Cultura gastronomica partenopea, dalla tradizione ai social: parla la food-blogger Valentina Cappiello

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Una leggenda vuole che il piatto più rappresentativo della cultura gastronomica partenopea, il ragù, sia nato proprio nel cuore della città, esattamente in via dei Tribunali 339 nel palazzo dell’imperatore di Costantinopoli. In quell’edificio, verso la fine del XIV del secolo, abitava un signore scortese e crudele, a cui la Compagnia dei Bianchi della Giustizia aveva chiesto di riappacificarsi con la cittadinanza. Così l’uomo, per assecondare quelle richieste, incaricò la moglie di cucinare per un banchetto dei maccheroni, i quali, però, al momento di mangiarli si riempirono e condirono di sangue. Fu un prodigio, un miracolo che spinse il signore a cambiare atteggiamento, riappacificarsi con i suoi nemici ed entrare a far parte delle Compagnia dei Bianchi della Giustizia. Per celebrare l’evento, la donna decise di preparare nuovamente i maccheroni che si riempirono di sangue, ma stavolta era quello appetitoso del ragù. Chiamato così i in omaggio alla figlia della coppia, Raù. 

Ovviamente trattasi di leggenda e fantasia, ma è una storia rappresentativa della concezione della cucina napoletana, di come pietanze come il ragù siano, non soltanto cibi per lo stomaco, ma anche, e soprattutto, momenti di riflessione, di riappacificazione con la vita e l’anima, di calore familiare.  

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La cucina di un territorio ci racconta la storia, le abitudini, i costumi, l’evoluzione, le risorse di un popolo e del proprio ambiente. In un mondo che diventa sempre più virtuale, dove dei piatti spesso si dà più importanza ai pixel e agli hashtag che alle loro origini e al loro sapore, come è cambiato l’approccio con la cultura culinaria ed il suo legame all’identità dei un popolo? 

Per rispondere a questo quesito, abbiamo intervistato una delle protagoniste del nuovo mondo culinario virtuale, la food-blogger napoletana Valentina Cappiello, autrice del blog “La cucina che Vale” e del libro dedicato alle torte “Nude per ogni occasione”. 

Possono, secondo te, i gusti, le scelte e le preferenze a tavola delineare il carattere di una persona? 

«I gusti, le scelte e le preferenze a tavola delineano in maniera molto netta il carattere di una persona. Se sono attratta da un gusto invece che da un altro, questo mi definirà in maniera chiara o comunque delineerà meglio il mio modo di essere, soprattutto agli occhi di chi non mi conosce. Ogni scelta che facciamo è influenzata dalla nostra natura più intima, questo vale anche e soprattutto per il cibo». 

Allargando il concetto: che ruolo gioca la tradizione culinaria nella cultura di un popolo?  

«La cultura di un popolo è fatta anche di tradizione culinaria: ogni popolo ha la sua e come il carattere di una persona viene delineato dalle sue preferenze e scelte a tavola, così la tradizione culinaria di un popolo è strettamente collegata alla sua cultura. La cucina napoletana è fortemente rappresentativa della storia partenopea. Ogni piatto ha una storia che risale indietro nel tempo e porta con sé aneddoti, ricordi, persone, fatti e tradizioni di una terra che ha sempre parlato di sé anche attraverso il cibo. La ricchezza di piatti semplici che accolgono e confortano racconta un po’ quello che la terra partenopea fa con i suoi figli». 

Considerando, quindi, il rapporto tra cultura e cucina, qual è il tuo punto di vista sulla rielaborazione dei piatti della tradizione? 

«La tradizione non va stravolta. Solo chi la conosce a fondo può innovarla, rispettandola. Rispettare la tradizione vuol dire rispettare la storia di un popolo».  

Quale piatto rappresenterebbe meglio il particolare momento storico che stiamo vivendo?  

«Stiamo vivendo un momento molto delicato, che ha tirato fuori tante fragilità, paure, dubbi, incertezze. In questa situazione di emergenza Covid abbiamo riscoperto i valori essenziali, l’importanza dello stare insieme e di esprimere i nostri sentimenti. Come ogni difficoltà, questo ha tirato fuori il meglio o il peggio di ognuno, a seconda delle persone, ma in linea generale credo che ci sia stata una riscoperta dei valori essenziali. Il piatto che per me rappresenta di più tutto questo è la pizzasimbolo di unione e condivisione, non solo a Napoli». 

Napoli nel resto del Paese e nel Mondo attraverso la cucina. Che contributo porta, a tal proposito, chi esercita una professione come la tua? 

«La mia professione, secondo il mio punto di vista, diffonde, racconta, condivide il cibo. Questo viene narrato secondo diversi punti di vista e sotto diversi aspetti. Una professione che è sempre più fatta di continuo studio, approfondimento, esperienze che portano alla formazione di una figura, quella del food blogger – e nel mio specifico caso, pastry blogger – che racconta e condivide, perché vive in prima persona esperienze formative nel settore gastronomico. Napoli, nel mondo e nel resto del paese, assume un’identità specifica attraverso la narrazione culinaria e con la sua forte realtà identitaria, ancora una volta, racconta un popolo e una storia».

di Fabio De Rienzo

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