Intervista al vescovo di Aversa Mons. Angelo Spinillo

Il valore della fede ci aiuta a dar significato a parole oramai vuote nell’odierno assetto societario, ma dà anche modo di incuriosirci, spingendoci verso l’Ignoto. Abbiamo incontrato il vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, tirato in ballo tempo fa dal programma televisivo “Le Iene” riguardo un’ipotetica complicità sul caso di don Michele Barone, il prete che ha esorcizzato violentemente una ragazzina di 13 anni. Mons. Spinillo ha tenuto a ribadire le sue posizioni, esprimendo opinioni riflessive in diversi campi, dall’odierna società al lavoro della Chiesa contro la corruzione.

Viviamo un momento molto delicato: sospinti verso un desiderio di individualismo e allontanandoci dalle forme più semplici di aggregazione, come la famiglia.

Esistono ancora “luoghi sicuri” dove ritrovare la corretta dimensione per vivere?

«In realtà luoghi sicuri non esistono e non sono mai esistiti per un motivo molto semplice: non è il motivo di condizione per cui si è portati a vivere secondo giustizia e verità. Concordo con quanto dice che la nostra società si sente come sballottata tra due fuochi, tra due posizioni diverse tra loro. A differenza di prima, ora abbiamo preferito l’individualismo e quindi si sono perse tutti quei riferimenti che erano posti nell’ideologia stessa».

Papa Francesco è ritornato sul tema della corruzione e delle mafie.

In tal senso, nella sua Diocesi, che sorge in un territorio tristemente noto per la presenza delle mafie, come legge la Chiesa queste parole?

«Certamente la Chiesa deve poter continuare ad alzare la voce contro ogni forma di corruzione. Corruzione significa sfilacciare un tessuto, indebolirlo per ricavarne soltanto un vantaggio personale. Quindi, la Chiesa che vive di comunione, contro questo, non può che esserne nemica, proclamando non solo che la corruzione sia un male, ma deve poterlo testimoniare restando attenta».

Dopo lo scandalo dell’arresto di don Michele Barone, le denunce di abusi nel Seminario lei è stato convocato dalla Santa Sede per chiarimenti. Ci sono persone che dichiarano che lei fosse al corrente di pratiche di esorcismo non autorizzato. Cosa ci vuole dire su questa vicenda che è ancora al vaglio della magistratura?

«Allora precisiamo: io non sono mai stato chiamato da nessuno per dare chiarimenti, piuttosto è il contrario. Di fronte a tanti problemi, infatti, abbiamo fatto noi in prima persona delle indagini come previsto dal diritto canonico e poi stilato delle relazioni in cui abbiamo spiegato tutte le situazioni che si sono venute a creare.

In realtà credo che il grosso tema sia su come noi, non soltanto i preti ma anche i fedeli, vivono la loro fede. Io dico che vi sono due modi per avere fede: il primo modo, forse quello più diffuso, è di affidarsi totalmente ad una potenza divina, oppure c’è quello autentico, presentato dal Vangelo, che è quello del pregare mettendoci in ascolto. Tante persone credo confondano gli esorcismi, e a volte anche solo le preghiere, con il cercare aiuto a chi è potente. Credo che questo grosso equivoco possa generare conseguenze tristi come quelle purtroppo in cui noi siamo andati a cadere. Lo ripeto anche a lei, perché l’ho riferito anche in tribunale: vorrei fare una ricerca storica, quando e se avrò tempo, per capire nel settennio tra il 1938 ed il 1945 quanti casi di possessione accertata ci sono stati in tutta Europa. Ma perché questa domanda? Perché penso che in quei sette anni il demonio è stato molto attivo se pensiamo alle leggi razziali e ai campi di sterminio. Noi ce la prendiamo con Hitler, era lui il capo di tutto questo, ma un capo da solo non regge.

Forse è troppo facile dire che quello è colpa del demonio e pensare con una formula di cacciarlo via. Il demonio è una tentazione che sta nella voglia di essere egoisti, di dominare sugli altri ed è su questo che dobbiamo stare attenti».

Qual è lo stato del dialogo interreligioso sul nostro territorio?

«Diciamo che nella nostra diocesi c’è un’attività molto bella che noi chiamiamo “Festa dei Popoli” che è un’attività che coinvolge soprattutto le scuole e si tratta nel chiedere a tutti di portare qualcosa proveniente dal proprio Paese d’origine. In Caritas per esempio oltre ad accogliere gli ucraini nella chiesa di S. Agostino o gli ortodossi russi nella chiesa che abbiamo qui di fronte alla diocesi, noi accogliamo tranquillamente i musulmani e, proprio in Caritas, c’è la stanza della preghiera in cui ci sono i simboli anche dell’Islam».

di Antonio Di Lauro
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