Come il federalismo fiscale italiano ha mortificato il Mezzogiorno, tra ingiustizie e vergogne

«La cosa positiva che c’è stata è che Zero al Sud è stato letto non solo dalle persone, ma dai sindaci». A parlare è Marco Esposito, caporedattore de “Il Mattino” ed ex assessore alle attività produttive del comune di Napoli. Da anni indaga sull’attuazione di un federalismo fiscale malato che ha completamente distrutto il Sud, intrappolando i suoi cittadini ad una catena infinita di disservizi e mortificazione dei propri diritti. «Il Mezzogiorno doveva sparire perché la questione meridionale si era rivelata irrisolvibile. E allora, con la riforma costituzionale del 2001, si cambiò schema. Non più Mezzogiorno, ma singoli territori, da individuare municipio per municipio, con “minore capacità fiscale”». È così che esordisce Marco Esposito per introdurre anni e anni di ingiustizie, di provvedimenti vergognosi che hanno letteralmente diviso l’Italia in due fette: cittadini di serie A e di serie B. Com’è possibile che una delle più grandi ingiustizie d’Italia sia passata nel silenzio e continui a non creare dibattito? Ne abbiamo parlato con Marco Esposito, ringraziandolo per l’accurato lavoro, monito dei benefici sociali di un ottimo giornalismo d’inchiesta.

Iniziamo con l’analisi del federalismo fiscale applicato in Italia. Cos’è e cosa ha comportato per il Sud?

«L’idea del federalismo fiscale è “diamo a ciascuno i soldi giusti senza sprechi”, misurando i fabbisogni standard, facendo in modo che ciascun territorio paghi quello che gli serve. Sappiamo bene che non tutti i territori hanno la stessa ricchezza e per tale ragione sono stati introdotti dei fondi di perequazione di solidarietà, in modo che ogni amministrazione, partendo da quelle più piccole e via via a salire, abbia integralmente, dice la Costituzione, “tutti i soldi che servono per fare quello che deve fare”. Se ci soffermiamo sull’idea la risposta è semplice: “Mi piace!”. Nel momento in cui si è andato a realizzare questo progetto, chi era al Nord si convinse che il Sud fosse un posto pieno di soldi spesi male. Quindi, andando ad individuare i vari fabbisogni (i costi standard etc.), dagli sprechi sarebbe emerso un tesoretto che poteva essere utilizzato al Nord come al Sud, per stare tutti meglio. Questa era l’idea di fondo, ne erano convinti in tanti anche nel Mezzogiorno».

Quali sono stati i problemi nella fase di analisi di questa bell’idea?

«Il problema è che quando sono andati a fare i conti territorio per territorio, hanno visto che gli stessi servizi costavano di più al Nord che al Sud, quindi come sei noi fossimo più efficienti (non è che eravamo più efficienti, in realtà al nord, per esempio, l’affitto di una cosa costa di più, il costo di un lavoro costa di più). In sostanza non è vero che le cose nel meridione costavano di più. Seconda cosa, ancor più grave, il livello dei servizi era così differenziato che al Sud dovevano andare più soldi.  Quindi ci si è trovati nell’idea che questo federalismo, nato su spinta della Lega, portava clamorosamente più soldi al Mezzogiorno, un vero e proprio controsenso per chi operava al Nord. Per cui, in marcia, la politica ha fatto una clamorosa Svolta U, e per farla dovevano tenere nascosti il più possibile i dati.

Quindi che cos’è successo?

«Primo: la presidenza dell’ANCI spettava ad un sindaco del Sud, in questo caso Michele Emiliano del comune di Bari, ma hanno fatto in modo che ciò non accadesse virando su Graziano Delrio (sindaco di Reggio Emilia). Secondo: hanno fatto in modo di tenere fuori dalla stanza dei bottoni i meridionali e questi ultimi si sono lasciati abbindolare, come se si fossero fidati».

Cos’ha portato tutto ciò?

«Hanno costruito una struttura tecnica in cui, teoricamente, da tecnici dovevano elaborare delle idee, e l’idea di fondo era: “noi non dobbiamo garantire servizi omogenei sul territorio, ma i servizi che ci sono”. Quindi, per entrare nel concreto, prendiamo un campo importantissimo come servizi e accessori della scuola (la mensa scolastica, il pulmino per accompagnare i ragazzi, l’apertura pomeridiana), tutte cose che pagano i comuni, mentre per Costituzione avremmo dovuto stabilire che livello vogliamo di tempo pieno a scuola e poi finanziarlo. Ciò non è stato fatto, anzi si è detto: “Scriviamo una lettera a tutti i sindaci e diciamo “tu cosa fai nel tuo comune?”. E così quello che i sindaci garantiscono nel loro comune diventa livello essenziale delle prestazioni da garantire con i soldi di tutti gli italiani in quel territorio. In sintesi: a Reggio Emilia, finita la scuola, il comune paga le vacanze estive ai ragazzi mentre a Reggio Calabria non c’è neanche la mensa scolastica. Allora il diritto alla vacanza estiva è garantito con i soldi di tutti gli italiani se sei a Reggio Emilia, il non avere la mensa scolastica è garantito con i soldi (non soldi) di tutti gli italiani se sei a Reggio Calabria. E a quel punto, nel momento in cui deve scattare la solidarietà tra la ricca Reggio Emilia e la povera Reggio Calabria, gli devi dare pochissimo. E quindi il risultato ottenuto è che quello che c’era prima è rimasto uguale».

Ma c’è una differenza sostanziale…

«Sì, perché mentre prima era una distorsione nata nel tempo, adesso è diventata la legge costituzionale, cioè stiamo dando a ciascun cittadino il giusto. Questa cosa è talmente forte che, per esempio, sui diritti sociali e assistenza ad un disabile, si sono inventati che se il disabile si trova in Calabria o in Campania il suo diritto vale meno. Quindi, persino se il comune garantisce il servizio, lo devi togliere perché sei calabrese, perché sei campano, in modo di portare il livello alla spesa medio-bassa del territorio. Questo è assolutamente folle. Lo hanno fatto di nascosto, il primo che se ne è accorto sono io. Ho pubblicato e documentato minuziosamente questo scandalo nel libro “Zero al sud”, e ciò non è stato smentito da nessuno».

Parliamo di un altro strappo nella Costituzione: il taglio del target perequativo. Cos’è e come ha influenzato i comuni del Sud?

«È una delle cose più assurde. La costituzione è chiarissima e dice che va integralmente finanziato quello che è il diritto riconosciuto. Loro avevano riconosciuto un diritto più basso al Sud. Ciò nonostante, anche se più basso, nel Mezzogiorno ci sono posti così poveri che comunque devono ricevere qualcosa. Allora, al momento di staccare l’assegno alla solidarietà, siamo nel 2015, si inventano lo “Sconto”, ovviamente senza nessuna controparte dato che il Sud era assolutamente assente. Lo vide da una parte il presidente dell’Anci, che non era più Delrio, ma Fassino (sindaco di Torino), dall’altra parte il presidente del Consiglio Renzi (il regista dell’operazione Delrio – Emiliano citata prima) e, quindi, con un accordo forte la consulenza fu affidata a Marattin, uomo di Renzi. L’idea che hanno elaborato è: “non scriviamo integralmente, come c’è nella Costituzione, ma diciamo che va integralmente finanziato il 45,8%”. I comuni del Sud hanno accettato così. Anche questa cosa l’abbiamo cambiata. Adesso non è più fisso 45,8% che poi portarono a 50%, adesso è graduale, cioè questo 50% salirà gradualmente fino al 100% nel 2030. Ciò è sempre una fregatura però almeno il principio di gradualità è diverso, portandola a compimento lentamente».

Ci parla della sua inchiesta sui fabbisogni standard dei comuni e lo scandalo degli “zero” per gli asili nido?

«Quella è la prima cosa di cui mi accorsi. Sapevo che c’era questo processo molto tecnico in corso e c’erano tanti servizi da analizzare. Io aspettavo i dati dei vari servizi fino a quando prendo il Comune di Napoli e penso: “quale può essere il comune più simile a Napoli per fare un confronto?”. La risposta mi risulta semplice: Torino, leggermente meno abitanti, ma comunque un capoluogo di Regione. Vado a vedere il fabbisogno riconosciuto e risulta maggiore a Torino rispetto a Napoli, quindi un torinese aveva più diritti di un napoletano. A quel punto cero di capire com’era possibile e vado a vedere voce per voce, e nelle varie voci i valori non erano così diversi. Su due voci, però, c’erano differenze molto forti: gli asili nido e l’istruzione. Cerco di capire questa cosa e nella spiegazione loro dicevano che per tutte le voci avevano seguito un certo criterio. La sostanza era che per quelle due voci il fattore principale era quanto tu avevi speso in passato. E, quindi, Torino sugli asili nido e sull’istruzione aveva speso circa il triplo di Napoli e di conseguenza aveva un diritto superiore. A quel punto, vado a vedere altri comuni e trovo Giugliano, terza città della Campania, il suo diritto degli asili nido era Zero. Non era solo Giugliano, c’erano Casoria, Portici, Ercolano, e questa cosa era talmente clamorosa che in effetti il governo si scosse abbastanza, tanto che Renzi venne al Mattino dicendo di voler cambiare i numeri e dare soldi ai comuni per costruire asili. Quello che mancò, rispetto agli articoli de “Il Mattino”, parliamo del 2014, fu la reazione della società civile, cioè non ci fu un sindaco di questi comuni che disse “Cosa succede?”, non ci fu un’associazione territoriale, un’associazione genitori, un’associazione di insegnanti, non ci fu una reazione. Noi su questo tema non siamo esistiti, finché non è uscito “Zero al Sud”».

Arriviamo al Fondo di solidarietà comunale. Come è stato utilizzato questo fondo che dalla solidarietà è finito ad essere un sacco da cui, paradossalmente, attingeva lo Stato.

«Nella Costituzione è indicato espressamente che vanno definiti i livelli essenziali delle prestazioni (Lep), quindi non è soltanto dire “il diritto al lavoro, il diritto alla salute etc.”. La Costituzione, oltre a queste cose, chiede una cosa in più: per esempio, prima si è parlato di trasporti, che significa diritto al trasporto locale? Significa che c’è un autobus al giorno che ti porta a Napoli o un autobus ogni 10 minuti che passa sotto casa? Sono livelli diversi. L’autobus lo devo cambiare dopo 10 anni, dopo 20 o dopo 2? Se non lo definisco, ognuno fa quello che può, che da noi significa poco e niente. Quando lo vado a definire, però, per Costituzione lo devo finanziare, senza sprechi ovviamente. Una volta stabilito ogni quanto cambiare un autobus, devo darti i soldi. Se non lo stabilisco mai, io come Stato devo pormi il problema di andare a finanziarlo. Il Governo italiano, però, questo vincolo non se l’è mai dato: non sono mai stati definiti questi livelli essenziali delle prestazioni. Di conseguenza il Fondo di solidarietà comunale, che dovrebbe rispondere proprio all’esigenza di dire “il minimo va finanziato ovunque”, non diventa vincolato ad un servizio, perché paradossalmente, col meccanismo che loro hanno creato, se un Comune non ce la fa più e chiude una mensa, tu scrivi fabbisogno di mensa “zero”. Il comune di Caserta, che è fallito, ad un certo punto ha sospeso il servizio di autobus e dall’anno dopo ha scritto “fabbisogno di trasporto pubblico locale a Caserta: “zero”. Quindi il servizio garantito diventa zero. A questo punto, puoi andare a succhiare proprio dal fondo di solidarietà comunale perché tanto non è finalizzato al servizio minimo. Non avendo definito i diritti dei cittadini, possono mangiare sulla famiglia con un disabile e, infatti, questo è successo».

L’assegnazione delle risorse alla Sanità avviene attraverso la variabile dell’anzianità. Perché questa scelta, presa all’unanimità dalle regioni, è stata devastante per il Sud e particolarmente per la Campania?

«Una persona anziana si ammala più spesso, quindi una regione dove vivono molti anziani (es. Liguria) ha bisogno di maggior assistenza sanitaria. Ma qual è la trappola? Una regione in cui la gente muore prima perché ci sono meno screening tumorali, c’è più inquinamento ambientale, paradossalmente avrà meno anziani. A lungo, noi campani, abbiamo pensato di essere la regione più giovane perché facendo tanti figli allora siamo più giovani. Tanti anni fa era così, ora no. C’è purtroppo una differenza forte tra sud e nord sulla speranza di vita, mediamente noi viviamo 2 anni in meno. Una persona che si becca un tumore per ragioni ambientali, per esempio, abbassa notevolmente la speranza di vita. Ma quella persona ha fatto lo screening tumorale? Molto probabilmente in Campania no. In un’altra regione probabilmente si sarebbe beccato lo stesso tumore, ma se ne sarebbe accorto prima, con maggior possibilità di guarigione. Ci troviamo quindi in questa trappola micidiale: ci tolgono i soldi sulla Sanità, perché quando devono andare a tagliare colpiscono chi ha meno bisogno, e quindi la Campania che risulta avere meno anziani. In Campania hanno tolto la manutenzione sanitaria, la prevenzione nei confronti delle persone, per cui ci troviamo con gente che si ammala senza soluzioni. Nel frattempo, visto che le nostre strutture sono diventate meno efficienti (con blocco delle assunzioni etc.) quella persona spesso decide di andare a curarsi fuori, giustamente. Quindi, dal punto di vista contabile, tutta la spesa di quella persona sanitaria è a carico della Regione Campania mentre la spesa accessoria (viaggio, residenza) è a carico della famiglia, ma è una spesa che noi teniamo a favore di strutture che si trovano altrove».

Dal momento dell’uscita del libro quali miglioramenti ci sono stati? E cosa può essere ancora migliorato?

«Dopo alcuni ricorsi, fatti al Tar del Lazio da parte di comuni che hanno sposato la causa, cominciarono a cambiare alcuni “Zero” su asili nido e trasporto pubblico locale, già dal 2020. Dal 2021, invece, abbiamo tolto anche le variabili e le differenze sul trattamento dei disabili. Nella legge finanziaria di quest’anno hanno messo 200 milioni che salgono pian piano a 600. Perché pian piano? Perché intanto abbiamo cambiato anche la regola del target perequativo del 45,8%, come spiegato in precedenza. Vedere che un libro riesce a spostare queste cifre è una bella soddisfazione».

Il movimento 5 stelle al governo è riuscito a cambiare qualcosa? Si sono interessati a queste problematiche? Il nuovo governo è più sensibile ad un’equità Nord-Sud?

«Nel caso dei 209 miliardi di Recovery cosa è successo? L’Europa ha avuto molto coraggio a cambiare una regola, indebitandosi come Europa e non come debiti dei singoli paesi. Nel momento in cui facciamo questo debito, come li dividiamo i soldi? Se l’Europa avesse ragionato come si ragiona in Italia, la Germania, che ha il PIL maggiore ed è super efficiente, avrebbe avuto gran parte dei soldi. Invece, ovviamente hanno ragionato diversamente: hanno visto dove c’era maggiore disagio, misurando disoccupazione e PIL bassi. Facendo conti oggettivi e tenendo conto anche della popolazione, è uscito fuori che più soldi andavano all’Italia. Su questa scelta molto hanno influito i tassi e le condizioni del Mezzogiorno. Se l’Italia fosse tutta come Emilia, Veneto, Lombardia, avremmo avuto un trattamento diverso. Dopo di che l’Italia avrebbe dovuto fare il ragionamento che si è fatto in Europa: visto che arrivano questi soldi, soprattutto perché ci sono i ragazzi che non lavorano, problemi di dispersione scolastica, problemi del Sud, si dovrebbero spendere qui».

Come andrà a finire?

«La prima cosa successa è già un trucco: ci hanno detto che comunque al Sud non possono dare solo un terzo di questa cifra, che devono dare di più perché c’è più bisogno, quindi prendono altri soldi e con quelli faranno il Mezzogiorno. I 209 miliardi sono diventati 222, di cui quelli aggiuntivi sono più o meno tutti quanti per il Sud. Più che la percentuale, noi dovremmo puntare sul risultato, cioè se l’Italia decide di costruire finalmente gli asili nido per il 50% dei bambini, come chiede l’Europa, basta vedere dove mancano così da poterli fare».

Ringraziamo Marco Esposito per il bel confronto avuto in redazione e per avere un buon manuale di difesa contro le balle sul Mezzogiorno, vi consigliamo di leggere l’ultima pubblicazione del dott. Esposito: “Fake Sud”.

 

di Antonio Casaccio e Donato Di Stasio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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