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Criminalità minorile e territorio: alla Federico II un convegno per discutere delle tematiche

Ludovica Palumbo 09/03/2022
Updated 2022/03/10 at 12:32 AM
5 Minuti per la lettura
Immagine di un graffito del rione Conocal, Ponticelli

Lo scorso venerdì, nella sede di Giurisprudenza della Federico II di Napoli, c’è stato un incontro avente come tematica il territorio e la criminalità minorile.

Al convegno hanno partecipato alcuni nomi illustri del panorama campano: Piero Avallone, Presidente Tribunale per i minorenni di Salerno; Maria De Luzenberger, Procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Napoli; Gianluca Guida, Direttore dell’Istituto penitenziario per i minorenni di Nisida.

La domanda alla base della discussione è stata: «È possibile affrancarsi da un destino già scritto?».

Il dott. Avallone, inizia il suo intervento rispondendo proprio a questa domanda, in modo chiaro e sintetico: «Sì, è possibile».

Nella sua esperienza pluriennale, ha visto molti ragazzi seguire strade diverse da quelle che sembravano già tracciate. Ovviamente però perseguire questo obiettivo è tutto fuorché facile. Per questo diventa necessaria la collaborazione di intere equipe che stiano vicine e stringano ogni singolo ragazzo. Aiutarli non solo nel loro periodo nelle carceri, ma soprattutto quando tornano fuori, in quella giungla che li aspetta.

«Il DNA della cattiveria non esiste», continua. Si diventa cattivi quando ci si sente esclusi, quando nessuno coglie il disagio provato. Quando lo Stato non fa abbastanza per dare reali opportunità a questi ragazzi per vivere in modo diverso. Tendere la mano ma sempre nell’ambito delle regole, in quanto ci tende a sottolineare che «il buonismo non paga».

Il sistema minorile italiano funziona e anche bene, ma l’obiettivo è evitare che i ragazzi ci finiscano in queste realtà. E qui arriva la frase che riassume perfettamente tutta l’argomentazione: «Dopo il terremoto, poiché a Napoli non c’era il Bronx, l’abbiamo costruito!».

Ed è per questo che bisogna partire dalle origini, se non si mostrano ai ragazzi metodi alternativi per impegnare le loro giornate, che sia la scuola, la palestra etc., ecco che finiscono con l’aggregarsi in bande, in cui esisti e hai un ruolo, solo se pratichi la violenza.

Bisogna partire dalle regole base della buona educazione per indirizzare i ragazzi.

Conoscere le cause e trovare le soluzioni per salvare queste vite spezzate

E a questo punto la parola viene affidata alla Procuratrice De Luzenberger. La dottoressa enfatizza quanto il problema della criminalità minorile sia collegata a quella degli adulti. È quasi uno step fondamentale per iniziare una “carriera” nell’ambito della criminalità organizzata.

Il territorio è sì, un qualcosa da non ignorare. Ci sono interi quartieri in cui il tasso di criminalità è molto elevato. Tra tutti si ricordano il quartiere Conocal di Ponticelli, o ancora il Parco Verde di Caivano (in cui troviamo periodicamente delle gabbie con randagi usati per i combattimenti clandestini). Contesti in cui crescono bambini che dunque faticano a credere nell’esistenza si realtà diverse.

Quali sono i fattori che determinano il destino di un ragazzo che entra nel mondo della malavita? La dottoressa elenca i seguenti:

  1. La scelta personale dell’individuo;
  2. Spesso alle spalle vediamo la presenza di una famiglia disgregata, con episodi di violenza frequenti;
  3. Una scarsa frequentazione scolastica.

Dunque i fattori sono noti, bisogna “semplicemente” intervenire. In che modo? Aumentando il numero di assistenti sociali che operano sul territorio, migliorando il sistema scolastico il cui ruolo è quello di formare e plasmare la mentalità dei ragazzi, uomini del futuro. Bisogna intervenire prima che le situazioni si determino.

Certo ci sono una serie di fattori che influenzano il destino dei singoli, ”ma tutto dipende da noi, da chi siamo e dove decidiamo di andare”. Queste le parole del Presidente dell’associazione US, Nicola Liguori, mediatore dell’evento.

Ne è l’esempio lampante, il giovane Pasquale Mauri, ospite del convegno ed autore del libro “Il figlio del Boss”. 

Tra la sua estrema commozione e la stima mostrata da tutti nei suoi confronti, Mauri racconta la sua storia. Figlio del boss “Vincenzo Settevite“, boss di Sant’Anastasia, ucciso nel 2004, Pasquale racconta come il suo destino fosse quasi già scritto: doveva prendere il posto del padre nella catena.

E invece ecco il suo atto di coraggio, Pasquale sceglie una strada diversa, sicuramente più difficile, ma diversa. Il racconto della tormentata vita del giovane Pasquale è un esempio, esempio di come, nonostante tutto, si possa scegliere la via del bene.

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