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Vorrei tornare liceale. Non è nostalgia da quarantena, è un pensiero preciso. Vorrei tornare liceale per essere spensierato come un liceale. Anzi, mi va di esagerare, vorrei che tutte le persone del mondo tornassero ad essere dei liceali. E lo vorrei per lo stesso motivo. Sono sempre stato innamorato della vita e ho sempre creduto che guardarsi alle spalle significhi sprecarla.
Ma oggi, oggi, vorrei girare al contrario le lancette della crescita e tornare ad essere un liceale. Immaginate con me.

In un mondo dominato dalla paura del contagio, dall’ansia sociale, dalle difficoltà economiche, nessuno avrebbe di che preoccuparsi.
L’unica cosa che potrebbe sconvolgere la nostra tranquillità sarebbe un amore acerbo, ma rotondo, morbido, vissuto nella semplicità di un bacio stampato sulle labbra e nei ricordi, e rivissuto con la testa poggiata sul cuscino ancora, ancora, ancora.
O la passione per uno sport. La rabbia, l’adrenalina, la voglia di guadagnarsi il proprio posto nel mondo a caccia di un goal o di un appoggio facile a tabella – mi perdonino tutti gli altri sport che non ho nominato. Per par condicio dirò: spazzando il ghiaccio per favorire lo scivolamento di uno stone. Ho nominato il curling, la minoranza suprema, sono in pace con la mia coscienza – Però mi rendo anche conto che crogiolarsi troppo nelle fantasie è un esercizio pericoloso. Le fantasie sono leggere e, come tutte ciò che è leggero, si trasformano in un vizio. Mentre noi, uomini e donne del 2020, in qualche maniera dovremmo andare avanti.
E rimettere insieme le parti di un’esistenza fratturata non sarà facile, no, non lo sarà.
Il “dopo” è diventato un pensiero fisso, un’ossessione. Dopo dopo dopo dopo dopo dopo, dopo riabbracceremo le persone che amiamo, dopo andremo a ballare, dopo andremo a mangiare un gelato, dopo torneremo a lavoro, dopo dopo dopo dopo dopo.
Ve lo do io un dopo. Spero che dopo aver letto la parola dopo per diciassette volte in tre frasi, il vostro cervello sia andato in confusione e ne abbiate dimenticato il significato. Dopo non esiste, come non esiste prima. Esiste ora, esiste adesso, e mentre lo sto dicendo anche adesso non esiste più. La politica parla del dopo, perché il tempo della politica è scandito da passaggi di consegna, legge, decreti. E la politica deve parlare del dopo per garantire la sicurezza necessaria allo svolgimento di una vita in comunità. Ma noi, come essere umani, dovremmo smetterla di tormentarci. Quello che verrà dopo non lo sapremo mai. E magari non ci farebbe neanche piacere saperlo, visto che prima o poi il dopo significherà riposo, buio, nulla.

Allora, piuttosto che il nulla, anche l’incertezza ci sembrerà deliziosa e vorremo tornare a possederla, a romperci il capo.

La pandemia ci ha messo a nudo. Ci ha mostrato le nostre debolezze. In fondo, siamo una specie animale come tutte le altre. E anche i potenti mezzi a nostra disposizione, non sono riusciti ad evitare che migliaia di vite fossero spezzate dalla morte, o devastate, dalla povertà. La pandemia ci ha anche mostrato, in modo crudele, che abbiamo bisogno di cambiare. La società poggia su fondamenta di sabbia. E forse cambierà tutto, forse non cambierà nulla, o come spesso succede alcune cose cambieranno e altre resteranno invariate. Di sicuro resterà uguale la nostra impreparazione, la nostra fragilità. Ci troveremo sempre di fronte a situazioni più grandi di quanto potremo immaginare, ma riusciremo sempre a risolverle con sudore e fatica. Essere umani significa tante cose. La caratteristica che, secondo me, maggiormente si avvicina ad una definizione totale del nostro essere è la fallacità. Non saremo mai, e sottolineo mai, capaci di fare la scelta giusta in ogni occasione. Sbagliamo, perdiamo, soffriamo, conviviamo con ansie e fantasmi. Ci disperiamo di fronte alle difficoltà. Ma va bene, va bene così. La disperazione è un’emozione nera, eppure ci ricorda che siamo ancora vivi. Perché dove c’è disperazione c’è anche speranza. Dove c’è speranza, c’è coraggio. Dove c’è coraggio, c’è riscatto.
Cadremo e Continueremo a cadere. Soffriamo e continueremo a soffrire. Ma che nessuno chieda cosa sarà il futuro. Non ci è dato saperlo. E anche se volessimo pianificarlo, il caso avrà sempre l’ultima parola sulla riuscita o sul fallimento dei nostri piani. Sembrerà una contraddizione, ma ciò che ho appena detto non vuol essere un invito alla noncuranza.
È una presa di coscienza. Dobbiamo accettare l’incertezza come condizione imprescindibile dell’esistenza. Quando sapremo fronteggiarla senza paura, allora, solo allora, saremo diventati invincibili.

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di Marco Cutillo
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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