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Anche lo stop delle piccole e medie imprese cinesi potrebbe avere risvolti molto dannosi per la nostra economia.

Nei giorni scorsi sono stato ospite di un grande albergo romano della catena Sheraton. Inevitabilmente, dopo i rituali adempimenti alla reception, e le solite simpatiche battute sulle condizioni attuali di vivibilità della Capitale ma anche di Napoli (che fortunatamente resta sempre nell’immaginario collettivo la città più accogliente d’Italia), si è scivolati su un discorso di drammatica attualità: l’emergenza del Coronavirus. Emergenza che già sta recando notevoli effetti negativi alle imprese della ricettività, della ristorazione e dello shopping. Sin dai primi giorni di febbraio si è, infatti, registrato un numero ingente di cancellazioni e disdette per la sospensione in Cina di tutti i viaggi di gruppo all’estero. Oltre a Roma, da sempre meta turistica molto ricercata in tutte le stagioni, anche Milano potrebbe essere tra le città più danneggiate per il venire meno di un pubblico con alta capacità di spesa che sceglie l’Italia per shopping, fiere e business.
A Milano e provincia, in particolare, secondo i dati dell’ATR, l’associazione “Turismo e Ricettività” in seno a Confesercenti Milano, che raggruppa 150 strutture ricettive dell’area metropolitana milanese per un totale di 7.700 camere e 14.681 posti letto, nel solo nel mese di febbraio 2020 erano previste oltre 40.000 presenze di turisti cinesi che invece si stanno azzerando. Questo equivale a perdite economiche che, secondo le stime, saranno vicine agli 8 milioni di euro nel solo comparto alberghiero.

Questo ovviamente in riferimento all’Italia.

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Ma in Cina?

Per colpa del coronavirus la Cina rischia la recessione economica. Prima l’estenuante e logorante guerra dei dazi con gli Stati Uniti, poi la mazzata finale dell’epidemia. L’economia della Cina, già alle prese con alcuni problemi strutturali e politici, ora deve fare i conti anche con il contraccolpo provocato dall’ultima emergenza sanitaria che ha letteralmente paralizzato il Paese, le cui grandi aziende hanno comunque deciso di prolungare il periodo di chiusura.

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Infatti realtà come Foxcon, Nissan e altri grandi marchi hanno tenuto chiusi i loro cancelli, ma in realtà lo stop delle attività produttive, che avrebbe dovuto terminare in questi giorni, è continuato per imposizione delle attività governative senza nascondere l’ormai consueto aspetto contradditorio che caratterizza le amministrazione del Dragone che, da un lato, critica l’Italia per lo stop dei voli e le drastiche misure di prevenzione del nostro ministero della salute, e dall’altro chiude le porte alle sue fabbriche ben oltre la cinta della città di Wuhan. Anche in città come Shanghai, Ningbo, Zhongshan a detta degli operatori industriali e commerciali cinesi le aziende dovrebbero riaprire tra una decina di giorni.
Vacanze prolungate per i lavoratori come le ha definite il presidente cinese Xi-Jinping, ma che potrebbero nascondere il fondato sospetto di un aggravarsi dell’emergenza sanitaria causata dal nuovo virus. Una minaccia invisibile, capace di allarmismi infondati ma da non sottovalutare, che continua a far parlare di sé per le nuove scoperte mediche e per i danni all’economia. Il mondo del lavoro ormai sempre in ostaggio di un virus capace di colpire al cuore le attività produttive della Cina a cui si affianca il timore dei consumatori nel rivolgersi ai negozi gestiti dai cinesi (un tempo stracolmi di clienti), senza sapere che anche molti dei prodotti assemblati in Europa o altri mercati sono dipendenti della componentistica Made in Cina. E mentre i grandi operatori industriali fanno partire gli ammortizzatori sociali o invocano gli aiuti statali, l’incertezza economica del nuovo coronavirus rischia di abbattersi sulle piccole e medie imprese che, faticando a ricevere gli approvvigionamenti dai propri fornitori asiatici, rischiano di grosso, se non addirittura la chiusura.

Uno spettro che potrebbe incombere anche sui fabbricanti cinesi, che alla riapertura si ritroverebbero oberati di commesse arretrate difficili da evadere nelle programmate stagionalità di vendita, e intanto che il ciclo virale del coronavirus si concluda migliaia di operatori italiani hanno stanziato fondi presso i produttori cinesi, già diverso tempo prima dell’epidemia, versando acconti per finanziare le produzioni della stagione commerciale estiva, che rischia di essere irrimediabilmente compromessa dalla diffusione dirompente del contagio.

di Bruno Marfé e Mario Volpe

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