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Per forza di cose, gli argomenti del giorno sono il vaccino anticovid e il motivo per cui occorre vaccinarsi. La professoressa di Microbiologia Medica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università del Piemonte Orientale, Marisa Gariglio, ci spiega che la ricerca si è orientata su vaccini più sicuri, privi dell’agente infettante, essendo l’obiettivo primario la scomparsa del virus piuttosto che l’immunità a lungo termine. Non è possibile pensare di raggiungere a breve termine l’immunità di gregge. Dunque è necessario utilizzare una terapia che preveda l’uso di questi vaccini cosiddetti a RNA e assume la massima importanza il vaccinarsi in massa. Infatti più il virus si replica, più aumenta il rischio di ulteriori mutazioni, con possibile maggiore virulenza e trasmissività, come per la “variante inglese”. L’obiettivo, dunque, è di fermarlo il prima possibile. Questa terapia vaccinale, è bene precisarlo, comporterà comunque possibili infezioni con replicazione virale (e quindi trasmissione), ma in misura molto minore. Quindi bisogna sapere che comunque sarà ancora necessario rispettare le misure di sicurezza ormai ben note a tutti: massima igiene, distanziamento sociale e uso delle mascherine. A tal proposito abbiamo intervistato il prof. Paolo Antonio Ascierto, Direttore dell’Unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori – fondazione Giovanni Pascale di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma.

Perché è importante vaccinarsi?
«Il vaccino rappresenta l’arma più efficace per la prevenzione e la protezione da malattie gravi e potenzialmente mortali come il COVID-19. La possibilità di avere diversi vaccini a disposizione con un’efficacia così grande è quanto di più straordinario potesse accadere quest’anno e un risultato assolutamente non scontato, nonostante l’enorme sforzo della ricerca in questi mesi. Vaccinarsi è il primo passo sulla strada per la normalità».
Quali possono essere gli effetti collaterali indotti da questi vaccini?
«Gli effetti collaterali più comuni si dividono in locali (dove viene iniettato il vaccino) e sistematici (che coinvolgono tutto il corpo). Le reazioni locali sono prevalentemente dolore nel punto in cui è stato somministrato il vaccino, gonfiore e arrossamento, si tratta di reazioni di gravità da lieve e moderata e si sono risolte nell’arco di 48 ore. Per quanto riguarda le reazioni sistemiche invece sono stati riportati affaticamento, mal di testa, febbre e brividi. Le reazioni sistemiche gravi si sono registrate in meno dell’1% nello studio della Pfizer».
Quanto può durare l’immunità?
«La risposta certa a questa domanda non è ancora nota. Ad oggi sappiamo che i pazienti che si sono infettati con il Coronavirus hanno anticorpi presenti da un minimo di 3 mesi (secondo uno studio inglese) fino a 8 mesi (secondo uno studio italiano), variando individualmente. Per quanto riguarda il vaccino, facendo riferimento all’esperienza della Sars, il tempo di immunizzazione si pensa possa essere tra 6 e 12 mesi, con un richiamo dopo un anno».
Chi è stato affetto da COVID-19 e ha anticorpi (IGg /IGm) che risultano bassi, può ricevere il vaccino?
«Di solito, con altre malattie virali, chi ha livelli anticorpali bassi fa una dose di richiamo (basti pensare al caso dell’epatite o del morbillo). Ad oggi, per il COVID, i cut off di questi livelli anticorpali non sono noti».
Il coronavirus potrebbe modificarsi e diventare resistente al vaccino?
«Un virus in quanto tale ha la possibilità di mutare. Fino a qualche giorno fa il virus era dato come stabile. Adesso bisogna capire come si comporta questa nuova variante del virus inglese, la cosiddetta VUI2020012/01. Ad oggi sappiamo che sono presenti una serie di mutazioni a livello della proteina spike, ovvero la proteina che il virus utilizza per legarsi alle cellule umane e che rappresenta l’obiettivo degli anticorpi neutralizzanti. Buona parte della comunità scientifica considera però probabile che i vaccini saranno efficaci contro questa nuova variante di SARS COV2».
Cerchiamo ora di comprendere meglio il modello di ricerca e l’importanza della vaccinazione massiva.
Innanzitutto, i coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nm di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!). Partendo dallo strato più esterno e procedendo via via verso l’interno del virus, è possibile notare diverse componenti (Figura 1)
– Glicoproteina S (“spike”): il virus mostra come degli uncini sulla propria superficie, che formano la famosa glicoproteina S (“spike”, dall’inglese “punta”, “spuntone”). Questa è la proteina responsabile della specificità del virus per le cellule epiteliali del tratto respiratorio: per dirla in breve la proteina spike è la chiave di accesso attraverso il famoso recettore ACE (angiotensin converting enzyme 2) che è espresso nelle cellule dei capillari dei polmoni.
– Proteina M: la proteina di membrana (M) è quella che attraversa la membrana ed interagisce all’interno del virione con il complesso RNA-proteina
– Proteina E: l’espressione di questa proteina aiuta la glicoproteina Spike e quindi il virus ad attaccarsi alla membrana della cellula bersaglio ovvero le cellule epiteliali del tratto respiratorio
– Membrana: è il rivestimento del virus, costituito da una membrana che il virus “eredita” dalla cellula ospite dopo averla infettata
– RNA e proteina N: il genoma dei coronavirus è costituito da un singolo filamento di RNA che dà origine a 7 proteine virali
In breve, il virus entra nelle cellule (tipo pneumociti) tramite il legame tra la proteina Spike (la chiave di ingresso) ed il recettore ACE (la serratura) ed infetta la cellula dove poi si replica formando altre particelle virali che a loro volta vanno a colonizzare altre cellule per replicarsi e così via in una reazione a catena e per poi estendersi nei vari organi del corpo (Figura 2).


A questo punto descriviamo qual è il meccanismo d’azione del vaccino a mRNA. Questa innovativa tecnologia utilizza quella parte del codice genetico del coronavirus SARS-CoV-2 che contiene le istruzioni per costruire la principale glicoproteina del virus, la cosiddetta proteina ‘spike’, un vero e proprio “uncino” utilizzato dal virus per agganciarsi alle cellule del tratto respiratorio, entrare dentro di queste e replicarsi. Il vaccino contiene nanoparticelle lipidiche (formate da grasso) che circondano una striscia di materiale genetico, l’RNA messaggero (mRNA). Quando il vaccino viene iniettato, la capsula di grasso trasporta il suo carico nelle cellule umane e l’RNA messaggero le istruisce a costruire la proteina spike, insegnando così al sistema immunitario a riconoscere e bloccare il coronavirus, dato che questo utilizza proprio la proteina spike per legarsi alle cellule umane. Questa proteina spike è quella che il sistema immunitario umano è in grado di riconoscere e verso la quale produce anticorpi detti neutralizzanti (cioè in grado di neutralizzare il virus). Infatti, appena viene riconosciuta, attiva le difese dell’organismo a produrre le cellule B e i linfociti T, specializzati nel distruggere le cellule infette. Il vaccino, trasferendo nella cellula sana il materiale genetico che rappresenta il messaggio di codifica (RNA messaggero), induce la produzione di questa proteina “nemica” anche in assenza del virus, permettendo all’organismo di prepararsi a neutralizzarla.

Il vaccino è somministrato per via intramuscolare, e ciascuna dose (di 0,3 mL) contiene 30 microgrammi di mRNA (incorporato in nanoparticelle lipidiche) e deve essere diluita prima dell’uso. Il vaccino prevede la somministrazione di due dosi da 0,3 mL ciascuna, a distanza di 21 giorni. Prima della somministrazione bisogna sempre far presente eventuali allergie. Inoltre, non ci sono dati che dimostrino che questi vaccini siano in grado di fornire una immunità di sterilizzazione, ovvero non avere traccia di infezione o di malattia di SARS-CoV-2 dopo l’esposizione. Quindi anche nei vaccinati, il virus darà comunque infezione e replicazione virale (e quindi trasmissione), ma sarà sicuramente più bassa e questo è l’importante. Le reazioni avverse causate sono molto blande e possono interessare 1 o 2 persone su 10 (come dolore nella sede di inoculazione, febbre, astenia) e non sono diverse da quelle di altri farmaci. Effetti indesiderati non comuni possono interessare fino a 1 persona su 100 (linfonodi ingrossati, malesseri più diffusi). Data la semplicità del vaccino e la scarsa durata degli anticorpi, è molto difficile che questo vaccino possa dare complicanze a lungo termine. L’aver già contratto il virus non implica necessariamente l’avere anticorpi neutralizzanti e peraltro l’immunità dura poco dopo l’infezione.
Ad ogni modo, prima della somministrazione bisogna sempre far presente se si ha già avuto una infezione (soprattutto nel corso del mese precedente).
Per avere ulteriori conferme, ne abbiamo parlato anche con il Direttore Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, il prof. Ivan Gentile, infettivologo.

Quale è la differenza tra i nuovi vaccini a mRNA e quelli esistenti?
«La differenza è nella tecnica di preparazione del vaccino. In alcuni vaccini, ad esempio, noi somministriamo ad un soggetto frammenti di un virus o di un batterio (in genere proteine) che stimolano il sistema immunitario a produrre anticorpi e/o cellule dirette contro quelle proteine e che lo difendono in caso di “incontro” con quel patogeno.
Nel caso del vaccino a RNA, non si inietta la proteina, ma appunto l’RNA che viene tradotto in proteine dalle nostre cellule, così come accade continuamente nel nostro organismo. Quello che accade dopo la sintesi della proteina è la stessa cosa che si verifica per gli altri vaccini, cioè la produzione di una risposta immune contro quella proteina e quindi la protezione del soggetto».
Quanto può durare l’immunità?
«Non lo sappiamo ancora con certezza. Sappiamo però che le reinfezioni dopo immunità naturale sono rarissime ed avvengono in genere per contatti con ceppi diversi e dopo almeno 2-3 mesi dalla prima infezione. Inoltre, studi effettuati sui soggetti guariti hanno mostrato che il titolo degli anticorpi neutralizzanti (cioè che ci proteggono dal virus) si riduce dopo 2-3 mesi, soprattutto in coloro che hanno avuto forme lievi. Tuttavia, non sappiamo se questo realmente implica che il soggetto può reinfettarsi.
Infatti, ci può essere la cosiddetta memoria immunologica (cioè l’organismo “ricorda” e produce rapidamente anticorpi dopo il contatto con il virus) e vi è anche protezione legata alle cellule che non è misurata dagli anticorpi».
Con un numero elevato di persone vaccinate, il Sars-CoV2 potrebbe creare nuove varianti?
«Assolutamente no!
È esattamente il contrario! In meno soggetti il virus replica, minori sono le probabilità che il virus accumuli errori, cioè mutazioni.
Un vecchio adagio dei virologi sostiene NR=NR cioè non replica = non-resistenza.
I vaccini, inoltre, al contrario di antibiotici o antivirali, hanno un bassissimo potenziale di selezionare organismi resistenti».

di Carla Di Stefano e Gabriella Marfé 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213
GENNAIO 2021

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