Cybersecurity e identità digitale: tra revenge porn e Anonymous

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Siamo immersi nella tecnologia, ne siamo circondati. Postiamo continuamente foto e video sui nostri social, mossi da quella smania (più o meno buonista) di condividere qualcosa – spesso, qualsiasi cosa – con le persone che ci circondano.

Paesaggi, canzoni, selfie in bagno e piatti cucinati da nostra nonna. Tracce che vengono lasciate in quello che crediamo essere un luogo utopico, ma che in realtà è diventato uno spazio sociale in cui la nostra identità digitale si modella e prende forma. Ma, se il web da un lato rappresenta la più grande opportunità di scambio veloce di un numero sempre maggiore di informazioni, dall’altro ha portato allo sviluppo del fenomeno associato allo sdoppiamento d’identità dell’individuo. Fenomeno, questo, che spiega quanto il nostro agire in rete talvolta sembra discostarsi da ciò che siamo nella vita reale.
Abbiamo parlato con Silvia Semenzin, ricercatrice in Sociologia Digitale all’Università Statale di Milano e attivista per i diritti umani digitali, per analizzare le conseguenze del nostro comportamento in rete, l’impatto sulla reputazione di ognuno e i recenti episodi di violenza verificatisi. «È sbagliato vedere la nostra identità fisica come un qualcosa di separato dall’identità digitale», ha commentato Silvia. «Proprio a causa di questa errata convinzione che il virtuale non sia “reale”, fino ad oggi ci siamo occupati poco dell’incidenza dell’identità virtuale sulla vita di tutti i giorni. Un concetto utile, per comprendere quanto i gesti di odio e la violenza online possano incidere sulla vita delle persone, è quello di “reputazione online”».

L’impatto del revenge porn sulla reputazione online

Circa alcuni temi, infatti, l’iniziale spazio sociale della rete è diventato una piattaforma in cui quotidianamente si consuma una violenza, senza accorgersene. Dagli insulti e le ingiurie pubblicate sotto una foto alla condivisione non consensuale di materiale intimo. «Quando comprendiamo l’impatto che una “cattiva reputazione” può avere su qualcuno, ecco che diventa forse più semplice capire perché atti come quelli della condivisione non consensuale di materiale intimo (NCII) possano creare dei danni irreparabili nella vita delle persone». Il Revenge Porn, infatti, rappresenta una violazione dell’identità digitale a tutti gli effetti ed, essendo parte dello spettro della violenza di genere, vede interessate il 90% delle donne, le quali però sembrano essere poco consapevoli del fenomeno. «La NCII non è che una nuova forma di violenza contro le donne, praticata attraverso i nuovi strumenti digitali. Pensare che siano stati Internet e la tecnologia a far nascere il fenomeno è quindi sbagliato: è la cultura dello stupro che fino ad oggi ha normalizzato e banalizzato questa violenza chiamandola “goliardia tra uomini”».

Cybersecurity: questa sconosciuta

Tuttavia, la scarsa consapevolezza circa i “diritti umani digitali”, che fa riferimento soprattutto alla privacy dei cittadini e al loro diritto all’autonomia e autodeterminazione online, non riguarda solo le donne, ma l’intera comunità digitale. «Ci sarebbe un’immensa urgenza di inserire nuovi programmi educativi nelle scuole, ma manca la volontà politica. Senza l’educazione sessuale, digitale e socio-emotiva, però, è veramente molto complicato pensare di poter sconfiggere il problema del revenge porn. Purtroppo, siamo molto lontani dal realizzare una cittadinanza digitale consapevole e sicura, nonostante iniziative europee come il GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati) fungano da primo passo verso il riconoscimento della necessità di un diritto digitale».

Il caso di Telegram, ad esempio, una piattaforma di messaggistica crittata, nasce dall’idea dell’importanza della privacy e dell’anonimato online, ma che è stata poi utilizzato per scopi tossici e violenti. «Dobbiamo davvero capire che il problema nasce da come si decide di sfruttare alcune delle funzioni che Telegram mette a disposizione: se io decido di nascondermi dietro all’anonimato per commettere stupro digitale o cercare pedopornografia, il problema è l’anonimato o sono le motivazioni che mi portano a comportarmi in una certa maniera?».

L’antinomia della rete: tra privacy e autonomia. Dove finiscono i nostri dati?
Parla Ludovico Loreti, ex componente di Anonymous

Il dibattito sulla cybersecurity e sulla labilità della nostra identità digitale è sicuramente ampio e, da sempre, uno dei suoi interlocutori principali è il gruppo Anonymous. Abbiamo intervistato Ludovico Loreti, considerato il fondatore di Anonymous Italia, e abbiamo parlato con lui, oltre che del suo passato all’interno del gruppo, del concetto di sicurezza in rete.

Cos’è Anonymous e come racconterebbe il fenomeno che ne è derivato a chi non ne ha mai sentito parlare?

«Nella teoria, Anonymous è un gruppo di persone, definitesi “hacktivisti” che vuole essere sia un movimento di attivismo che un movimento di “hacker”. L’unione di queste due dimensioni, ha condotto alla creazione di un unico movimento che mira a difendere, sempre teoricamente, la libertà d’informazione nel web. Nella pratica, a livello legale, per l’Italia, Anonymous compie reati informatici con l’eventuale motivazione di difendere la suddetta libertà d’informazione; dico “eventuale” in quanto spesso, alleandosi con “LulzSec” lo fa anche solo per divertimento, hackerando siti con il motto “for the lulz” che in breve vuole dire “per farsi una risata”».

Cos’è un ethical hacker?

«L’hacker etico è colui che ha una curiosità benevola nell’ambito dell’informatica, ha un’etica. È un hacker che agisce in modo legale. Per esempio, se vi è una grossa falla in un’applicazione web un hacker etico è quello che per primo s’impegna a contattare il proprietario dello stesso per segnalarla ed eventualmente aiutare nella risoluzione della vulnerabilità. Oggi gli hacker etici sono richiestissimi nelle grandi aziende di Cyber Security».

Qual è stato il suo ruolo in Anonymous e come si è conclusa la sua collaborazione?

«All’epoca ero un teenager con la passione per l’informatica, avevo sentito parlare di questo movimento che ai tempi non era ancora famoso in Italia, ma lo era a livello internazionale. Non vedendo un gruppo italiano, decisi di crearlo e, assieme ad altri italiani che avevo virtualmente conosciuto nella chat “ufficiale” di Anonymous internazionale, iniziammo a intraprendere lo stesso percorso. Il movimento diventò “virale” ed attirò sempre più persone. Quando scoprii che ciò che facevo era davvero tanto illegale, decisi di uscirne e poco meno di un anno dopo, venni arrestato. Da quel giorno del 2013, non ho mai né frequentato né voluto saperne di Anonymous, che attualmente considero il più grande sbaglio della mia vita. Ho imparato tanto dalla lezione che mi è stata data dalla Giustizia, sono ripartito, sto continuando a coltivare la mia passione per la Cyber Security, seppur in piccolo, in quanto certi sogni nel cassetto, rimarranno lì per sempre».

Come spiegheresti la posizione di Anonymous con gli episodi di Revenge Porn su Telegram?

«Penso che l’idea in sé non sia cattiva: difendere le ragazzine e le donne a cui è stata rubata la propria intimità è un proposito giusto. Il problema è sempre il metodo illegale, perché pubblicare nomi, numeri di telefono di ragazzi/uomini che hanno commesso questo reato, è altrettanto sbagliato: è un’anarchia. Anche perché in questo modo la persona i cui dati vengono pubblicati, non impara il proprio errore, ma viene semplicemente umiliata pubblicamente. È una banale vendetta che, a mio parere, non serve a nulla, se non a scatenare l’interesse dei media».

Oggi tu ti occupi di Cyber Security. Quanto è labile la nostra identità in rete? È vero che le app e i social media collezionano i nostri dati?

«La cosa è meno complottistica di quanto si pensa. Circa il concetto di Cyber Security, la sicurezza nazionale è pronta e ben strutturata, anche dagli ultimi decreti di fine 2019. Abbiamo anche un CSIRT Nazionale (Cyber Security Incident Response Team), da poco entrato in azione. L’Italia è pronta, l’anno appena passato è servito tanto. Nel privato siamo ancora indietro, non sono molte le aziende che analizzano i gruppi di hacker internazionali considerati di altissima minaccia, gli APT (Advanced Persistent Threat). In generale, tutti i nostri dati, a cui noi diamo il consenso al trattamento, vengono utilizzati come Big Data, ossia come collezione di dati giganti (spesso resi anonimi), affinché si possa migliore un servizio. Sulla base di ciò che ci piace i social media come Tik Tok, Instagram, Facebook ci propinano contenuti a cui noi, tramite ricerche ci siamo detti interessati».

di Carmelina D’Aniello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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