Coronavirus: prove generali per una società sostenibile

informareonline-Coronavirus-ridotta

Il Coronavirus e le misure varate dal governo per far fronte all’emergenza ci hanno messo faccia a faccia con i nostri limiti e le nostre fragilità.

Ci hanno segnalato la presenza di un altro virus, più potente e distruttivo, con due gambe e due braccia, che circa 200.000 anni fa ha iniziato a diffondersi su tutto il pianeta, rubando spazio alla natura. Un virus nei confronti del quale nessuna politica (se c’è stata) si era rivelata ancora efficiente. È arrivato un altro virus ad affrontarlo per dare un po’ di sollievo all’ambiente. Sono bastate infatti poche settimane di quarantena per rendere gli effetti visibili alle rilevazioni e facilmente percepibili.

I primi effetti si sono mostrati naturalmente a Wuhan e poi nel resto della Cina: le rilevazioni satellitari della NASA e dell’ESA hanno mostrato, tra gennaio e febbraio, una marcata riduzione dell’inquinamento atmosferico. Effetti simili non hanno tardato a mostrarsi anche in Italia (il secondo paese più inquinato d’Europa) dove il decreto anti-coronavirus ha introdotto numerose restrizioni per limitare al massimo gli spostamenti, incentivando lo studio e il lavoro in modalità a distanza. In questo modo, riducendo enormemente il traffico stradale, aereo e marittimo, nonché i consumi (e le emissioni) di aziende, scuole e università.

I dati dell’Italia, infatti, suggeriscono un modello simile a quello della Cina: l’ESA ha osservato, tra febbraio e marzo, un calo deciso di biossido di carbonio (NO2) soprattutto evidente nelle regioni settentrionali, pari al 10%.

Si tratta di un gas estremamente inquinante, generato per effetto delle emissioni di mezzi di trasporto, centrali energetiche e complessi industriali. Più silenzioso del Covid-19 ma altrettanto dannoso per la salute, soprattutto per il sistema respiratorio. Secondo lAir Quality Index, causa ogni anno, in Italia, 80mila morti (il numero più alto in Europa). Anche le emissioni di CO2, altrettanto dannose, registrano un notevole calo. L’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), sulla base dei dati disponibili in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto stima che due settimane di riscaldamenti spenti nelle scuole, minor traffico stradale e aereo (ed esclusi i consumi delle aziende chiuse, difficilmente quantificabili) abbiano ridotto l’emissione di CO2 di 428.000 tonnellate.
Considerando che le restrizioni si sono estese su tutta Italia, questo numero si alzerà in modo esponenziale.

A confermare questo trend, i bollettini regionali dell’Arpa, grazie ai quali possiamo valutare l’andamento anche in Campania. Mettendo a confronto la settimana centrale di febbraio con quella di marzo, possiamo notare una netta riduzione di NO2 nel fine settimana, in linea con quanto è stato registrato nelle regioni settentrionali. Nello specifico, a Caserta si passa da una media giornaliera di 25 (domenica 16 febbraio) a 4 (domenica 15 marzo); a Napoli da 40 (domenica 16 febbraio) a 9 (domenica 15 marzo). Situazione diversa nei giorni lavorativi, dove la riduzione è inferiore se non del tutto assente.

Questo fattore potrebbe essere dovuto ad esempio al numero minore di aziende che hanno adottato, o che hanno la possibilità di adottare, lo smart working (utilizzato per lo più dalle grandi aziende, concentrate al Nord) costringendo i lavoratori a continuare gli spostamenti. Ma anche al più recente sviluppo del virus al Sud che rende quindi difficile intravedere già gli effetti delle restrizioni.

Gli studiosi si mantengono cauti, consapevoli che queste variazioni potrebbero essere influenzate dalle condizioni meteorologiche e che ci vorrà più tempo per valutare l’effetto effettivo delle misure di contenimento sulla qualità dell’aria. Però, i tramonti non più oscurati dalla coltre di smog, l’acqua tornata limpida nei canali di Venezia, il ritorno dei fenicotteri e dei cigni a Milano e dei delfini a Cagliari, lasciano ben sperare.

Ma, in fondo, perché interrogarsi su questi effetti? Nel lungo periodo, la riduzione dell’inquinamento potrebbe salvare molte più vite di quante siano state protette dal virus.

Le misure che i governi sono stati pronti ad adottare per affrontare il Coronavirus sono molto più severe di quelle che sarebbero pronti ad adottare per affrontare l’inquinamento atmosferico o il cambiamento climatico, minacce forse meno imminenti che (forse proprio per questo) sembrano creare meno paura. Alla fine del periodo di quarantena, molto probabilmente le sostanze inquinanti torneranno a diffondersi in grandi quantità, annullando del tutto la riduzione delle ultime settimane.

Il Coronavirus ci ha messo faccia a faccia con i nostri limiti e le nostre fragilità. Ha cambiato improvvisamente le nostre abitudini, mostrandoci che un’altra società, più interconnessa e sostenibile, è possibile. Questa crisi potrebbe essere l’occasione per i governi per ripensare alcune modalità produttive, creando nuove e inedite condizioni di lavoro, che da misure di emergenza potrebbero diventare parte della nostra quotidianità; e per imparare a convivere con la natura, riconsegnandole, dopo anni e anni di sfruttamento, parte dei suoi spazi.

di Giorgia Scognamiglio 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020

Print Friendly, PDF & Email