Una dieta con grani antichi, germogli ed estratti di frutta e verdura, prodotti localmente, potrebbe aiutarci a vivere più a lungo ed in salute pur vivendo in territori inquinati come quelli delle Terre dei Fuochi. Sono i risultati di una ricerca che un team di biologi, capitanati dal dott. Andrea Del Buono, ha esposto al Convegno “Terra dei Fuochi. La linea di partenza”, organizzato dall’Ordine dei Biologi e dalla Fondazione DD Clinic Research Institute Onlus, che si è tenuto a Francolise presso l’Agriturismo Borgorosa. Secondo questa singolare ricerca interamente “made in Caserta”, uno stile di vita apposito ci aiuterebbe a depurarci dai veleni che assumiamo nel corso della nostra vita, che siano essi esogeni, assunti cioè dall’esterno attraverso ciò che mangiamo e respiriamo, o endogeni, prodotti invece dal nostro stesso corpo. Come spiegato dal prof. Giulio Tarro, gli inquinanti a cui siamo esposti producono un danno genetico che è all’origine dello sviluppo di una serie di patologie, da quelle più banali come l’influenza a quelle più serie come i tumori, nonché di una serie di malformazioni. Questo avverrebbe perché questi agenti cancerogeni, presenti nel fumo e nelle diossine, ma anche in molti oggetti di uso quotidiano come scarpe, pentole, trucchi, vernici, mobili, creano radicali liberi che metilano il nostro DNA. Cosa ancora più grave, con l’epigenetica, si è visto che questo danno viene trasmesso ai nostri figli i quali, a volte, già alla nascita presentano patologie serie. Per questo è fondamentale disintossicare il nostro corpo, e lo possiamo fare imparando ad usare gli alimenti come se fossero medicine (alicamenti) ma senza gli effetti collaterali di quest’ultime. Gli strumenti che attualmente abbiamo per misurare il grado di tossicità sono: analisi del sangue, del capello e del liquido seminale. Ma, appurato il livello di intossicazione, cosa può fare chi vive in una zona inquinata per proteggere la propria salute? Questi biologi, con lo scopo di sovvertire l’etichetta “Terra dei fuochi” in “Terra del riscatto”, hanno intravisto una possibilità di rinascita osservando i meccanismi che Madre Natura mette in atto in territori come Chernobyl e Fukushima dove, nonostante ci siano state catastrofi ambientali, persiste una flora ed una fauna particolari. A questo punto la loro osservazione si è spostata sui longevi che vivono nella Terra dei Fuochi, per capire come può un longevo vivere vicino ad una discarica e magari nello stesso palazzo dove vi è una persana malata di cancro. E, dato che anche i longevi sono intossicati, si è cercato di comprendere come il tossico arriva nel nostro corpo e come possiamo ributtarlo fuori per trarne una strategia di sopravvivenza urbana per chi non emigra dalle zone inquinate. Ed il metallo si è rilevato un ottimo marcatore per monitorare la tossicità nel nostro corpo perché se va via il metallo va via tutto il resto. Durante questo studio ci si è resi conto che abbiamo tutti un concetto errato di sana alimentazione che, ad esempio, ci porta a preoccuparci più della quantità di pane e pasta consumati piuttosto che del tipo di grano con il quale questi vengono prodotti. In effetti il grano antico, nel corso degli anni, ha subito una serie di modifiche che ne ha cambiato la sequenza amminoacidica del glutine, divenuta più simile a quella delle caseine. Il grano moderno è un alimento talmente diverso che non abbiamo più gli enzimi giusti per tagliare le sue proteine. In questo caso, se abbiamo un buon pattern microbiotico, questi batteri compensano la mancanza prestando l’enzima per digerire il glutine moderno ma se il nostro microbiota è compromesso, e continuiamo a non scegliere un grano meno ricco di prolammine, il glutine viene spezzato in modo scorretto creando dei biopeptidi che provocano infiammazione che è l’anticamera di una serie di patologie, compreso il cancro. Tutto ciò che ingeriamo (alimenti, farmaci) attraversa la mucosa intestinale, nonchè la nostra barriera immunologica. Queste sostanze, col tempo, rosicchiano le giunzioni serrate della lamina basale dell’intestino, provocando un’infiammazione latente e persistente, per cui, e balza fuori una cellula trasformata e il nostro sistema immunitario è impegnato a contrastare ciò che non dovremmo mangiare, c’è una distrazione immunologica, e se, le giunzioni sono larghe, c’è la metastasi. Questo meccanismo è legato a tutte le patologie neurodegenerative, allergie, asme, cancro, Alzheimer, malattie in cui c’è una disimmunità. Il longevo che preferisce mangiare i prodotti del proprio orticello piuttosto che quelli biologici, magari prodotti in territori molto distanti da noi, porta a fare un’altra serie di considerazioni sull’importanza di utilizzare i prodotti locali. Osservando come mangiano le capre si è compreso che le piante comunicano tra loro e si difendono diventando amare e per questo la capra è costretta a spostarsi di continuo. Allo stesso modo, le piante che insistono nelle micro aree contaminate, non potendo scappare, per sopravvivere attivano le fitocheratine, sostanze presenti nella buccia. La pianta affianco che sta in un territorio sano ma comunica con quella pianta lì, sviluppa le stesse sostanze per cui chi vive a Caserta deve mangiare la verdura di Caserta, piuttosto che quella proveniente dall’estero, perché la verdura coltivata nel posto dove abita ha sviluppato le difese che lo proteggono, ovviamente su un territorio sano. L’alimentazione sta ormai entrando in terapia oncologica al pari della chemio, della radio e della chirurgia. Oltre la prevenzione primaria che ci educa a come alimentarci per evitare di ammalarci di cancro almeno per il 30% dei casi, vi è la prevenzione secondaria e terziaria che serve a capire come alimentarsi quando il cancro è già presente. Uno strumento in più per poter sostenere efficacemente le terapie e portarle al termine per debellare un male che viene sempre meno definito “incurabile”.

di Girolama (Mina) Iazzetta

Tratto da Informare n° 184 Agosto 2018

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