COPERTINA – Sòna ancora: le nuove frontiere del cantautorato napoletano

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Le interviste di Informare ai cantautori napoletani più in voga del momento

“Ogni mondo è paese” è un detto che la dice lunga sulle chiusure che caratterizzano molte persone e molti contesti. Ma se ogni regola trova conferma e confutazione in un’eccezione, è doveroso raccontare la storia che segue.

Napoli, 13 giugno 2013: nasce La Maschera. Roberto Colella, Vincenzo Capasso, Alessandro Morlando, Antonio Gomez, Michele Mautone, Marco Salvatore sono gli attuali membri del gruppo musicale che sonda e restituisce tra gli accordi oggi più ricercati del panorama musicale napoletano -e non solo.

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Roberto Colella, il frontman della band, ci ha raccontato una storia fatta di curiosità, musica e viaggio. «La Maschera è nata come un’idea cantautorale, anche se definirmi “cantautore” non mi piace. Non mi piace quel cantautorato che si muove su due accordi statici, ci dev’essere una ricerca dal punto di vista musicale. È una questione mia, amo tantissimo la musica e che mi definisco un musicista».

Il mese scorso è uscito il vostro terzo disco: “Sotto chi tene core”. Sono storie di resistenza, raccontate di personaggi di un’iconicità amatoriale e quindi unica come Thomas Sankara, Mirella, Pasquale: una chiamata alle armi, con l’unica arma che valga la pena di schierare: quella della partecipazione umana. Il senso di recluta che estendete al pubblico nel partecipare alla vostra lotta somiglia un po’ alla genesi del gruppo. Cosa combattete?

«È vero, all’inizio mi ritrovai in un contesto associativo a Villaricca, dove fui invitato a partecipare a un festival di musica jazz. In due settimane avrei dovuto presentarmi a suonare con una band. Incontrai Vincenzo e, dato anche il fermento musicale che ci accomunava, iniziammo a “reclutare” quelli che oggi sono i musicisti de La Maschera. Inizialmente eravamo io, voce, chitarra, piano, Vincenzo alla tromba, Marco, il batterista; nel giro di una settimana si aggiunse Morlando, il chitarrista e, dopo un po’, Gomez con basso, contrabasso e sassofono e Michele alle percussioni: oggi siamo pianta stabile.
La lotta, come diceva Thomas Sankara: “Ognuno è responsabile della sua sorte”. Un popolo ha il diritto e il dovere di organizzare la sua rivolta. Noi lottiamo per lo schierarsi. Per me bisogna schierarsi contro la paura di dire le cose. A prescindere ti devi schierare dalla parte del “bene”, che è una ricerca, è opposto alle ingiustizie (che, a mio avviso, oggi sono troppe), è un bene atto a combattere quegli schemi che rendono la nostra società opprimente, a partire da alcune religioni estremizzate, al maschilismo tossico. Bisogna poter parlare di diritti umani mettendoli anche in pratica».

Sondate realtà terrene riportandole in musica e create musicalità anche con le parole più semplici. A quali circuiti interni è riconducibile l’eccezionalità de La Maschera?

«Sicuramente un’attenzione maniacale alle cose, un’autocritica spietata e una grande fiducia reciproca. I nostri primi critici siamo noi. Io con i testi, sono il primo a cui non la faccio buona. È importantissimo avere la consapevolezza che non tutto quello che partoriamo è bello, anzi, e andare verso la ricerca della rarità. Tra le cose che hai partorito, cercare quella che più ti emoziona. A livello musicale cerchiamo sempre di trovare l’armonia perfetta tra tutti, in modo che nessuno suoni addosso all’altro -e ci riusciamo, altrimenti non si esce dalla sala prove-. Raggiungiamo un equilibrio orizzontale tra strumenti e idee: ai concerti nostri, quando capita, c’è sempre un momento di silenzio e questo è un punto ideale da raggiungere, poiché è quello che stai dicendo ad essere forte, non il tono di voce con cui lo dici. Nelle nostre canzoni ci sono sempre due piani di lettura, che è il mio ingrippo da sempre: ovvero mettere il testo e il sottotesto. Il sottotesto ti racconta una cosa che mi riguarda e il testo, invece, quello che può riguardare te. All’inizio sono state fondamentali l’inconsapevolezza e l’immaturità del principiante, ci hanno dato la spinta per scrivere canzoni come “Pullecenella”, che con le parole più semplici narrano l’antieroe napoletano. Siamo al terzo disco in cui ci sono tutte storie che mi hanno toccato da vicino e mi hanno colpito. L’altro giorno sono andato a casa di Mirella, abbiamo chiacchierato per ore. Mi piace nutrirmi di queste cose, perché ti permette di stare sempre con le antenne dritte, di cercare sempre e questo è un ingrediente importantissimo»

Come definiresti il panorama musicale napoletano, oggi? Credi che La Maschera vi abbia apportato un cambiamento?

«Mediterraneo. Secondo me è qualcosa che sta accogliendo tantissimo e buttando fuori parecchie cose. Credo che noi, in qualche modo, ci stiamo ritagliando una porzione interessante, stiamo salendo dei gradini, ma di un certo tipo. Invidio chi ha la capacità di scrivere tantissime cose, io ne ho pochissime, ma ne sono straconvinto. A Napoli vedo un bel fermento, a livello artistico mi sembra di vivere una sensazione di rinascita. Ho la sensazione che a livello strutturale, invece, stia regredendo, in quanto mancano strutture per far fiorire, quindi tutti vanno a Milano, a Roma, non ci sono strutture che investano economie importanti affinché il made in Naples arrivi in tutta Italia, come etichette indipendenti che ci sono a Roma e a Milano, sostenute dalla forza delle major, qui spesso “vengono a prendere e portano a Milano”. Inoltre, oggi fare musica a Napoli è complicato, soprattutto dal post covid molte attività hanno chiuso. Ricordo che, all’inizio, quando scendevo per strada a Napoli era pieno di posti in cui suonare, oggi no. Un/a giovane che vuole sperimentare dal vivo, non ha le stesse possibilità. Certo, c’è il farsi conoscere sui social, ma questa è un’arma a doppio taglio, perché non ti alleni alle esibizioni dal vivo, al rapporto con l’altro. Quello che posso dire, è che molto sta nella definizione di chi vuoi essere, anche noi abbiamo incontrato delle difficoltà, ma abbiamo sempre avuto uno spirito positivo e combattivo. C’è una frase a me cara di Nelson Mandela che recita: “Io non perdo mai. O vinco, o imparo.” Da questa prospettiva, se per qualcuno stai perdendo, per te stai imparando qualcosa, e va bene così.
Se fai musica per lasciare una traccia, tutto il resto passa in secondo piano. Il mio pensiero più grande è lasciare una traccia sulla terra, mia e di tutte le persone che ho incontrato».

Dario Sansone, frontman dei Foja

S’agita l’aria come vento che è forte e sbatte, stravolge l’anima entrando dalla finestra e porta la rivoluzione con sé. Si aspetta la musica per le strade di notte, restando guardinghi sotto cieli di carta. Solo musica e miracoli. Ed al giorno ritornano, come musica, i Foja con il loro ultimo album “Miracoli e Rivoluzioni”, un piccolo e mansueto fiore riportato all’alba dal vento. Sono cambiate tante cose dal loro esordio, datato 2011, con l’album “ Na Storia Nova” ma, ancora, qualcosa rimane invariata. L’anima è sempre la stessa, come ci spiega Dario Sansone, cantante e frontman dei Foja. «Fondamentalmente nell’animo siamo gli stessi ragazzi di sempre anche se ad alcuni sta spuntando la barba bianca ed altri hanno dei figli» – ci dice scherzando.

Da qui parte poi subito un viaggio nei ricordi della band: «Quando abbiamo iniziato nel 2006, Napoli veniva dalla delusione degli anni ‘90 e quindi si cantava poco in napoletano. Quasi ci deridevano per questa nostra scelta che è stata in realtà una scelta naturale poiché scrivere in napoletano è il modo più sincero che io conosca. Rispetto ad oggi tutto era più complicato e costoso. Poi, finalmente, è arrivata questa produzione nel 2011 e da lì è nata una magia che ci ha portati a responsabilizzarci nel tempo rispetto al pubblico e soprattutto rispetto a noi stessi. È anche per questo che l’ultimo disco è stato più pazzo dei precedenti e mi auguro che il prossimo sia ancora più pazzo. Questo perché – spiega l’artista – non ci piace ripeterci: abbiamo il nostro sound storico, ma ci piace anche svincolarci da quello che siamo. Bisogna sempre sfidarsi altrimenti “se more”».

Quella dei Foja è quindi una musica che sa sempre sfidarsi e trasformarsi: eternamente mutare per restare sempre così autentica. Resta sempre aggrappata a questa città, una musica che serpeggia per i vicoli e che totalmente si identifica nella cultura napoletana. «Noi siamo così perché siamo napoletani e non potremmo essere altrimenti, è nelle nostre vene». L’aria di questa città, la sua realtà, è un’influenza molto forte per coloro che la camminano e la vivono ogni giorno. «Questa città però sembra stia sempre più spesso diventando una cartolina. Questa cosa inizia ad irritarmi poiché ho la sensazione che la “napoletanità” stia diventando più un’attitudine, quasi una moda, piuttosto che una cosa reale e sincera. Si vende un’immagine troppo “global” di Napoli e del suo centro storico dimenticando poi le tante sfumature ed i tanti problemi di questa città – dice passionalmente Dario – Napoli va sviscerata ed ha una così grande nobiltà culturale che è complicato essere napoletano. Non è che ti svegli una mattina e sei napoletano, scrivi in napoletano. Prima di scrivere una canzone devi sapere che stai facendo qualcosa di importante. È una responsabilità». È fortissimo quindi il legame che unisce i Foja alla città di Napoli. Un rapporto che è molto cambiato nel tempo e che ha visto germogliare, intorno al gruppo, una vera e propria scena che oggi colora le strade di questa città alla quale i Foja sono particolarmente affezionati.

«Quando abbiamo iniziato noi non c›era nulla, era un campo di battaglia. Per questo dopo l›uscita del nostro primo disco ho voluto portare in etichetta Tommaso Primo, La Maschera e altri. L›ho fatto perché per me era importante portare una scena di persone che potessero lavorare insieme, non comunicando allo stesso modo, ma rivolgendosi allo stesso pubblico e raccontando determinate cose. Abbiamo voluto dare subito una mano a chi stava cominciando per non fargli vivere quello che abbiamo vissuto noi. Siamo quindi molto consapevoli di ciò che sta musicalmente accadendo a Napoli e della scena che si è creata negli anni. Ricordo che io e Claudio (Gnut) quattro o cinque anni fa portammo avanti un progetto che si chiamava “Tirabusció” nel quale invitavamo tanti artisti di Napoli ad esibirsi ed a conoscersi».

Una scena napoletana che deve quindi tanto ai Foja e soprattutto tanto alle iniziative individuali. Una città, quella di Napoli, così ricca di risorse che puntualmente non riesce a sfruttare come dovrebbe. Una città che non riesce a trovare luce fra i diamanti del suo territorio. «Quello che mi sorprende di Napoli è quanto non riesca da sola a trarre vantaggio dall’essere Napoli» – conclude Dario Sansone. «Molti grandi artisti del passato hanno avuto produzioni fuori dalla città di Napoli: Pino Daniele era prodotto da Willy David che era bolognese, per esempio. Noi artisti, per quanto possiamo impegnarci, non possiamo da soli rompere questo muro. Qui a Napoli non ci sono strutture, non ci sono mezzi. Non c’è la capacità di creare industria nella propria città».

A67, vincitori della Targa Tenco per il miglior album in dialetto

Degli ‘A67 abbiamo già parlato un po’ di tempo fa. Ve li abbiamo presentati,
abbiamo parlato della loro storia e dell’ottimo prodotto musicale che portano. Oggi è tornato il momento di chiacchierare col frontman del gruppo Daniele Sanzone, dal momento che con il loro ultimo disco, “Jastemma”, hanno vinto il premio Tenco come miglior album in dialetto.

Come nasce “Jasemma”?

«Jastemma è un disco che nasce in piena pandemia, nel lockdown. Ci siamo chiusi in studio avvolti dal silenzio e dalla morte che attanagliava il mondo. La nostra volontà era quella di fare un disco tutto suonato, dal forte sapore blues: un genere che amiamo e ci rappresenta. Quasi istintivamente ci è venuto in mente di parlare d’amore, come se al mondo non ci fosse nulla di più importante in quel momento tanto drammatico. La copertina l’abbiamo affidata al maestro Mimmo Palladino. Poi abbiamo pensato di affidare i brani a uno o più scrittori che lasciandosi ispirare hanno scritto racconti e poesie, creando una vera e propria antologia che è in allegato al disco. Ci sono nomi del calibro di Nicola La Gioia, Loredana Lipperini, Viola Ardone e tanti altri».

Il pubblico come ha accolto il nuovo disco?

«In modo entusiasta. Stiamo ricevendo un sacco di feedback, fan che ci scrivono completamente presi dal nuovo album. Album che rispetto al precedente ha bisogno di qualche ascolto in più, essendo quasi tutto suonato non è di facile presa. È un disco che, però, una volta entrato nell’anima non ne esce più. Anche la stampa non è stata da meno, abbiamo avuto un sacco di recensioni positive».

Con questo album avete vinto il Premio Tenco per il miglior album in dialetto, cosa sarebbero gli ‘A67 senza il napoletano?

«Il dialetto è la nostra identità, tutto ciò che siamo. Nel penultimo album abbiamo scritto anche in italiano, anzi è stato il disco con la più grande concentrazione di pezzi in lingua. Per questo album, che doveva essere vero nel suono e nella parola, ci è sembrato naturale scrivere nella nostra lingua madre. Il Napoletano è una delle poche lingue al mondo che permette di raccontare i sentimenti nella loro pienezza».

Quale è stata la vostra reazione quando avete scoperto di aver vinto?

«Siamo impazziti. Sapevamo di essere entrati in cinquina. Proprio perché il dialetto napoletano la fa da padrona, spesso in questa sezione del Tenco si lotta tra napoletani. Ma quest’anno con noi concorrevano anche una cantante siciliana bravissima e Davide Van De Sfroos, ma anche Nino D’Angelo e James Senese. Quindi non pensavamo di farcela contro due pilastri della musica napoletana».

Oggi il dialetto è appannaggio soprattutto dei neomelodici, la musica napoletana classica è una categoria sempre più di nicchia. Come è accaduto questo?

«Probabilmente per il resto dell’Italia la musica neomelodica è semplicemente quella che fa più rumore. Sono finiti gli anni ’80 di Senese, Daniele, De Piscopo sono finiti. È l’effetto della globalizzazione, delle mode nel quale ci siamo sempre più italianizzati.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, fatta di una Napoli che resiste rappresentata dai Foja, dalla Maschera: una musica napoletana forse un po’ di nicchia, ma che va avanti con grande orgoglio. Nei neomelodici non vedo nessuna accezione negativa, come in ogni genere musicale esiste il buono e il cattivo. Purtroppo sono stati sdoganati da serie, situazioni e programmi trash, però c’è tanta qualità anche in quell’ambito».

Quali saranno le conseguenze del premio?

«Saremo premiati al teatro Ariston a Sanremo e di conseguenza ci esibiremo lì. Mettere piede in quel teatro fa sicuramente effetto.
Noi a Sanremo ci siamo stati anni fa, ma a “Sanremo off” che era una rassegna che si teneva fuori dall’Ariston. La premiazione si terrà il 20 ottobre e sarà trasmessa su Rai 2».

Ci sono ancora altri obbiettivi che volete perseguire?

«I sogni sono come l’orizzonte, più ti avvicini e più si allontana, ma alla fine è ciò che ti spinge a camminare. I sogni ci motivano e noi siamo motivati a fare dischi sempre più belli, prodotti che nascono non dal desiderio di compiacere un pubblico ma dal bisogno di raccontare qualcosa. Soprattutto spero di continuare a fare musica insieme ai ragazzi, poi i riconoscimenti possono arrivare o no, a noi basta fare buona musica».

Intervista a Tommaso Primo

Di Tommaso Primo sappiamo che ama definirsi un Tropicalista Neopolitano, lui è sulla scena dal 2011.

Fin da subito sceglie la lingua napoletana per comporre i suoi brani, perché, come ammette lui stesso, è la lingua che più di tutte riesce a farlo esprimere.
Con Gioia, brano del 2013, riesce ad imporsi, con forza, come nuova voce nel panorama della musica napoletana. Adesso possiamo definirlo un vero e proprio veterano, ha all’attivo quattro album, ed è attualmente in tour con il suo ultimo lavoro “Favola Nera”, un album che con musica dolce racconta storie amare. Gli abbiamo chiesto la sua visione sulla nuova scena musicale napoletana, lanciandogli anche una provocazione finale.

In una vecchia intervista che ci hai rilasciato hai detto che questa scena non insegue il capitalismo musicale, allora, mi viene da chiederti, cosa insegue veramente questa scena musicale? Cosa ricerca con la propria musica?

«È una scena nata dall’esigenza di un ritorno al suono acustico, alle radici perdute. Nasce a Napoli, acmetà del secondo decennio degli anni ‘00, dopo quasi vent’anni di neomelodici e musica house.
Punta alla genuinità, alla continua ricerca di animi affini. È la realtà più vicina al tropicalismo sudamericano che ci sia in Italia. Nonostante tutto, vive ancora un po’ lo snobismo culturale, tipico dello stivale e di una certa intellighenzia cittadina. Ma siamo rocce e le rocce si sa, sopravvivono ai cliché».

Quali sono le tue maggiori influenze musicali?

«Ho ascoltato, visto e letto tanto. Oggi sono molto geloso dei miei riferimenti artistici che vanno da Caetano Veloso ad Akira Toriyama, da Pino ai The Chemical Brothers, da Concato a Gabo Marquez. Mondi surreali che si incontrano».

Molto spesso, nell’immaginario collettivo, la musica napoletana è associata solo alla musica neo-melodica. Pensi che questo “pregiudizio” abbiamo avuto ripercussioni anche sulla vostra scena musicale? Oppure la musica neo-melodica è una fonte da cui attingere anche per voi?

«A volte, in giro, gli addetti ai lavori che non mi conoscono mi chiedono: neo melodico? Sembra la scena di Troisi dell’emigrante. Io non ho ancora risposto sì, però».

Intervista a Gnut

Informareonline-gnutLa prima domanda che vorrei farti riguarda il tuo rapporto più intimo che hai con la musica. In particolare, con quel tipo di musica che riesce a riportarti indietro del tempo, nei ricordi della tua infanzia. Che tipo di musica era e come riusciva ad accarezzarti i pensieri quando eri più piccolino?

«I primi ricordi che ho con la musica e le emozioni che genera, sono sicuramente legati alla Fiat Uno di mio padre e alle sue audiocassette con le canzoni di Sanremo di quegli anni. Ricordo che amavo Toto Cutugno, Ricchi e Poveri e le sigle dei cartoni animati. Amavo ascoltare mio padre canticchiare in macchina mente guidava fumando una sigaretta.»

Oggi trovi che molte canzoni siano corrotte dal tempo che passa e dall’indifferenza generale? Come può oggi la musica alleviare le sofferenze, coinvolgere diverse anime e trovare nuovi orizzonti di espressione?

«Credo che ognuno cerchi e trovi la musica di cui ha bisogno. Il mercato è sicuramente saturo e in crisi ma sono convinto che esistano comunque i presupposti per trovare il modo per esprimersi e comunicare in musica. Le belle canzoni sono più forti di ogni difficoltà».

Qual è stato il tuo primo pensiero quando ci siamo ritrovati in emergenza sanitaria e con la conseguente chiusura di locali e luoghi di socialità?

«Come prima cosa ne ho approfittato per riposarmi per la prima volta dopo vent’anni sempre in giro a suonare. Poi vivendo di musica ho dovuto trovare soluzioni alternative ai live per sopravvivere e quindi mi sono dedicato a delle produzioni artistiche di album non miei, al mio nuovo disco che uscirà in autunno e a laboratori on line sul songwriting. Dal punto di vista lavorativo è stato comunque un bel periodo molto stimolante».

Musica dopo l’emergenza sanitaria: l’estate sta portando tante serate in compagnia della tua musica. Come descrivi il riavvicinamento con il tuo pubblico dopo due anni di serie difficoltà?

«Tornare a suonare dal vivo è stato meraviglioso. La musica è condivisione ed i concerti sono il modo più bello per comunicare con chi ha voglia di ascoltare la tua musica. Mi sento fortunato e mi fa stare bene».

Intervista al duo Fede ‘N’ Marlen

Nasce nel 2013 il duo Fede ‘N’ Marlen, all’anagrafe Federica Ottombrino e Marilena Vitale, due voci che cantano all’unisono, accompagnate quasi sempre dai loro strumenti: chitarra e fisarmonica. “Terra di Madonne” è il loro ultimo lavoro discografico.
Le abbiamo intercettate poco prima di un loro live a Firenze: perché Federica e Marilena cercano sempre di portare fuori il territorio campano la loro musica. Ci hanno raccontato come nasce il loro sodalizio musicale, come riescono ad essere una pur rimanendo saldamente due.

Iniziamo subito con una domanda introduttiva: è meglio chiedere chi è o chi sono Fede ‘N’ Marlen?

«Noi siamo sicuramente per il “chi sono” Fede ‘N’ Marlen, perché è una cosa a cui abbiamo tenuto fin dall’inizio. Abbiamo scoperto, infatti, di quanto si possa restare un individuo singolo e sostenersi a vicenda senza perdere la propria identità, questa è una cosa rara soprattutto per i duo in generale, quindi è una cosa che rivendichiamo a gran voce. Questa amicizia, umana e musicale, nasce nove anni fa, anche se in realtà ci conoscevamo da molto prima, sin dai tempi dell’università. Poi ci siamo rincontrate al momento giusto. Noi crediamo tanto alla fortuna, ma una fortuna che va cavalcata, noi siamo riuscite, da questo incontro, a far nascere qualcosa di credibile».

Nei vostri brani è frequente l’utilizzo sia del napoletano che l’italiano, ma anche di altre lingue, come il francese e lo spagnolo. Da dove nasce il vostro stile?

«Entrambe abbiamo ascoltato molta musica differente, più che generi ci piacciono delle canzoni, dei cantautori, delle personalità. Abbiamo fatto indigestione di Caetano Veloso, Adriana Calcanhotto. Ma abbiamo ascoltato anche musica contemporanea come Levante, Elisa, quindi voci femminili che avessero tutto un mondo intorno. La scelta di utilizzare varie lingue nasce da ciò che siamo, dai viaggi che abbiamo fatto. All’inizio scrivevamo molto in napoletano, poi in italiano, ma nell’ultimo disco abbiamo introdotto anche il francese, lo spagnolo, questo nasce dal pensiero che le parole non sono solo un significato ma hanno anche un suono, quindi pensiamo che ogni lingua abbia in sé in linguaggio».

Per quanto riguarda invece la scena napoletana attuale, quanto di Napoli c’è nella vostra musica? Quanto vi sentite parte di questa nuova scena musicale?

«La parola “nuova” è un po’ strana per noi, sono parecchi anni che suoniamo a Napoli, abbiamo cercato di farlo sempre con verità e basandoci sulle nostre forze. Forse a Napoli si cerca poco di uscire da quella zona confortevole che è appunto la città, si cerca poco di allontanarsi dal pubblico napoletano. Anche perché la napoletanità nella musica non è solo cantare in napoletano, ma anche un certo atteggiamento sul palco o il rapporto con i fan. Quindi è bello quando questo lo puoi portare fuori dal tuo circuito, viaggiando».

Nonostante il periodo pandemico, è bello sottolineare come molti artisti della scena sono tornati con della nuova musica, con nuovi album e di conseguenza anche con nuovi concerti dal vivo. Come vedete questa ripresa della musica dal vivo?

«Di sicuro la pandemia ha costretto a tenere molti dischi nel cassetto, terminato questo periodo siamo usciti un po’ tutti con dei nuovi lavori. C’è stata una buona selezione natural: alcuni artisti sono scomparsi, altri invece sono rimasti sulla scena. Tutte le crisi danno sempre la possibilità di chiedersi se si vuole continuare realmente a fare una cosa. Sicuramente stiamo ancora un po’ brancolando nel buio, non è tutto come prima, stiamo cercando un po’ tutti di reinventarci, però è bello che ci sia un rinnovato entusiasmo nella musica, che è nutrimento dell’anima».

Intervista a Peppoh

Informareonline-PeppohRiavvolgiamo il nastro. L’Italia entra in lockdown, le attività sociali sono sospese, ci si vede in videochiamate a distanza. Ti ricordi la prima cosa che hai pensato in quei giorni sapendo che per un periodo indefinito non potevi più suonare e cantare dal vivo?

«Pensai che fosse una situazione momentanea, qualche settimana di pausa. Poco prima del lockdown, avevo un pezzo, “Chesta Nott”, che girava sui social del Barcelona F.C. in occasione della loro trasferta a Napoli per una partita al Maradona. Eravamo contenti di avere i nostri nomi sulle bocche di tutti. Quando invece il periodo si è allungato, fino a diventare un periodo indefinito di emergenza sanitaria, l’ho vista nera. Per noi, che campiamo di musica live, era il pane quotidiano esibirci davanti ad un pubblico. È stata davvero brutta, ho pensato che dovessimo aspettare una rinascita. Ho cercato di capire come fare nuova musica. Già nel primo lockdown, insieme a DJ Cioppi, la reazione è stata quella di fare uscire musica per i nostri ascoltatori. Purtroppo per il mio album “MOOD Street”, non si sono create le condizioni per girare dal vivo. Una situazione non idonea per esprimere al meglio la potenzialità del nostro nuovo progetto. È stata una mannaia, soprattutto per quanto riguarda i costi. Ci siamo dovuti ridimensionare».

Cosa ne pensi della musica d’autore oggi? Può trovare nella sua produzione, un campo dove potersi espandere?

«La canzone d’autore sta avendo una sua nuova rilevanza. Dopo la pandemia sta tornando ad avere un suo peso e tante persone stanno tornando a familiarizzare con il cantautorato. Certo è che, messa nell’ottica di mercato, la musica d’autore non è competitiva.
Nel nostro mercato musicale, o sei dentro o sei fuori. Chi ha voglia di mettersi in gioco e di raccontare storie, trova comunque un grande campo di lavoro: la musica d’autore può dialogare con l’indie, l’hip hop, il rap. Ovvio che, a seconda della destinazione, può trovare via via regole e leggi non scritte completamente diverse. Prima ti dicevo che la musica d’autore può dialogare con il rap e con le sue ramificazioni: appunto Kendrick Lamar con il suo nuovo album Mr. Morale & the Big Steppers, ha confermato che ci può essere cantautorato laddove di solito non c’è. In Italia, mi viene di ricordare autori come Marracash».

Intervista ad Andrea Tartaglia

Informareonline-tartagliaCome hai affrontato i lunghi periodi di lockdown degli anni scorsi personalmente e musicalmente parlando?

«Sono chiaramente stati anni duri, anche se il primo lockdown sono fortunatamente riuscito a prenderlo con molta filosofia. Visto che negli anni ho sempre lavorato tanto alla musica, quello è stato un attimo di pausa per riconciliarsi un po con sé stessi, almeno per me, per ritrovare anche quel gusto di fare musica per me stesso, perché cercando di portarla sempre tanto in giro e di farla conoscere al meglio, alle volte si può rischiare anche di perdersi qualcosa. Invece grazie all’isolamento forzato si è riacceso il giusto mordente, sia per quanto detto prima sia perché il contesto sociale nel quale siamo entrati che credo abbia dato a tutti un sacco di spunti di riflessione. Da cantautore mi ha portato a scrivere cose che presto usciranno, come il brano insieme a Jovine “L’uocchie toje”. Visto il tanto odio in giro e i tanti scontri tra le persone, anche sui social che sono spesso lo specchio del lato peggiore dell’umanità, dove la gente litiga per cose inutili invece di affrontare in maniera costruttiva cose ben più importanti, questa canzone vuole portare la speranza di poter vedere un mondo “diverso” proprio attraverso l’incontro e l’empatia che si può ritrovare negli occhi delle persone a noi vicine».

Come credi che la musica d’autore del nostro territorio possa continuare ad esistere senza soccombere alle produzioni meno impegnate e più artificiali che oggi dominano le classifiche?

«Io credo che la musica d’autore possa sopravvivere eccome, non solo nel nostro territorio. La musica, se è sincera, vince sempre, e non mi riferisco necessariamente alle logiche di mercato. Queste musiche appunto “meno impegnate e più artificiali” hanno solitamente una durata breve, sono come un prodotto da supermercato, qualcosa fatto in serie, con un retrogusto di plastica spesso davvero povero di contenuti».

L’affetto e l’interesse da parte del pubblico rappresenta un’alta percentuale del successo della musica d’autore in generale. Come riesci ad avvicinare, a parte con le tue canzoni, le persone ad un sound sicuramente genuino e ai racconti nei tuoi testi?

«Chiaramente l›affetto del pubblico è importantissimo, anzi, si può dire che è proprio il motore di quello che facciamo, anche perché di concerti senza pubblico ne abbiamo vissuti e sono stati alquanto surreali e sterili. Fortunatamente adesso si è tornati alla possibilità di questo scambio reciproco di energie col pubblico che poi porta le emozioni a diventare grandi.Come dico sempre le belle emozioni le puoi vivere anche da solo, ma quelle grandi puoi averle solo con gli altri, e su un palco, quando hai le persone di fronte e riesci ad avvicinarle ai tuoi testi ed al tuo sound penso sia il massimo del coinvolgimento.
Anche sui social, che nonostante tutto restano uno strumento che può comunque essere valido per farsi conoscere ad un pubblico più ampio, cerchiamo di fare una comunicazione che ci rappresenti in toto, senza doverci mascherare, cercando di essere sempre quello siamo.
Perché se fingi di essere qualcun altro probabilmente alla lunga ti trovi in mezzo a persone, cose e situazioni che non sono veramente quelle che ti rappresentano, mentre quando riesci ad essere chi vuoi essere alla fine ti trovi sempre vicino chi vuoi».

di Gennaro Alvino, Tonia Scarano, Filomena Cesaro, Gianrenzo Orbassano, Giuseppe Spada | Ph di Arianna Dimicco

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°232 – AGOSTO 2022

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