Cosa lasciano le cicatrici di Arturo?

Maria Luisa Iavarone è la protagonista di questa intervista che racconta una brutta storia, ma anche una storia piena di speranza. Andiamo per gradi: chi è Maria Luisa Iavarone? Docente di Pedagogia sperimentale presso l’Università Parthenope di Napoli, una madre ferita come suo figlio, che cerca di sanare il suo dolore attraverso la speranza di un riscatto sociale ed educativo per i nostri ragazzi. Non si è mai fermata: dal 18 dicembre 2017 in via Foria, quando hanno accoltellato suo figlio Arturo, lasciato quasi senza vita da quattro ragazzini, quel pomeriggio di dicembre sotto le luminarie del Natale. Lo racconta molto bene nel suo libro “Il coraggio delle cicatrici. Storia di mio figlio Arturo e della nostra lotta” edito dalla UTET. Un libro che tutti dovremmo leggere, perché si tratta di una lettura civile, un approfondimento utile anche nelle scuole. Un modo di fertilizzare il territorio con una forma di pedagogia di prevenzione. La professoressa Iavarone ha rinunciato ai diritti d’autore perché non lucra sulla sua sciagura.

Ma cosa è successo da quel giorno?

«Da quell’episodio ho incontrato migliaia di persone. Ho stretto mani istituzionali e mani che odoravano di varechina. Sono stata in televisione e ho visitato territori e incontrato tante comunità, fino a fondare un’associazione per il contrasto alla violenza minorile, che si chiama ARTUR».

Un libro scritto a quattro mani, per raccontare come in un attimo e senza nessuna ragione, la vita di un ragazzo per bene e quella della sua famiglia cambia per sempre.

«In queste pagine io racconto la storia di Arturo per come l’abbiamo vissuta noi, per le cicatrici che ha lasciato e le opportunità che ci ha donato, mentre Nello Trocchia, da esperto giornalista d’inchiesta, si è servito degli atti giudiziari, delle intercettazioni ambientali e delle trascrizioni dei colloqui in carcere per scandagliare la realtà che ha permesso tutto questo, tra piccola criminalità e bullismo».

Una storia che presto diventerà una fiction?

«Potrebbe. L’idea è di Gaetano Cerrito, la storia è stata scritta per sequenza e piani lunghi, primi piani e sfondi; il libro ha questo ritmo, quello narrativo filmico. Si presta bene per un docu-film o una breve fiction per raccontare questa vicenda, che si colora di tinte fosche, del dramma della madre e del racconto del ragazzo, come le storie di tutti i ragazzi che finiscono per popolare questa triste narrazione. Sullo sfondo l’abbandono formativo, la devianza e l’abbandono morale di queste famiglie diseducanti».

Dopo tre anni, qual è il bilancio?

«Sono tre anni e tre gradi di giudizio completati, un tempo relativamente breve ma intenso, fatto di eventi, di impegno comunicativo, di denuncia civile, di storia associativa, dentro questa storia ne sono scritte tante altre. Questa è la potenza di questa narrazione che si discosta dai soliti cliché di storie dolorose».

Minorenni che hanno commesso un reato terribile e senza motivo, hanno mai chiesto perdono a suo figlio?

«In realtà, ancora oggi dopo la sentenza di cassazione in terzo grado di giudizio, si è conclusa con ragazzi che continuano a negare le loro responsabilità, anche dopo averle accertate tutte. Siamo in presenza di totale mancanza di resipiscenza. Non hanno consapevolezza dell’accaduto e del dolore arrecato. La vera giustizia sarebbe consegnare questi ragazzi ad una vita più giusta. Il più grande risarcimento che Arturo si può aspettare non è vedere questi ragazzi condannati, non mi interessa la quantità di carcere che faranno ma la qualità della loro detenzione che si misurerà attraverso la loro capacità di redenzione».

E Arturo come sta?

«Domanda complicata. Sta risalendo faticosamente la china di questa vicenda enorme che vive ancora come uno spettro nella sua vita. Ce la sta mettendo tutta, con giornate up ed altre down, sta facendo un percorso psicoterapeutico di accompagnamento, si fa aiutare come è giusto che sia. Deve imparare a convivere con questa ferita non solo fisica. Si è iscritto all’università, studia storia contemporanea, e sta vivendo come tutti i ragazzi una strana stagione della sua vita: il confinamento, la chiusura, la mancanza di opportunità sociali, di sport, di formazione in presenza».

Come docente è favorevole o contraria alle scuole chiuse?

«Assolutamente aperte, per scongiurare l’emergenza cognitiva, formativa. Sono in rotta di collisione con la politica di De Luca, poiché al di là dell’emergenza sanitaria che in qualche modo verrà superata dal vaccino, il dramma che rimane è quello di un Paese fermo sulle politiche educative e dello sviluppo, quelle stesse politiche educative che dovrebbero aiutarci a fabbricare più medici, più infermieri, più educatori e professori competenti».

Che ruolo ha avuto la sua associazione ARTUR e quali sono i futuri progetti?

«Noi abbiamo distribuito le spese solidali, durante il primo confinamento, abbiamo consegnato porta a porta beni di prima necessità, ho toccato realtà di povertà educative notevolissime, farsi un lockdown in un basso napoletano di 30 mq in cinque persone, è veramente complicato. Per quanto riguarda i progetti dell’associazione sono tantissimi, abbiamo ArturLab, che è il progetto che portiamo avanti per i ragazzi a rischio nei quartieri di Forcella e della Sanità; webinar nelle scuole ed altri eventi ed iniziative. La vera attività è quella della prevenzione educativa».

Dove trova tutta questa forza per reagire? Ha mai pensato di lasciare Napoli dopo il dramma di suo figlio?

«Quando si attraversa un grande dolore, puoi lasciarti abbattere, annichilire da questo dolore o avere un effetto paradossalmente contrario. Potevo mostrare a mio figlio un esempio di arrendevolezza, di farmi vedere piegata da lui, ma ho capito che gli avrebbe fatto molto male e avevo il dovere di mostrargli il volto più sano dell’ingiustizia subìta. Ho pensato che l’esempio è la cosa che possiamo trasferire ai nostri figli, non molto di più. Il modo di attraversare il nostro dolore, la nostra vita, il sacrificio, era la migliore medicina per curare quelle ferite. Ho deciso di non andare via, poiché anche questa era una scelta funzionale a questa narrazione. Se lo avessi fatto sarebbe stato interpretato come un segnale di debolezza, al contrario ho voluto dimostrare che io non arretro mai. Napoli non va lasciata nelle mani di queste frange di violenti che praticano il sopruso e l’illegalità. Fino a prova contraria io voglio essere un testimone di legalità, anche a caro prezzo del sangue di mio figlio. Questa è stata una battaglia che ha avuto una declinazione civile naturale, evidente, una scelta alla quale non potevo sottrarmi per cultura, formazione e per appartenenza intellettuale. Con grande dignità ed orgoglio sento di aver fornito un’immagine diversa a quella Napoli dignitosa che vuole alzare la testa e soprattutto non si gira dall’altra parte».

di Fernanda Esposito

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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