Costantino: il segno del cristianesimo

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Costantino il Grande, imperatore rivoluzionario indissolubilmente legato al cristianesimo poiché ne riconosce piena libertà di culto.

Costantino diviene imperatore dopo lunghe battaglie, prima a Ponte Milvio nel 313 d.c. contro Massenzio e poi nel 324 d.c. contro Licinio. Già durante la battaglia di Ponte Milvio, Costantino aveva fatto incidere sugli scudi dei soldati un nuovo segno nell’iconografia militare: una croce.

Celebre è il racconto della notte prima della battaglia nella quale ha la visione del segno. Non è dato sapere se sia realmente avvenuto o se si tratti di una leggenda, ma piacevole scoprire che gli studiosi hanno preso in considerazione la questione andando alla ricerca di riferimenti astronomici che potrebbero giustificare la famosa visione che apparve all’imperatore Costantino 1700 anni fa, il 27 ottobre del 312, alla vigilia della battaglia. Secondo Lattanzio (250-327) la visione sarebbe avvenuta in sogno, mentre Eusebio di Cesarea (265-340) scrive che la croce luminosa sarebbe apparsa in pieno pomeriggio e fu osservata anche da tutti i soldati. Sulla croce campeggiava la scritta «Toutô nika», che più tardi Rufino tradusse Hoc signo victor eris» e che la tradizione trasformò nel più noto «In hoc signo vinces». Tutti invece concordano sul fatto che Costantino, dopo la visione, fece incidere sui labari dei soldati la lettera greca «chi», il simbolo del Dio cristiano.

Tra le discussioni riguardo il segno divino ed altri che si interrogano sulla reale o una opportunistica conversione alla nuova religione, va ricordato che nel 313 Costantino promulgò l’Editto di Milano mediante il quale concedeva ai cristiani libertà di culto.

Proprio a proposito di tale Editto emanato d’accordo con Licinio, alcuni storici hanno sostenuto che nel febbraio 313 non fu emanato a Milano alcun provvedimento formale, ma che l’accordo sarebbe la base di una serie di disposizioni ai governatori delle provincie, con cui i due imperatori da Roma e da Nicomedia cercarono di imporre la tolleranza verso il Cristianesimo nelle aree sotto il loro controllo. Costantino tra il gennaio e il febbraio 313 ordinò che alle Chiese venissero restituiti i beni confiscati durante le persecuzioni e concesse  al clero esenzioni, privilegi, favori. Licinio, il 13 giugno 313 emanò un rescritto (risposta dell’imperatore a un quesito), con cui, mostrava l’intento di attuare la medesima politica in Oriente.

Licinio ricorda che insieme a Costantino avevano valutato come prioritario “la tranquillità comune e pubblica” anche attraverso la pace religiosa, entrambi a Milano avevano confermato l’obbligo che “fosse assicurato il rispetto e la venerazione della Divinità” qualunque essa sia, per tutti e in particolare per i cristiani, “in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità”. Alla base vi è l’idea per cui la libertà religiosa è funzionale ad eliminare i conflitti di culto che sono, a loro volta, condizione necessaria della pace politica e della conservazione dell’unità dello stato, fine ultimo e supremo. Come abbiamo già visto nella precedente analisi, il Cristianesimo aveva ormai assunto un tale rilievo nella società, nell’esercito, nella stessa corte, soprattutto in Oriente, che non era più realisticamente prospettabile un ritorno al paganesimo, se non a costo di un conflitto che avrebbe minato inevitabilmente le fondamenta dell’impero, già scossa da rivalità e lotte  di potere.

Riguardo la conversione spirituale di Costantino è chiaramente impossibile indagare il suo animo.

Abile nel guidare il passaggio da un culto all’altro mediante il sincretismo, sostituì presto il culto a Giove ed Ercole con quello al Sol invictus, che appariva come l’incarnazione e il simbolo dello spirito divino che governa il mondo. Dopo il 312 Costantino rinnegò progressivamente cerimonie e processioni tradizionali pagane anche se l’abbandono del politeismo appare avvicinamento al monoteismo solare prima ancora che a quello cristiano; risultano comunque a lungo intrecciati; Cristo è l’inviato di quel Dio superiore che egli adorava già sotto l’emblema del sole.

Il favore per il Cristianesimo si tradusse in appoggio alla Chiesa e alla sua organizzazione ecclesiastica in sfavore e persecuzione verso eretici e scismatici, come quello dei Donaisti; sarà molto severo anche contro l’Arianesimo tanto da convocare il primo concilio ecumenico della storia della Chiesa nel 325 a Nicea.

L’imperatore, anche attraverso il Concilio, ribadisce il suo presentarsi come tutore dell’unita della Chiesa e garante della sua indipendenza, egli si riteneva responsabile presso Dio in prima persona delle fortune del cristianesimo ed esercitava su tutti i sudditi un premuroso episcopato esortandoli a seguire le vie del culto.

Allo stesso imperatore si deve, per così dire, la giustificazione del potere temprale dei Papi in base alla famosa “Donazione di Costantino”, secondo questo documento l’imperatore aveva donato a Papa Silvestro la città di Roma e l’occidente autorizzando il loro potere non solo spirituale ma anche temporale sui sovrani dell’occidente.

Tale atto trovò anche spazio per una pungente critica di Dante che accusava Costantino di aver provocato con questa donazione la distruzione del mondo, provocando tante nefaste conseguenze per la corruzione della Chiesa al di là della retta intenzione dell’imperatore, che infatti è comunque salvo (cfr. Inf., XIX, 115-117). Ed ancora depreca il potere avocato dal Papa Bonifacio VIII proprio sulla base della donazione. Ma, è noto, che già nel XIV sec. il filologo Lorenzo Valla dimostrò che il documento era in realtà un falso.

Ciò non toglie che i Papi abbiano comunque rivendicato spesso ed ottenuto un potere terreno notevole. Questa circostanza si è palesemente verificata già all’epoca di Federico II detto lo “Stupor Mundi” i cui contrasti con Gregorio IX lo portarono alla scomunica; terribile strumento di cui i capi della Chiesa facevano grande utilizzo al fine di screditare i sovrani agli occhi dei sudditi.

Altro esempio clamoroso e rilevante è quello di Enrico IV costretto a tre giorni di penitenza a Canosa affinché gli venisse ritirata la scomunica fatta da Gregorio VII a seguito della lotta per le investiture.

In epoca relativamente recente, lo stesso Cavour fu costretto a ribadire il concetto di ”libera chiesa in libero stato”, quando l’unità di Italia venne rimandata per l’opposizione del Papa. Come si sa, solo attraverso la breccia di Porta Pia nel 1871 Roma fu congiunta al Regno di Italia, ma il Papa si ritenne prigioniero in territorio straniero. Passeranno molti anni, fino al 1929, quando con i patti Lateranensi fu sancito l’accordo tra Chiesa e Stato.

di Salvatore Sardella

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