DAD: la scuola può essere digitale?

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In questi giorni di quarantena la didattica a distanza si è rivelata per noi studenti non solo l’unico mezzo necessario per garantire il diritto all’istruzione, ma anche una delle poche soluzioni per creare un nuovo equilibrio nello squilibrio.

Non c’è ombra di dubbio, dunque, che in questa situazione emergenziale adottare la cosiddetta “DAD” abbia portato a numerosi benefici; vanno tenuti da conto, però, anche i problemi e i rischi collegati ad essa. La prima problematica con cui si è dovuto interfacciare il Ministero nel proporre la didattica online riguarda le apparecchiature tecnologiche e la connessione alla rete, di cui oltre il 6% degli studenti, circa mezzo milione, resta sprovvista. Gli 85 milioni stanziati dal governo per sopperire alle esigenze di questa fetta di popolazione sembrano non bastare. Ne abbiamo parlato con Marcella Raiola, docente militante nei COBAS, che sta portando avanti assieme al sindacato ad altri colleghi, un’indagine sulle disparità d’accesso alle piattaforme digitali e ai canali telematici. 

«Stiamo riscontrando scuola per scuola che, anche nei licei con platee apparentemente prive di problemi economici, non ci sono meno di 30 richieste di dispositivi per la didattica a distanza. Questi fondi non bastano; sono arrivati mediamente 10.000 euro ad ogni scuola, con cui si comprano pochissimi device. La situazione è tecnicamente difficile e stiamo facendo istruzione a un ritmo più lento, con difficoltà enormi e lasciando fuori inaccettabilmente una parte troppo cospicua della platea scolastica».

Ad evidenziare i problemi riscontrati nel corso di questa fase sperimentale sono anche gli studenti. Lorenzo, attivista del Coordinamento Studenti Flegrei, ci racconta i dubbi dei ragazzi. «Secondo un sondaggio Argo interno alla mia scuola oltre il 76% degli studenti ha avuto problemi ad approcciarsi alla didattica online; le valutazioni di questo periodo non sono equiparabili a quelle ottenute in condizioni normali, questo è un problema soprattutto per gli studenti delle quinte».

A tutto ciò si aggiunge l’ostacolo più grande: la mancanza di contatto umano, elemento fondamentale nella distinzione tra l’impartire un’istruzione nozionistica e il fare scuola. Questi sono problemi che oggi siamo costretti ad affrontare, cercando compromessi per rendere la situazione più vivibile. Ma qual è il rischio? L’esaltazione di questa didattica, spersonalizzante e poco funzionale, sta portando ad ipotizzarne l’utilizzo anche una volta tornati alla normalità.

«Non è un rischio, è una promessa» sostiene Marcella. Il Ministero dell’Istruzione infatti già dal 2015, anno in cui furono firmati gli accordi con Microsoft, si mobilitava nella direzione della didattica digitale che dovrebbe equivalere, secondo il parere dei ministri che si sono succeduti, ad una maggiore qualità dell’offerta formativa.

A testimoniare la tesi che questo piano non sia destinato ad estinguersi assieme all’emergenza Covid-19, come ci spiega Marcella, c’è anche la task force al seguito della ministra Azzolina, che invita l’ambiente scolastico a fare “tesoro” di questa esperienza e già immagina per settembre una didattica mista, composta da un maggior numero di ore svolte da remoto attraverso contenuti standard elaborati dal Ministero. 

Per ribadire che l’insegnamento a distanza non debba sostituire la scuola si è mobilitato anche un gruppo di docenti e studenti di Firenze, indirizzando alla ministra Azzolina una lettera che ha già raccolto numerose adesioni in tutta Italia. Come questa molte altre iniziative sono state organizzate da docenti e sindacati affinché, una volta sconfitta la pandemia, il nostro Paese ricordi cosa vuol dire fare scuola: creare per noi studenti un luogo che abolisca le differenze socio-economiche e che ci metta in condizioni, attraverso il contatto umano e il confronto, di stimolare il nostro senso critico.

Le lezioni standard preconfezionate possono essere un modo per provvedere all’istruzione in situazioni di grave emergenza, ma non possono e non devono, neanche in minima parte, sostituire la nostra scuola.

di Marianna Donadio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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