Il 20 e 21 settembre gli elettori verranno chiamati ad esprimere la propria preferenza sulla proposta di riforma costituzionale relativa alla riduzione del numero dei parlamentari.

La decisione di accorpare il voto alle elezioni regionali, comunali e suppletive per Camera e Senato, se da un lato appare una scelta sensata – che consentirà di risparmiare risorse pubbliche, di consentire il voto in sicurezza e di favorire la più ampia partecipazione dei cittadini – dall’altro rischia di mettere in secondo piano il dibattito sul referendum costituzionale (già regolarmente sottovalutato e soggetto ad astensionismo) lasciandolo sparire tra i faccioni dei candidati.
Non è la prima volta che il Parlamento, motore del nostro sistema democratico, è oggetto di tentativi di riforma. Soprattutto negli ultimi trenta o quaranta anni. Solo quattro anni fa, il referendum costituzionale che tentava di superare il bicameralismo paritario e la riforma del Titolo V registrò un’alta e inusuale partecipazione (65%) e segnò il fallimento e la fine del governo Renzi. Ora ci risiamo: oggetto della proposta di riforma gli articoli 56 e 57 nella parte relativa al numero dei parlamentari – 400 deputati anziché 630 e 200 senatori anziché 315 – e l’articolo 59, per quanto riguarda la nomina presidenziale di “cinque senatori a vita”.

I parlamentari si sono già espressi a favore della riforma (con ben 533 sì e 14 no) mentre secondo i sondaggi pre-Covid gli elettori favorevoli al taglio sarebbero intorno al 90%. Una percentuale altissima. Nonostante, questa volta, il dibattito sia davvero esiguo e forse non è un caso.

Non c’è la strategia masochista di personalizzazione di Renzi. A spingere verso le urne potrebbero essere solo i sentimenti anticasta e antipolitica, cuore del populismo e del voto di “pancia”; o dall’altro lato e in misura di gran lunga minore, il desiderio di proteggere la Costituzione e la democrazia. Non è un caso che i suoi più grandi sostenitori sono il M5S e Salvini, il cui pensiero è chiaro: chi si schiera contro il taglio dei parlamentari è per salvare qualche poltrona alle spalle degli elettori. Solite motivazioni, solite semplificazioni. Cerchiamo di entrare nei dettagli e di chiarirci le idee.
Il cavallo di battaglia dei promotori della riforma è la diminuzione dei costi della politica. Il risparmio dei cittadini derivante dalla riduzione dei compensi dei parlamentari.
A questo, si accompagna l’idea secondo cui una riduzione del numero “eccessivo” di parlamentari garantirebbe maggiore efficienza, stabilità e velocità. Andiamo con ordine.
Un’operazione del genere è avvenuta nel 2011 con la riduzione dei rappresentanti nei consigli regionali e nel 2014 con l’abolizione (almeno apparente) delle province. Ma i risultati in termini di risparmio e di efficienza sono stati praticamente nulli, incidendo al contrario sul buon funzionamento e sulla rappresentanza politica. Anche in questo caso, stando alle stime effettuate dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiano di Carlo Cottarelli, il risparmio effettivo sarebbe davvero esiguo. Si parla di circa 57 milioni annui, pari allo 0.007% della spesa pubblica. Inoltre, viene da chiedersi: se l’obiettivo è la diminuzione del costo della politica, perché intervenire sul numero dei parlamentari e non sull’entità degli stipendi (tra l’altro intervento molto più semplice e rapido da realizzare)? Ridurre le indennità mette forse troppo a rischio i finanziamenti ricevuti dai partiti e i contributi ai gruppi parlamentari?
Inoltre, si parla di numero “eccessivo” di parlamentari, ma è indubbio quale sia il parametro di riferimento, essendo che il numero rientra nella media europea rispetto agli abitanti. Per quanto riguarda invece l’efficienza, non c’è alcuna garanzia che la dimensione numerica incida sulla qualità dei rappresentanti e sul buon funzionamento del Parlamento. Anzi, è una conseguenza improbabile senza che siano previste adeguate modifiche del quadro istituzionale, in grado di rafforzare il sistema: la tanto discussa legge elettorale (sulla quale non c’è ombra di un accordo), la riforma dei regolamenti parlamentari, il numero e composizione delle commissioni. Insomma, un vero e proprio salto nel buio, con più rischi che garanzie.
Il rischio più concreto è un deficit di rappresentatività. La riforma, infatti, se approvata, allargherebbe la forbice tra singolo parlamentare e numero degli abitanti che servono per eleggerlo (rendendo l’Italia il paese con la distanza più ampia nell’Ue): da un deputato ogni 96.000 abitanti a uno ogni 151.000.

Ma cosa significano questi numeri?

Un ruolo maggiore delle segreterie di partito nella nomina dei parlamentari che sottrae al “popolo sovrano” il diritto di scegliersi i rappresentanti. Un maggiore distacco tra eletto ed elettore. Il restringimento della rappresentanza dei territori, in quanto la rappresentanza politica sarà concentrata nelle aree più popolose, a scapito di quelle con meno abitanti, ma territorialmente più vaste.
Questo significa che un elettore calabrese peserà nelle urne la metà di uno del Trentino alto Adige (in Trentino basteranno 170 mila abitanti per eleggere un senatore, in Calabria spetterà a 335 mila). Ciò che spaventa di più, però, non è la proposta di riforma in sé. Ma la propaganda incentrata sulla diseducazione di massa che mirando alla pancia degli elettori insoddisfatti, affossa i concetti di politica, democrazia e rappresentatività relegandoli esclusivamente al piano dei “costi della casta”.
Ma contrariamente a quanto si pensa, “la casta” non verrà toccata, i veri costi li continueranno a pagare i cittadini. Questo perché ridurre il numero di parlamentari non significa solo ridurre il numero di stipendi erogati, ma significa ridurre il numero di rappresentanti. Coloro che sono chiamati a rappresentare l’interesse dei cittadini.
Cardine della democrazia rappresentativa, già sempre più delegittimata delle sue funzioni da un ruolo del governo sempre più centrale, ma che tanto faticosamente abbiamo ottenuto con la nostra Costituzione. Efficace, avanzata, proprio perché frutto del desiderio di tanti partiti di uscire dall’esperienza della dittatura.
Meno sono i rappresentanti, meno influenza hanno le scelte dei cittadini. Meno sono i rappresentanti, più c’è spazio per l’oligarchia dei pochi eletti.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

 

Print Friendly, PDF & Email