Pianeta bellezza

COPERTINA – Non meritiamo tanta grazia

Redazione Informare 05/10/2022
Updated 2022/10/24 at 6:24 AM
8 Minuti per la lettura

Mentre i ragazzi del Friday For Future celebrano, con ammirevole determinazione, la protesta nelle strade delle città contro lo stallo globale di soluzioni verso il GlobalWarming, abbiamo sempre meno tempo per cambiare davvero i nostri modelli di vita, distruttivi per la vita del Pianeta. Almeno per come la conosciamo oggi.

Già, perché la Terra in 4,5 miliardi di anni ha già visto importanti rivoluzioni climatiche che hanno prodotto estinzioni di massa, ma lei si è sempre “riciclata” con successo. Il problema sarebbe SOLO nostro: dei sapiens. Oggi abbiamo in atmosfera 420 parti di CO2 sul milione (world metereolgical organization) come 3 milioni di anni fa. A quel tempo eravamo nel Pilocene e c’era (per esempio) la tigre con i denti a sciabola. I cambiamenti climatici non hanno – e soprattutto non avranno – un’evoluzione lineare nei prossimi anni.

L’anticipo del riscaldamento globale rispetto alle previsioni ci fa pensare che purtroppo siano invece “esponenziali”. Purtroppo noi “vediamo” solo il 4% di energia generale sotto forma di calore, ma il 96% del totale di quell’energia va negli oceani che hanno funzione “tampone”, nel senso che assorbono calore come delle spugne. Ma prima o poi lo cominceranno a rilasciare e da quel momento saranno guai seri. Quest’estate abbiamo capito che quel momento si sta avvicinando. Purtroppo nelle istituzioni (ma anche nel “privato”) il dibattito su questa complessità climatica è oggi imbarazzante a livello culturale.

L’esito della grande sfida ai cambiamenti climatici passa però senza possibilità di compromessi (Gea non tratta) solo attraverso una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Possibile solo se cambiano velocemente il modello economico, le tecnologie e gli stili di vita di milioni di persone.
L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), la massima autorità scientifica mondiale sui cambiamenti climatici dell’ONU sostiene che per stabilizzare le emissioni di CO2 ed evitare il disastro climatico occorre dimezzare il livello attuale delle emissioni di gas-serra entro il 2030 ed azzerarle entro il 2050. Dall’inizio dell’Ottocento a oggi il pianeta si è già riscaldato di 1°C; e si sta avviando pericolosamente a superare la soglia di un riscaldamento di 1,5°C, con gravi conseguenze sul sistema climatico: eventi meteo estremi (ondate di calore, siccità prolungate, alluvioni, uragani, ecc.) sempre più catastrofici.

Purtroppo 2/3°C in più in atmosfera corrisponderanno a un mare più “alto” di circa 25 metri. Questo determinerebbe la scomparsa della totalità delle megalopoli che si affacciano sulle coste fino ad oggi. L’area del Mediterraneo tra l’altro è a riguardo un “hot spot”, dato che si riscalda oggi molto più velocemente del resto del globo. Per avere una possibilità di rallentare questo disastro, come tutti abbiamo ormai capito, bisogna da subito smettere di usare fonti fossili (petrolio e derivati, gas) fino a dimezzarle dal pianeta entro 7 anni al massimo.

7 ANNI…

Vediamo quindi, con alcune stime, realizzate dall’Agenzia Napoletana Energia e Ambiente, come ciò potrebbe avvenire a Napoli – e la sua provincia – la terza metropoli italiana dove, come in tutte le grandi città, si realizzano i maggiori consumi di energia ed emissioni climalteranti; in altre parole significa ridurre entro il 2030 del 50% le emissioni di CO² che annualmente sono a Napoli di 3 milioni di tonnellate (2,96 t/ abitante).

Incominciamo dalle rinnovabili, ed in particolare dal fotovoltaico che è favorito dal forte irraggiamento solare del sud Italia. Un contributo del 10% alla riduzione annua di CO2 significa installare circa 30 megawatt pari ad una superfice di 30 stadi di calcio con il risultato di avere al 2030 un impianto FV su ogni condominio ed edificio pubblico. L’edilizia pubblica e privata (leggi residenziale-condomini) è responsabile, infatti, di almeno il 40% dei consumi energetici con moltissimi edifici (circa 344.000 mila a Napoli) in mediocre o pessimo stato di mantenimento; in particolare l’edilizia pubblica che ammonta a Napoli ha più di 50mila edifici con costi economici ed ambientali totalmente fuori controllo nonostante gli obblighi di legge e i finanziamenti disponibili. Entro il 2030 almeno la metà dovrà essere NZEB cioè edifici ad emissioni e consumi vicino a zero grazie alle tecnologie ormai disponibili per l’efficientamento energetico (cappotto termico, illuminazione, climatizzazione, domotica, rinnovabili ecc.). A riguardo, la nuova legge sulle ristrutturazioni del patrimonio edile col 110% a carico dello stato è stata importantissima, ma utilizzata purtroppo solo dal 3/4% dei proprietari di immobili (per troppe burocratizzazioni nella legge).

I trasporti, settore maggiormente colpevole di sprechi energetici (leggi carburanti) insieme all’edilizia, dovrà arrivare ad eliminare o ammodernare almeno 30.000 auto all’anno, incrementando parallelamente la capacità del trasporto pubblico e di veicoli a basso contenuto di carbonio (bici, veicoli elettrici ecc.), fino a ridurre o sostituire 300mila veicoli complessivamente al 2030.

Poi gli alberi: assolutamente determinanti dato che possono dare un significativo contributo all’assorbimento di anidride carbonica a patto che si pianifichi una forestazione massiva su tutte le superfici disponibili (tramite Green Belts, riforestazione di aree dismesse, aumento delle aree adibite a parchi).
Per ottenere una riduzione di 14.000 tonnellate anno di CO2 devono essere piantumati almeno 2 milioni di alberi nuovi in tutta l’area metropolitana (3 milioni in tutta la regione). Gli obiettivi-ambizioni riguardano anche la raccolta differenziata che deve arrivare a percentuali del 90% con una riduzione a monte dei rifiuti del 50% (con costruzione di impiantistica di Compostaggio e con una tracciabilità pubblica del ciclo dei rifiuti speciali). Infine, ma non per ordine di importanza, il cambio dei comportamenti delle persone può rappresentare il vero motore verso un’economia a basso tenore di carbonio; anche in tale caso l’apporto minimo non può scendere sotto le 75mila tonnellate in meno di CO2 entro il 2030. Gli investimenti nell’innovazione industriale, comprese le tecnologie digitali e le tecnologie pulite, sono necessari per stimolare la crescita, rafforzare la competitività e creare posti di lavoro, per esempio nell’ambito di un’economia circolare e una bioeconomia. Tutti questi argomenti sono clamorosamente assenti dal dibattito pubblico e sulle passate elezioni nazionali, oltre che in ogni elezione amministrativa (comunale o regionale) degli ultimi 10 anni.

E questo è un segnale pericoloso è preoccupante di sottovalutazione e impreparazione della politica che, non programmato per tempo, può mettere le basi per notevoli problemi per la città e i suoi abitanti; problemi che saranno insolubili poi nell’urgenza, nel prossimo decennio.

di Roberto Braibanti

Ph. Ciro Giso

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