COPERTINA – Pino Daniele, l’intervista impossibile

Pino Daniele - Copertina Magazine Informare Gennaio 2017 Forum di Assago Milano il 22-12-2014 - Photo credit Roberto Panucci

3 anni senza una corda alla chitarra, con un falsetto senza acuti, nel ricordo di una voce leggera che rimbomba ancora nei vicoli e nel ventre di una città. Napoli canta con una nota stonata da quella notte del gennaio 2015. L’intervista impossibile a Pino Daniele è un omaggio al mito e alla persona, alla scomparsa di un uomo che sentiamo ancora dentro e tra di noi, consapevoli che il suo ricordo rimarrà immutato nel tempo, anche grazie all’impegno della Pino Daniele Trust Onlus (www.pinodanieletrustonlus.org) che tutela, nella figura di Alessandro Daniele, il patrimonio umano e artistico che Pino ci ha lasciato.

di Fabio Corsaro

Un’intervista durata 35 anni

19 Settembre 1981 – ore 8:00

Quello che hai di fronte è un muro. Invalicabile ed infinito, come quello che si trova in Germania. Quelli che non l’hanno mai avuto lo chiamano, ingenuamente, il “blocco dello scrittore”, ma non è un blocco è proprio un muro. Partorisci idee dalla mattina alla sera, vedi fatti e fai le tue riflessioni: “questo, stasera lo mando subito all’editore”, poi ti ritrovi davanti alla macchina da scrivere… e si costruisce questo benedetto muro davanti a te. Niente, tutto inutile, le tue dita diventano sterili e le idee palle di carta che finiscono dritte nel cestino del tuo studio. Ti senti in gabbia e hai bisogno di scendere per far prendere aria al tuo cervello, per trovare quella virgola su cui costruire il pezzo che tutti dovranno leggere e commentare fuori dal bar, alla fermata dell’autobus.

Quando finalmente scendi sei guardingo, scruti tutti gli angoli delle strade che percorri. Eppure oggi la città è in festa, ma tu ne hai già parlato nei giorni passati, intervistando una volta il vescovo, un’altra volta il sagrestano, poi quello delle reliquie sacre, poi la vecchietta che ha avuto il miracolo. È chiaro, meglio evitarla quella zona. Allora ti rigiri sul centro storico, quello delle vie romane, i decumani, e delle antichissime basiliche. I vicoli fatti di leggende e sampietrini sdrucciolevoli, di panni stesi e bassi aperti.

Hai bisogno del pezzo e l’ispirazione tarda ad arrivare, tutto è già stato scritto e il muro non lo scavalchi, te lo porti in tasca. Poi decidi di fermarti. Il bar appare come un’oasi dove poter bere il nettare che speri dia due schiaffi alla tua mente ancora addormentata. Basta un cenno al cameriere scocciato, è un linguaggio codificato che solo chi vive questi posti conosce. Di fronte a te il giornale fresco di stampa, non lo apri, sarebbe autocelebrazione. Il caffè arriva in un involucro cocente, più che attendere che si freddi la bevanda devi aspettare che si freddi la tazza. Niente, immobile come una roccia, vorresti sudare e nemmeno ci riesci. Al tuo fianco suona una chitarra.

 

Pino Daniele e la sua Band del 1981
Pino Daniele e la sua band del 1981

 

“Ci mancava solo il gruppo di scugnizzi, addio buone idee” pensi scocciato mentre dietro di te, ad un altro tavolino, questa banda di ragazzi ride e scherza facendo eco nel bar vuoto. “Niente scuola, è vero?”, e girandoti ti rendi conto della doppia scemenza che hai detto. Non hanno scuola perché oggi è il giorno di S. Gennaro, ma poi il più piccolo avrà almeno 25 anni, la scuola l’ha finita da un pezzo. «Dottò, il caffè non ha fatto effetto?» risponde quello di colore, evidentemente figlio della guerra. Si chiama James, o così ti sembra di aver sentito mentre un amico lo strattonava. Non si capisce cosa fanno, ridono, urlano, fanno baccano, sono adrenalinici e chissà per quale motivo. Quello con la chitarra non smette un attimo di suonare, pizzicando velocemente le corde così da non completare tutte le note. Ha i capelli lunghi che scendono sulle guance abbondanti, un naso aquilino che fa da plettro nell’aria. Sei una persona curiosa di mestiere, i fatti tuoi sei obbligato a non farteli. «Pure voi avete preso il caffè?» cerchi di emulare il tono spensierato, con scarsi risultati. Tu hai il muro in tasca. «Dottò già stiamo a tre da stamattina», risponde quello con i capelli lunghi e la giacca di pelle. La chitarra non si ferma. «Pinù, e partecipa pure tu. Posala sta chitarra, nessuno te la ruba!», James gliela toglie di mano e il grassottello alza la faccia. L’hai riconosciuto, l’hai visto in qualche canale televisivo. «Ma tu sei quel giovane musicista che fa le melodie americane?»«Eh no Dottò, così mi svalutate. È vero che prendo i ritmi d’oltreoceano, ma io canto nella mia lingua». Una voce originalissima, sottile e morbida allo stesso tempo. Il muro, nella tasca, si è magicamente trasformato in taccuino, questo è quello che cercavi. «La tua lingua sarebbe il napoletano…» lo vuoi spingere a parlare. «Certamente, io l’italiano lo conosco ma la mia lingua è il mio dialetto. Ascolto tanta musica, da Benson a Murolo e cerco di unire queste due anime», risponde con il sorriso di chi è timido ma si sente protetto dal proprio branco. «Dottò, ma lo state intervistando?», interviene James, «allora domani in prima pagina leggiamo “Il grande Pino Daniele, fidanzato con una chitarra”!», tutti ridono e sorridi anche tu, ma non perdi di vista l’obiettivo. «Siete un gruppo?» – «Noi siamo amici, e quando stiamo insieme facciamo quello che ci riesce meglio: suonare. James è il sassofonista più bravo che conosco, Tullio è percussionista, Rino suona il contrabbasso e Joe la tastiera. Stamattina ci siamo visti perché dovevamo fare le prove per oggi pomeriggio». Il pomeriggio ci sarà sicuramente qualche evento per la festa. «Avete qualche concertino?», tutti ridono come chissà cosa avessi detto. «Meno male che siete giornalista», dice James, «Dottò, oggi facciamo il concertino a piazza del Plebiscito!». Sono loro. Loro sono il gruppo di ragazzi del nuovo sound partenopeo di cui tutti parlano, molti si sono azzardati a chiamarli “la nuova classica napoletana”. Li hai sempre criticati: la classica è una e non si tocca, sono giornalisti da strapazzo che cercano lo scoop anche nelle formiche. Per il concerto del pomeriggio sono previste sessantamila persone e le proiezioni salgono di minuto in minuto. «Chi è il vostro pubblico?» domanda scontata, ma sei curioso della risposta. «Il pubblico è pubblico, mica è mio, vostro, o di qualcun altro. A noi fa piacere che ci seguano i giovani come noi che sentono il bisogno di avere un cambiamento, qualcosa che parti dalle origini ma si trasformi in altro». «Pinù, mo ce ne dobbiamo andare», lo interrompe Tullio, «sta Massimo fuori la sala prove che ci sta aspettando». Pino allora si gira verso di te e ti dice: «Dottò, la continuiamo la prossima volta. Sapete, quello è di San Giorgio, nun tene crianza!».

Il gruppo di ragazzi va via, con loro anche il muro. Tu, intanto, hai il pezzo.

 

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16 Dicembre 2014 – ore 8:00

Ci sono cose che il tempo forgia giorno dopo giorno come sculture in eterno divenire. Altre cose, invece, rimangono immutate. Il bar è una di queste. I tecnici del mestiere proverebbero ad analizzare lo stile “vintage” di quegli anni ’80 mai passati completamente, ma sarebbe un’analisi statica e fredda. A Napoli, in realtà, esiste un vero feticismo verso le cose passate perché è troppo facile ridurre una sedia, un bancone ed una tazzina a semplice oggetti. Ogni oggetto ha una storia, un’anima. Da quando è diventato proprietario del bar negli anni ’90 il cameriere non è più tanto scocciato ma, per preghiera del vecchio proprietario, ha lasciato tutto come era una volta. Stesse sedie, stessi tavolini e stessa tazza cocente di caffè. Mille pensieri ti assalgono per la testa, il mestiere è cambiato e adesso bisogna essere sul pezzo: persino il tempo perso al bar a prendere il caffè ti fa sentire in colpa. Al tuo fianco suona una chitarra.

Corde pizzicate velocemente, una melodia che fa il giro del mondo. Tutti la conoscono, tutti la cantano.

 

 

Ti giri e vedi un uomo grassottello con cortissimi capelli bianchi e un pizzetto che fa da cornice ad una sottile bocca. Il naso non è cambiato, mentre le dita pizzicano le corde si muove come un plettro su corde invisibili. Davanti a te, però, vedi ancora il gruppo di ragazzi che si diverte e fa baccano intorno alla chioma folta di quel ragazzo che faceva i suoi discorsi con le note. Ha notato che lo stai osservando. «Mi scusi, io non so se lei si ricorda, ma…» annuisce con la testa e ti sorride. «19 settembre 1981… Dottò, un concertino di duecentomila persone». La voce è sempre la stessa, uguale in ogni sfumatura. «Poi sono cambiate tante cose. Ma dovevamo continuare un’intervista, è vero?» Dal giovane incontrato per caso nel bar a mito della musica internazionale è un passo durato trentacinque anni. Ma ti trovi a tuo agio, è come un vecchio amico le cui lettere erano gli album che hai acquistato da quella mattinata, grigia, senza idee, seduto al tavolino di un bar. «Cosa è cambiato, secondo te, dall’ultima volta?». Sorride, ma ci pensa un attimo: ha capito che non è una domanda banale. «Tutto e niente. Ero giovane, pieno di vita e con la voglia di spaccare il mondo. Portavo il mio sound come un vessillo, una bandiera. La mia terra e la mia lingua erano tutto e lo sono ancora oggi. Poi, ad un certo punto, devi scontrarti con il mercato discografico e l’evoluzione del pubblico. Ad un certo punto sei costretto a crescere». La serve sul piatto d’argento: «tu, però, sei andato via dalla tua terra». «O’ ssapevo», risponde napoletanamente, «avevo bisogno di pace e tranquillità. La mia terra, questi vicoli, regalano tanto ma non sapevano regalare ciò di cui avevo bisogno. Io sono un napoletano atipico che lotta contro lo stereotipo dell’allegria, della spensieratezza e della risata facile. Io non sono così, ma sono napoletano lo stesso». Questo è innegabile: è napoletano nel modo di ragionare, come prende il caffè, come parla e come sta seduto. Sembra quasi scocciato, “pigro” come lui stesso canta. «Il pubblico? Hai ancora lo stomaco di dire che è di tutti?» Cambia espressione, ha capito la battuta: «Ah no! L’amore è overo quando è anche ricambiato, e io lo sento tutti i giorni. La mia musica, non io, è stata intelligente, vi spiego perché: è arrivata al cuore della generazione dei padri che, nel tempo, l’hanno fatta ascoltare ai propri figli. Così, oggi, io vengo ascoltato dai padri e dai figli». Ride, non in modo esagerato, ed affanna un po’ nelle risposte. «Mi dovete scusare, ma ad una certa età sto coso inizia a dare problemi», indica il cuore, «ma io sono più forte di lui». Pensi al cuore e pensi all’amico perduto, quasi come se il problema fosse un ulteriore punto in comune. Non ti dà il tempo di chiedere, «no, quello è un argomento delicato. Non mi piace parlare di Massimo». È stato un giovane che ha fatto la gavetta, suonando per strada, sotto la galleria Umberto. È stato un giovane impegnato nel portare caparbiamente la propria musica, fino ad una svolta italianeggiante negli anni novanta. I giovani di oggi? «Bisogna fare la gavetta ed essere preparati artisticamente. Oggi tutti sono artisti, opinionisti, scrittori, attori. Io appartengo alla generazione della scuola della vita e delle notti passate a studiare le corde della chitarra. Ormai siamo animali da riserva». Si interrompe, guarda l’orologio. «Dottò è stato un piacere, ma sapete che stasera tengo un concerto e mi aspettano. Ce sta pur James, ve lo ricordate?» Non può andare via, hai l’ultima domanda: forza, fingi di non averlo ascoltato e falla. «Pino, ma Napule che è?». «A volte mi manca, e tutti i giorni in due minuti mi pento di stare lontano. Era, è e sarà a’ Terra mia».

Una stretta di mano, un in bocca al lupo e Pino Daniele se ne va facendo urtare la chitarra contro l’arco della porta del bar. Un’intervista durata trentacinque anni.

4 Gennaio 2018 ore 8:00

Oramai non ti aspetti più sorprese. Sei lì, nel bar e sai che in incontri fortuiti non puoi più sperarci. Sono passati tre anni dalla brutta notizia: il ragazzo grassottello con il naso aquilino è stato tradito dagli affanni su cui ironicamente scherzava. La città ebbe due schiaffi, uno sulla guancia e uno al cuore. Ricordi il funerale, ricordi il flash mob, e ti ricordi della sua voce ogni qualvolta spunta un murales, la frase di una sua immortale canzone sui social network.

 

 

Il “Neapolitan Power” su cui scherzavano i ragazzi trentanove anni prima, ormai, è diventato al pari del classico e, no, sei costretto a rimangiarti ciò che all’epoca pensavi: la classica napoletana non è una sola. Un essere umano comune muore quando nessuno più se lo ricorda, e un artista? Anche lui è solo un involucro di pelle, ossa e sangue, destinato a divenire cenere come la migliore tradizione biblica ci insegna? No, un vero artista è immortale perché le sue opere sono un lasciapassare verso il patrimonio culturale di un popolo, di un’intera città. Mille pensieri, mille riflessioni, e puntualmente ti scotti con la tazza cocente che il barista ti ha appena poggiato sul tavolino.

Al tuo fianco suona una chitarra.

di Savio De Marco
Foto di Roberto Panucci

Tratto da Informare n° 177 Gennaio 2018

About Salvatore De Marco

Salvatore De Marco nato il 18/10/1992 a Napoli. Tutti lo conoscono come Savio De Marco. Diplomato al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Napoli. Laureando presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II in Scienze Politiche. Ama l’arte, la filosofia e la scrittura e il teatro, appassionato di cinema e fumetti. Coordinatore e Regista di una compagnia amatoriale teatrale “Pazzianne & Redenne” formata totalmente da giovani. Milita in un’associazione culturale “ViviQuartiere Napoli” attiva nella riqualificazione del nostro territorio.