COPERTINA – Marisa Laurito: «Se ci fossero più vite da vivere vorrei nascere sempre a Napoli»

Marisa Laurito - Photo credit Marinetta Saglio

Donna ribelle, mente poliedrica; divisa tra arte, cucina e soprattutto teatro, Marisa Laurito ha una personalità molto versatile, il riflesso di un’artista che nella sua carriera ha saputo adeguarsi ma soprattutto emergere per talento, duttilità e anche simpatia. Donna di scena, di spettacolo, di musica ed improvvisazione. Disciplinata da Eduardo De Filippo e valorizzata dal lavoro con grandi registi, la fortuna della Laurito è stata quella di aver conosciuto i migliori maestri, “quelli che mancano oggi”. Ed è proprio per questo motivo che palcoscenici e studi televisivi sono diventati luoghi dove regnano “trash, degrado e dequalificazione generale”.

Con l’incantevole cornice naturale del golfo di Napoli, incontriamo Marisa Laurito nella buvette del Grand Hotel Santa Lucia, dove l’artista, in esclusiva ad Informare, racconta di sé, del suo rapporto con Napoli ed Eduardo, di un teatro cambiato e della televisione degenerata, dei ricordi con Renzo Arbore e di esperienze vissute dietro le quinte, nel nome di un’araba pittrice contemporanea.

«Se ci fossero più vite da vivere vorrei nascere sempre a Napoli». È una vera e propria dichiarazione d’amore quella della Laurito verso la sua terra. «Sono andata via a malincuore per lavoro, ma Napoli è sempre presente nella mia vita, sia nel linguaggio sia nel cuore. Convive con me». Eppure Napoli è terra di contrasto tanto che l’artista definisce un ibrido, tra pregio e difetto, caratteristico di questa città, la ribellione all’autorità. «Ogni napoletano è come avesse una propria visione della vita e una propria pietra filosofale. Da quando ho avuto voce nei media – continua la Laurito – ho sempre lottato per difendere la città e i napoletani. Questo mio trasporto stride con prodotti come “Gomorra La Serie” che esportano una Napoli di camorra e degrado, sporcandone l’immagine migliore. Certe realtà, anche se romanzate, è giusto raccontarle ma un conto è un film, un unicum come “Il Padrino”, diversa è una fiction che monetizza tanto e nella quale c’è molta enfatizzazione».

La televisione di oggi è molto diversa rispetto a quella dei decenni passati, di cui la Laurito è stata protagonista. Il cambiamento dei tempi e l’avvento dell’emittenza privata in Italia hanno segnato il passaggio da quella che Eco definì “paleotelevisione”, con caratteri pedagogici e basati sulla divulgazione culturale, alla “neotelevisione”, generalista e commerciale. «La televisione è in fin di vita – esordisce l’artista – oggi ci sono format che sono “robaccia” che non portano a nulla di buono. Mi auguro che finiscano questi reality show orrendi e fortemente diseducativi. Almeno la televisione di Stato dovrebbe educare ma il messaggio che viene spesso trasmesso è che oggi i giovani possono diventare ricchi e famosi senza saper fare nulla. Non è così. È una mera illusione perché la fama svanisce e rimane un senso di depressione. C’è un commercio di questi giovani che poi rimangono figli di nessuno. Inoltre, manca la passione, il professionismo e la voglia di fare le cose perfette. Si sta perdendo il talento, l’arte dello spettacolo, il saper fare spettacolo. Le trasmissioni di intrattenimento sono veramente poche ed io con questa televisione non c’ho nulla da condividere. Inoltre, credo che in futuro la tv sarà completamente digitale e ognuno di noi andrà a scegliere ciò che andrà a vedere. Non ci sarà più una televisione programmata ma penso che diventerà a reti monotematiche. Quando sono arrivata in televisione il mio maestro è stato Renzo Arbore che mi ha dato un’altra visione, ossia quella dell’improvvisazione. Stabilivamo un canovaccio e seguivamo un tema che ci permettesse di improvvisare. La tv a me ha dato moltissimo: successo popolare e soprattutto l’opportunità di lavorare con grandi maestri».

 

 

Se la televisione per la Laurito è esanime, nel cinema «ci sono ancora fortunatamente personalità che danno continuità al lavoro di registi italiani straordinari che hanno determinato il carattere del cinema italiano e anche internazionale».

Il teatro, invece, è una delle due strade in cui si è diramata la carriera di Marisa Laurito. «Mi piace sperimentare, portare in scena cose nuove». Innovazione sì ma prima di tutto la disciplina perché il rigore, la professionalità e l’amore sviscerato per il teatro sono il carico degli insegnamenti acquisiti da Eduardo, che Marisa ha inseguito e spiato, un maestro allora come oggi, il cui giudizio pesa ancora in uno sguardo che non morirà mai: «Ho un libro nella mia camera da letto sulla cui copertina c’è Eduardo: se io ho recitato bene lo guardo dritto negli occhi, se sento di non aver dato il massimo svio lo sguardo perché mi sento quasi in colpa nei suoi confronti». Sei anni al Teatro San Ferdinando con uno dei maestri più influenti del panorama teatrale italiano di sempre sono un’esperienza indelebile, necessaria per la crescita totale dell’artista. «Quando eravamo in teatro bisognava stare in silenzio e quando si arrivava bisognava firmare e mettere l’orario d’arrivo, come in fabbrica, e volavano le multe se si trasgredivano le regole.

Una volta in “Gli esami non finiscono mai” avevo i capelli lunghi e andai dal parrucchiere per tagliarmeli. Eduardo dava del tu ai giovani ma quando era arrabbiato dava del “voi”. Quando mi vide arrivare con i capelli corti mi disse “Ma che avite cumbinat?” e mi mandò a prendere una parrucca. E poi mi multò. La sua severità – continua Laurito – non era altro che grande disciplina, ciò che ti fa comprendere il valore del lavoro che stai facendo. Nella mia compagnia queste regole ci sono perché sono cresciuta così ma le difficoltà di oggi nel teatro sono innanzitutto relative alla mancanza di possibilità di fare gavetta proprio perché mancano grandi artisti come Eduardo che ti permettono di crescere ed emergere. Io, invece, prima di avere ruoli da protagonista ho fatto ben 18 anni di gavetta».

L’altra strada che percorre Marisa Laurito è quella dell’arte contemporanea, una passione sempre esistita tanto che dipinge da quando aveva 17 anni, quando vendeva i quadri per pagarsi la scuola di recitazione. Oggi, fino al 21 gennaio prossimo, la prima sua personale “Radici squadrate” sarà ospitata alla Galleria Narciso, uno storico punto di riferimento della città di Torino. E pensare che inizialmente non voleva che si sapesse che dipingeva lei ed era solita attribuire le opere a una pittrice araba.

Dall’alto delle sue esperienze, cos’è che Marisa Laurito può consigliare ai giovani? «Seguite l’intuito, agite di pancia. Le passioni sono un trasporto che portano a sacrifici importanti utili a raggiungere una propria perfezione. Non abbiate paura degli insuccessi. Un artista – conclude la Laurito – deve provare la sofferenza e più soffre e più tira fuori il meglio. I momenti migliori della mia creatività sono nati quando non avevo soldi. Molto spesso mi auguro di non avere soldi perché capita che ci si esprime al meglio per fare certe cose a tutti i costi».

Eclettica, esploratrice, irrequieta. Marisa Laurito è un’artista moderna, viscerale, che ha segnato l’epoca di un passato che ci appare lontanissimo, eppure lei riesce ancora a distinguersi per creatività e innovazione.

di Fabio Corsaro
Foto di copertina a cura di Marinetta Saglio
servizio fotografico interno a cura di Antonio Ocone

Tratto da Informare n° 164 Dicembre 2016

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!