2019.
In Italia viene commesso un crimine a sfondo xenofobo ogni 9 ore, 3 su 4 sono legati a fenomeni di razzismo. Solo nel primo semestre del 2020 sono 59 le donne vittime di femminicidio.

Il lockdown non ferma i dati, tra marzo e maggio in 5.115 compongono il numero 1522 per denunciare violenze o stalking. Oltre 50 persone al giorno contattano da tutta Italia il servizio Gay Help Line (800 713 713) per raccontare le discriminazioni subite. Il dato di violenze e abusi perpetrati ai danni della comunità Lgbtq+ si attesta infatti quest’anno al 25%, percentuale che ha raggiunto il 40% per gli adolescenti durante l’emergenza Covid.
I dati parlano chiaro: la violenza a sfondo discriminatorio è una delle più gravi malattie che infesta l’Italia. A provocarla è lo stesso insidioso e temibile virus che genera la paura del diverso: l’ignoranza.
L’omicidio di Willy, quello di Maria Paola, i numeri sempre in crescita delle violenze sessuali e delle aggressioni di stampo omobitransfobico sono un chiaro segnale: l’Italia non può più aspettare per garantire a ogni fascia della sua popolazione la sicurezza che le è dovuta, estirpando il seme della xenofobia e il concetto di una virilità tossica che incita alle dimostrazioni di forza ai danni altrui. Se da un lato a mancare è l’educazione all’integrazione, l’Italia difetta anche di una giusta e completa tutela legale per le vittime di questo tipo di violenze. Attualmente il nostro codice penale punisce i reati e i discorsi di odio fondati sulla nazionalità, l’etnia o la religione; lo stesso processo non avviene però per quanto riguarda i reati di discriminazione basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Rimaniamo quindi uno dei pochi paesi europei a non avere ancora una legge che protegga la comunità Lgbtq+.

Il DDL Zan contro l’omotransfobia e la misoginia, nato per rispondere a questa esigenza, discusso ora in Parlamento, si ritrova ad affrontare i numerosi tentativi di ostruzionismo dell’opposizione, capeggiata dalla Lega. L’approvazione di questa legge sarebbe di fondamentale importanza per il nostro Paese, secondo in Europa soltanto alla Turchia per il numero delle violenze nei confronti della comunità transgender. Nel corso di un anno Arcigay ha censito 138 storie di omotransfobia, concentrate per più del 50% nelle regioni del Nord. A incidere su questi dati è forse proprio quella politica di stampo xenofobo che trova maggiori consensi nel settentrione del Paese.

Per approfondire la questione della discriminazione in Italia abbiamo intervistato Paolo Valerio, docente universitario di Psicologia Clinica presso la Federico II, presidente onorario del centro SInAPSi (Servizi per l’Inclusione Attiva e Partecipata degli Studenti) e presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere. Lo abbiamo consultato chiedendogli come interpretare il dato che, nonostante gli apparenti passi in avanti sia dal punto di vista legislativo che sociale, non vede calare il numero dei crimini d’odio in Italia.

«Probabilmente questi numeri sono dovuti al fatto che anche grazie al lavoro di molti attivisti, almeno in Campania, le persone stanno finalmente trovando il coraggio di denunciare quando subiscono un’aggressione. Da parte della comunità Lgbtq+ c’è ora maggiore consapevolezza dei loro diritti e della necessità che la loro dignità non venga calpestata.Tuttavia siamo in un Paese dove è ancora molto forte un’ideologia di tipo patriarcale, genderista, eteronormativa e sessista. Viviamo in un contesto in cui ancora il maschio domina sulla femmina e tutto quello che non è eterosessuale è contro natura».

Davanti a queste parole sorge spontanea una domanda: dove si parte, allora, per abolire la paura del diverso ed educare la società ai valori dell’integrazione e dell’inclusione?

«È importante che venga promossa a tutti i livelli – ci spiega il dott. Valerio – nel mondo del lavoro, della scuola e nella vita di tutti i giorni una cultura che veda nelle differenze non un ostacolo da abbattere, ma una risorsa. È fondamentale che ci siano delle leggi che proteggano tutte le vittime di discriminazione» ribadisce. Il riconoscimento istituzionale dei diritti delle minoranze è, infatti, di capitale importanza non solo per la loro sicurezza fisica e legale, ma anche per la loro salute psicologica. «La scienza ha dimostrato quanti disagi psicopatologici rischiano le persone appartenenti alla comunità Lgbtq+ che vivono in contesti omotransfobici e che la mancanza di leggi ad hoc sostiene uno stigma strutturale istituzionale.
Lo stigma è il figlio di due genitori malvagi: il pregiudizio e lo stereotipo. Quando tu stigmatizzi una persona la deumanizzi; se non hai una legge che consente di poter applicare delle norme inclusive corri il rischio di diventare tu stesso stigmatizzante».

Non bastano più né sono mai bastati contentini come quello proposto da Hollywood, che dal 2024 imporrà a tutti i film candidati agli Oscar di badare all’inclusione delle minoranze. Provvedimenti come questo, proposti dagli stessi Studios che hanno svilito e stereotipato la figura della donna per decenni, non possono essere presi sul serio. Non possiamo farci ingannare da questo politically correct da vetrina senza abbattere i preconcetti.
Gli stereotipi più comuni sono sicuramente quelli sui ruoli di genere. Come ci mostrano i dati ISTAT, per il 32,5% degli italiani è diffusa l’idea che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo sul lavoro”.
Questa concezione rimarca l’idea che una donna non possa mirare a voler fare carriera nella vita poiché dovrebbe dedicare il suo tempo a ricoprire il ruolo di moglie e madre, e quindi occuparsi di curare l’ambiente domestico.
Un dato interessante, in questo senso, è che per il 31,5% dei soggetti intervistati, “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche”, come se servisse essere una donna per rendersi conto che vivere in un ambiente pulito giovi agli inquilini di una casa.
Altro pregiudizio che ancora persiste è quello che addita la donna come responsabile della violenza sessuale subita. Persino in tribunale ci sono stati casi in cui alla vittima è stato chiesto cosa indossasse al momento della violenza; è inconcepibile che un capo d’abbigliamento possa giustificare lo stupratore, una persona che ha intenzionalmente deciso di violare il corpo e la mente di una donna. Pensiero comune è che una donna, se davvero non vuole, è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale non consensuale.
Abbiamo bisogno di denunce, sicurezze legali e la promessa che i governi lavorino per educare una società del futuro che abolisca i pregiudizi e gli stereotipi.

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020

 

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