L’esplosione dell’emergenza da SARS-CoV2 ha provocato una destabilizzazione di tutti i sistemi su cui si basa lo svolgimento della nostra società. Mentre le nostre vite e l’economia del Paese sono state messe in stand-by, noi siamo stati obbligati a rimodulare tutto ciò che per noi era spontaneo: rapporti umani e abitudini collettive. Ognuno di noi ha dovuto fare i conti con il dovere, per se stesso e per gli altri, di non promuovere contagi, restando a casa. Allo stesso tempo, la riorganizzazione di ogni settore lavorativo, secondo le norme vigenti per il contenimento del contagio, ha indotto gran parte della popolazione a lavorare da casa (per chi ha potuto farlo) e molti altri (lavoratori autonomi in primis) a sospendere le proprie attività, andando anche incontro a grosse difficoltà nella gestione del quotidiano. Nel “lockdown” del Paese è rientrata qualsiasi attività sanitaria, comprese la clinica specialistica e la chirurgia elettiva.

Tutte le forze (personale medico, infrastrutture e materie prime) sono state investite completamente nel fronteggiare la rapida diffusione del virus e le migliaia di pazienti colpiti. Ciò che il SSN si è riservato di garantire come continuità assistenziale tramite Ospedali, Case di Cura e Centri di Riabilitazione sono state le Urgenze. Intanto, però, c’è stata una quota della popolazione che è rimasta fuori da ogni servizio di cui aveva usufruito fino al 12 Marzo. Parlo dei pazienti neurologici, quelli affetti da patologie cronico-progressive (come Sclerosi Multipla, SLA, M. di Parkinson) che necessitano di terapie di mantenimento o di riabilitazione delle autonomie, nonché dei bambini/ragazzi affetti da patologie dello Sviluppo Psico-Motorio, Paralisi Cerebrali Infantili o Disturbi dello Spettro Autistico.

Tutti questi pazienti e le rispettive famiglie si sono ritrovati senza assistenza, con la difficoltà di gestire da soli i loro problemi e con il rischio di andare incontro a peggioramenti. Tornando poi alle Urgenze, paradossalmente, anche chi rientrava nella categoria (es. pazienti con esiti di Ictus ed Emorragie cerebrali) ha subìto lo scotto dell’emergenza in corso. Una volta dimessi però, questi sono stati sottratti al loro diritto di essere immediatamente riabilitati, a causa della chiusura di molte strutture colpite anch’esse dal contagio proprio a causa di pazienti che dagli ospedali, inconsapevolmente, veicolavano altrove il virus. Dal 14 Aprile tutte le strutture riabilitative convenzionate sono state catapultate in una fase due con un piano di ripresa progressiva delle attività in Campania. Questo piano prevede che i Direttori Sanitari (DS) selezionino i pazienti più gravi (compresi i bambini di età inferiore ai 6 anni) e assicurino la ripresa dei trattamenti utilizzando tutti i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) del caso, previo screening a tutti gli operatori con Test Sierologici e semplice Triage telefonico ai pazienti.

Il tutto con la piena collaborazione delle ASL di riferimento che dovrebbero fornire anche test rapidi e DPI qualora la struttura non ne avesse. Triage telefonico: come può il paziente assicurare al DS di non essere positivo al Covid-19? Non può. DPI: un bambino autistico riuscirà mai a mantenere una mascherina? Probabilmente mai. Test Sierologici: le ASL riusciranno a garantire alle strutture tutto il sostegno necessario? Chissà. Le difficoltà legate a questa fase di riorganizzazione sono palesi. Per una ripresa più sicura delle attività lavorative, l’intera popolazione andrebbe sottoposta ai test sierologici, almeno per avere una visione più ampia dello stato dell’arte dell’infezione, pur non essendo tali test completamente affidabili. I tamponi faringei (test molecolari) sarebbero sicuramente più attendibili, ma andrebbero ripetuti almeno ogni 2 settimane. È difficile avere la certezza di fare bene nel tentativo di riaprirci alla vita mentre ancora attendiamo una soluzione definitiva al Covid-19, e sicuramente tutto questo comporterà dei rischi sia in termini di contagio che in termini di colpa medica. Ma considerando i tempi necessari per lo sviluppo e la validazione di un vaccino, riprendere in carico pazienti che necessitano di assistenza riabilitativa diventa d’obbligo, sperando di poter salvaguardare sia loro che i rispettivi operatori.

di Patrizia Maiorano
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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