposizione di una nuova legislatura ( la Legge Fondamentale Israeliana approvata nel 2018) che renderà Israele e qualunque area annessa un esclusivo stato etnico ebraico privo di diritti per i palestinesi. Le caratteristiche di questa legge la rendono una vera e propria Apartheid.
Un’altra mossa israeliana in questo contesto è la chiusura degli archivi israeliani che raccolgono le prove di cosa sia accaduto in Nakba (assieme al divieto per i palestinesi di commemorare l’esodo), in modo da negare la validità del racconto palestinese. Se nulla di sbagliato è accaduto nel 1948, i palestinesi non hanno diritto di rivalsa o autodeterminazione e indipendenza. Sul fronte americano, il supporto a queste politiche era visto nella prospettiva di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, legittimare i territori della Cisgiordania e la futura annessione dell’area C (che è parte dell’Accordo del secolo)».

Come fa l’AIPAC a influenzare oggi le politiche americane e, in pratica, in cosa consiste oggi il contributo del suo centro studi “Istituto per le politiche del Medio Oriente”?
«L’AIPAC continua a influenzare la politica americana mantenendola in una posizione pro-Israele. Tuttavia la sua influenza è stata erosa. In primo luogo perché, nascendo bipartisan, si è poi identificata nel partito repubblicano.
In secondo luogo perché esiste organizzazione alternativa, sionista moderata, chiamata J-Street che la pregiudica. La lobby Cristiano Sionista oggi, ha un ruolo di gran lunga più importante nell’indirizzare le politiche americane verso Israele».

Qual è la situazione attuale a Gaza?
«È chiaro che le infrastrutture a Gaza non sono in grado di fronteggiare un’epidemia seria come quella da corona virus. Israele esige ogni tipo di concessione politica da Hamas in cambio di forniture di unità di terapia intensiva o del permesso agli aiuti internazionali di raggiungere il ghetto di Gaza. Si tratta di una catastrofe in attesa di esplodere all’interno di una più grande catastrofe globale».

Può l’ascesa del sovranismo in alcuni stati europei, inclusa l’Italia, seriamente minare la tenuta dell’Unione Europea?
«È evidente come la crisi abbia mostrato la differenza tra alta politica e nazionalismo, o sovranazionalismo e i reali bisogni della gente. A differenza delle situazioni di guerra dove si può invocare il patriottismo per fronteggiare la dilagante povertà, ineguaglianza, diritti civili e dei lavoratori, l’intento di fare lo stesso in nome della battaglia al virus non sta funzionando troppo bene.
I nazionalisti, i leader dell’ala destra e le loro coalizioni useranno la “guerra all’UE” per promuovere razzismo e politiche xenofobe con lo scopo di riguadagnare il potere perso durante la crisi. Probabilmente riusciranno a lacerare l’Unione Europea ma, l’alleanza franco-tedesca probabilmente sopravvivrà (in entrambe le nazioni, l’élite neo-liberale non apprezzano i cambiamenti radicali e non desiderano allontanare quella classe media che hanno finto di rappresentare; il successo ottenuto in tempi di benessere non potrà essere lo stesso in tempi di crisi economica).
Allo stesso tempo è difficile capire perché i membri più poveri dell’UE possano voler lasciare l’unione, a meno ché cerchino un impegno più assertivo in termini di diritti umani e dei lavoratori.
Quindi, l’Unione probabilmente sopravvivrà ma saranno le forze politiche nazionali di minoranza, i partiti socialisti, a dover cercare uno spazio al suo interno.
Una possibile via potrebbe essere quella di fare networking tra partiti dei diversi stati del continente».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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