Alternanza scuola-lavoro: soldi a discapito della cultura

Alternanza scuola - lavoro

Quale sarebbe la vostra risposta se vi chiedessero dei motivi per cui rimpiangere l’adolescenza? Probabilmente direste che avevate la possibilità di uscire a divertirvi spesso, che eravate spensierati, che non dovevate preoccuparvi del lavoro, della famiglia, dei soldi, che avevate tantissimo tempo per dedicarvi ai vostri hobby e che tutto quello che dovevate fare era studiare, ma che tutto sommato non era poi così male. E cosa fareste adesso se un estraneo si intromettesse nel vostro passato e vi costringesse a lavorare, a sfruttare il vostro tempo per guadagnare, a dedicarvi di meno al gioco e di più ad un impiego prestabilito?

È questo il destino verso cui stanno viaggiando le nuove generazioni, i nuovi adolescenti, costretti da una riforma ministeriale a ridurre le ore scolastiche per dare più spazio alle esperienze di lavoro, che siano essi di una scuola professionale o di un indirizzo meno pratico come un liceo. Tra 200 e 400 è il numero di ore annuali che vanno dedicate all’alternanza scuola-lavoro, di cui molte vanno a sostituirsi alle ore didattiche curricolari. Cosa vuol dire questo? Vuol dire riduzione dei programmi da svolgere, riduzione delle ore in laboratorio, riduzione del tempo libero da dedicare ad hobby e passioni personali.

Un giorno, al mio liceo, assistetti al primo di questi incontri, e sentii dire da un professionista con poca se non assente conoscenza di pedagogia: «L’unica cosa a cui dovete pensare nella vostra vita sono i soldi. Venite a scuola solo per imparare a lavorare».

Certo.. contano solo i soldi – mi son detto – tanto a cosa serve sapere perché Dante è considerato padre della nostra lingua, o chi era Giacomo Leopardi? A che serve chiedersi perché si scatenò la rivoluzione francese, o con quali metodi Hitler ottenne il consenso popolare? A cosa serve conoscere la morte di Giordano Bruno, o il pieno significato della morale kantiana? A cosa può mai servire conoscere l’equazione di una retta, i numeri complessi, o che, come intuì Einstein, la nostra concezione di spazio e tempo non sono corrette? A cosa serve conoscere la fotosintesi clorofilliana o l’ibridazione del carbonio? Perché mai dovrebbero interessare il Grande Fratello di Orwell o i sonetti di Shakespeare? A cosa serve tutto questo, se non produce nulla di utile in questo “fantastico” e “puro” mondo del lavoro? Dedichiamo più tempo a questa scuola impresa, perché tanto questi ragazzi, forti e giovani, devono essere orientati, già a 16 anni, verso l’arte delle professioni, e mai gli venisse in mente di vivere di filosofia, o di studi teorici, perché la cultura non produce assolutamente niente, nulla di convertibile in denaro!

Ci dimostriamo tanto intellettuali ad elogiare nomi di uomini che hanno cambiato la storia del mondo con qualche parola, ma quando si tratta di crescere i nostri figli, gli impediamo di cambiare il mondo, solo per educarli a parlare, con gli attrezzi da lavoro.

di Paolo Acampora

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