“Dal sangue, dal fango, dalla merda, con la voce” all’ex-Opg occupato di Napoli

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Appuntamento domenica 28 aprile allo spettacolo teatrale “Dal sangue, dal fango, dalla merda, con la voce” presso il Teatro popolare dell’ex-Opg occupato di Napoli, nato dall’esigenza di restituire il teatro alla collettività, soprattutto quella che spesso vede chiudersi in faccia le porte dei grandi teatri e di mostrare come non esista solo la cultura aristocratica, ma anche quella popolare che testimonia un’autonoma e straordinaria vitalità.

Il testo messo in scena non poteva che essere una rielaborazione di quelli di Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura e rivoluzionario per eccellenza che “seguendo la tradizione dei giullari medievali, si prende gioco del potere restituendo la dignità agli oppressi” (Motivazione dell’Accademia di Svezia per il conferimento del premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo nel 1997). L’architetto della dissacrazione intreccia le storie del medioevo alla cronaca, lanciando una sfida alle alte gerarchie della chiesa, della magistratura e dello stato, che operano costantemente per il mantenimento dei privilegi a danno degli ultimi. Perché i meccanismi di potere a distanza di secoli, ma anche di chilometri, sono sempre gli stessi: che si tratti del padrone della valle, del caporale, dello scafista, del datore di lavoro, delle istituzioni o della criminalità organizzata. Sfruttati e sfruttatori non sono mai cambiati.

Chi era il giullare?
I giullari erano artisti di strada (attori, mimi, giocolieri) che durante tutto il medioevo andavano per le piazze d’Europa a divertire il pubblico popolare, di classe sociale più bassa. Molti di questi erano contadini e nascono in un momento storico preciso: dopo la scoperta dell’America, con lo sviluppo del commercio, i contadini sono espropriati delle loro terre e costretti a migrare nelle città. Qui iniziano a raccontare le loro storie, i soprusi, le leggende, ribaltando i testi sacri e rivelando verità occulte. Con i loro racconti diventano scomodi, pericolosi, e quindi vengono discriminati e relegati ai margini della vita sociale.

La storia
La storia messa in scena è quella di un contadino che, un giorno, stanco di lavorare per qualcun altro, trova una montagna. Dopo essersi assicurato che non fosse di nessuno, inizia a lavorarla quindi la fa sua, ma il padrone della valle tenta in tutti i modi di sottrargliela: per convincerlo manda un prete, poi un avvocato e infine, data l’ostinazione del contadino, distrugge tutto. Disperato, vuole uccidersi, ma qualcuno lo aiuta a trovare la motivazione per andare avanti: raccontare la sua storia. Successivamente, verrà arrestato con suo figlio, dovrà superare trappole, inganni ed illusioni, ma con uno stratagemma riuscirà a fuggire verso nuove terre. La storia si conclude con l’arrivo in Sicilia, terra che per molti rappresenta un nuovo inizio.

La lingua
Girando per l’Europa, i giullari scoprono che, in tutte le nazioni, i poveri sono simili nelle loro storie di soprusi. Per questo le raccontano, riprendendosi le parole che gli sono state rubate dai più ricchi. Per farlo, creano un linguaggio che unisce dialetti, suoni e vocaboli onomatopeici (ribattezzato come Grammelot) comprensibile da tutti grazie all’intonazione della voce e alla gestualità. La scelta di affiancare parole italiane, francesi, spagnole ad altre prive di senso compiuto, rende lo spettacolo accessibile a tutti, sia italiani che stranieri.

Le musiche
Le musiche raccontano storie simili: i movimenti della rumba cubana derivano dai gesti che gli schiavi facevano nelle piantagioni sud-americane pregando i loro dei; allo stesso modo, la tarantella nasce dai gesti di lavoro dei cordai siciliani.

La scenografia
La corda è il filo conduttore della storia: è la corda che lega il contadino alla terra, ma lega anche tra loro i poveri; è la corda che lo opprime e gli impedisce i movimenti, ma è anche quella con cui forgia i movimenti della rumba e con cui riesce a fuggire dalla prigione. Diventa quindi la risorsa per prendere coscienza e trovare una nuova consapevolezza.

L’obiettivo
La seconda parte prevede un momento di dibattito in cui saranno gli spettatori stessi a diventare i protagonisti. L’auspicio è di mettere a confronto persone di diverse categorie sociali, tra le più svantaggiate (che siano studenti, lavoratori, disoccupati, immigrati, senza tetto) dando loro la possibilità di raccontarsi e di diventare loro stessi dei giullari, per mostrare che, come avevano intuito i giullari nel Medioevo, nella perdita, nel sacrificio, ma anche nella speranza e nella voglia di libertà siamo tutti simili. Perché il potere, l’ingiustizia, possono essere annientati solo con la parola. Perché incontrarsi, condividere e scoprirsi simili è il primo passo per essere liberi.

di Giorgia Scognamiglio

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