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Rileggere e diffondere le parole di Giovanni Falcone non è mai tempo perso
Questa volta mi sono soffermato sul sesto e ultimo capitolo del testo che, nel 1991, Giovanni Falcone ha scritto a quattro mani con Marcelle Padovani.
Negli ultimi mesi l’ho riletto più volte. In alcuni punti è davvero difficile, perché, col senno di poi, non riesci a non pensare che dopo circa un anno dall’uscita del libro sarà barbaramente trucidato insieme ad altre quattro persone.
E la stessa sorte toccherà poi a Paolo Borsellino, pochi mesi dopo.
C’è poco da aggiungere, poco da commentare, ben poco da ricamare. Credo e spero che basti solo citare alcuni passaggi del sesto capitolo, “Potere e poteri”, per condividere spunti di riflessione, anche se alcuni sono molto amari. Il primo passaggio: “All’estero si chiedono sbalorditi come mai lo Stato italiano non è ancora riuscito a debellare la mafia. Se lo chiedono e ce lo chiedono. I motivi sono numerosi. Innanzitutto, oltre alla potenza dell’organizzazione mafiosa, la sua particolare struttura che la rende impermeabile alle indagini: Cosa Nostra ha la forza di una Chiesa e le sue azioni sono frutto di una ideologia e di una sub cultura”.
Leonardo Sciascia, prima, e Isaia Sales, dopo, hanno fornito ulteriori chiavi di lettura del fenomeno mafioso e della sua evoluzione, ma le parole di Giovanni Falcone devono essere contestualizzate e, per me, risultano quasi visionarie rispetto agli avvenimenti più recenti, soprattutto, citando il seguente passaggio: “La paralisi c’è stata quindi su tutti i fronti. La classe dirigente, consapevole dei problemi e delle difficoltà di ogni genere connesse a un attacco frontale alla mafia, senza peraltro alcuna garanzia di successo immediato, ha compreso che, a breve, aveva tutto da perdere… POSSIAMO SEMPRE FARE QUALCOSA: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto. Per evitare di rifugiarsi nei facili luoghi comuni, per cui la mafia…non può venire efficacemente repressa senza un radicale mutamento della società, della mentalità, delle condizioni di sviluppo”.
I successivi passaggi sono stati per me i più difficili da leggere e rileggere.
“Tra i funzionari di polizia e i magistrati, alcuni di coloro che sono stati assassinati, avevano commesso errori di sottovalutazione del fenomeno. Dispiace dirlo, e vorrei precisare che parlo di amici e di collaboratori che credevano sinceramente nel loro impegno antimafia. Purtroppo in questa difficile battaglia gli errori si pagano. Quello che per noi è una professione, per gli uomini di Cosa Nostra è una questione di vita o di morte: se i mafiosi commettono degli errori, li pagano; se li commettiamo noi, ce li fanno pagare… E Rocco Chinnici, si obietterà, il consigliere istruttore del tribunale di Palermo fatto saltare in aria dalla mafia nel 1983, con un’auto imbottita di esplosivo parcheggiata sotto casa sua? Rocco Chinnici non aveva sottovalutato nulla. Competente e coraggioso, proteggeva la propria persona rigorosamente e con grandi sacrifici personali, con scorta e auto blindata. Sì, Rocco Chinnici è il morto più naturale, più normale, l’eccezione che conferma la regola: nella guerra che lo contrapponeva alla mafia, pur adoperando strategie ineccepibili, è caduto in trappola e ha perso la sua battaglia”.
La conclusione del capitolo e del libro, come la frase sopra citata “Possiamo sempre fare qualcosa”, andrebbe scolpita sui nostri monitor (pc, tv, smartphone):
“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.
di Angelo Morlando
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
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