Corsa alle difese immunitarie

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È nostra abitudine pensare che uno sportivo sia meno soggetto a problematiche organiche e/o funzionali.

Questo non è del tutto vero perché lo sport agonistico, che dà sicuramente benefici dal punto di vista muscolare, cardiaco e metabolico, sottopone l’atleta a sovraccarico funzionale e a stress fisico a causa degli allenamenti, e se non ben compensato da un adeguato lavoro di scarico e di stretching, può creare delle alterazioni di natura muscolare, tendinea e articolare. In un periodo dove l’emergenza da Covid-19 ha catturato la nostra attenzione, viene spontaneo chiedersi se l’organismo di un atleta sia più “protetto” in termini di difesa immunitaria. È stato dimostrato che mentre un’attività fisica moderata migliora le funzioni del sistema immunitario con una maggiore protezione nei confronti delle infezioni e probabilmente di diversi tumori rispetto a uno stile di vita completamente sedentario, un’attività fisica molto intensa e prolungata causa un indebolimento delle difese immunitarie con conseguente aumento del rischio di infezioni. In uno studio effettuato sugli atleti che avevano preso parte alla maratona di Los Angeles, è stato visto che il 13% dei partecipanti ha sofferto di infezioni delle vie aeree superiori nella settimana successiva alla prova, mentre tra gli atleti che non avevano potuto partecipare alla maratona per vari motivi (escluse le malattie), l’incidenza delle infezioni delle vie respiratorie era solo del 2%. Altre statistiche confermano che sportivi professionisti che praticano un’attività fisica molto intensa (> 70-75% Vo2max) e prolungata come maratoneti, ultramaratoneti e ciclisti, contano molti più episodi infettivi rispetto a sportivi di livello amatoriale. Dopo attività così intense, infatti, si assiste a un calo generalizzato del sistema immunitario, fenomeno definito “Open Window” (finestra aperta). Questa fase ha una durata estremamente variabile (tempi oscillanti tra le 3 e le 72 ore) e lo sportivo viene a trovarsi in una situazione di elevato rischio di contrarre infezioni e in particolare infezioni delle vie aeree superiori.
Le cellule del sistema immunitario (Linfociti T e B) funzionano attivando una risposta nei confronti di un agente infettivo specifico. Dopo un esercizio fisico estremo, il numero totale dei linfociti circolanti decresce a livelli inferiori rispetto a quelli pre-esercizio. Tale diminuzione persiste per diverse ore dopo la fine dell’esercizio stesso ed è accompagnata da una riduzione nel rapporto tra Linfociti T CD4+/CD8+. Sembra, inoltre, che vi sia una minor capacità dei linfociti di attivarsi in risposta a un agente patogeno e ciò sarebbe causato da un temporaneo deficit di espressione del complesso MHC-II e con incapacità di presentazione dell’antigene da parte dei Macrofagi. Per quanto riguarda i linfociti B, ci sarebbe una temporanea inibizione nella produzione di immunoglobuline, mentre le cellule Natural Killer (ad attività citolitica – distruttiva – nei confronti di cellule infettate da patogeni intracellulari come i virus) tendono a ridursi fino al 50%, con ritorno ai valori normali dopo 24 ore. Questa condizione di maggiore suscettibilità alle infezioni suggerisce una “fragilità” dell’atleta nella fase di recupero dallo sforzo fisico e ci dimostra come anche attività tanto benefiche, se portate allo stremo, possono avere effetti contrari e quindi dannosi, a significare quanto il nostro corpo sia una macchina perfetta che si regge su un equilibrio ben definito, ma instabile.

di Patrizia Maiorano

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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