Si chiamava Bruno Misuraca, geometra capocantiere, era mio padre. Aveva 50 anni quando è morto. Per lo Stato italiano, non è nessuno.

Ricordo quel maggio, un mese piovosissimo quello del 1999 a Napoli. Il cielo tuonava forte sparando giù litri d’acqua ad infrangersi potenti sull’asfalto. Eppure, in quei giorni eravamo a scuola. Solito tran tran quotidiano. Pranzi a scuola e cene a casa, poche parole coi genitori sull’andazzo generale, poi di corsa a fare i compiti per il giorno seguente o, se ci andava bene, a giocare agli amati videogiochi. Sfide infinite a Pes, cose da fratelli, da ragazzi comuni.
E pure quel 5 maggio scorse così, frenetico, parallelo come solo i giorni dell’adolescenza sanno essere. Tutto questo fino a metà pomeriggio. Squillò il telefono di casa (i cellulari erano ancora un “lusso” che guardavamo con diffidenza), rispose mia madre: “Signora Misuraca, può gentilmente raggiungerci al cantiere, è successo un infortunio a suo marito. La aspettiamo non è nulla di grave”.
Ricordo gli occhi di mia madre e di mio fratello, persi ma ancora vivi, i miei opachi ad immaginare qualunque cosa, ma nemmeno lontanamente vicino a ciò che era. Una volta arrivati in Vico Santa Maria della Purità, dopo un rocambolesco zig-zag del taxi tra i vicoli dello storico quartiere Materdei, lo scenario che ci trovammo di fronte era surreale. Una folla di persone accalcate fuori a questo portone, a noi sconosciuto, le telecamere, mia mamma chiama il nome di mio padre “Bruno, Bruno…” quasi ad esorcizzare la paura. Qualcuno, di cui non ricordo il volto, ci fa da spartiacque e la folla si apre creando un corridoio verso l’androne di questo antico palazzo.

Al centro un cratere, una voragine enorme.

In un attimo realizziamo tutto, mio padre è caduto lì dentro. Mi affaccio, timidamente, verso quel buco enorme che squarcia il terreno, ma c’è il buio, il niente. La nostra vita è finita lì, in quel cratere improvvisato che creava un collegamento con le viscere di Napoli. Dopo nulla è stato più lo stesso, né i nostri occhi, né il nostro sorriso. Eravamo orfani, eravamo figli di un uomo caduto sul lavoro, decesso volgarmente catalogato come “morte bianca”. I soldi del risarcimento mai incassati, nessuna giustizia. Ci accingiamo, nei prossimi mesi, a tentare l’ultimo step: la Cassazione. Vent’anni dopo saremo ancora lì a lottare, ancora da soli. Nella vita ho imparato una cosa. Esistono morti di Serie A e Serie B. Le “morti bianche” appartengono alla seconda fascia. Le vittime di camorra o mafia sono risarcite, gli agenti/militari morti in servizio pure, c’è un fondo per le “vittime della strada” che tutela se crepi al volante. I caduti sul lavoro ed i loro figli? Sono nessuno, solo dei numeri.
Ma Bruno nel corso degli anni ha cambiato nome e fattezze e si è reincarnato in tanti altri operai che, come lui, lavorando hanno incontrato la fine.

E lo Stato? Fermo, come se niente fosse.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che la sofferenza l’ha incontrata nel 1980 quando la mafia gli trucidò il fratello Piersanti, allora Presidente della Regione Sicilia, nell’ottobre scorso è intervenuto sulla questione: “La Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro è un’occasione per riflettere sui dati, tutt’ora così preoccupanti, delle morti e degli infortuni dei lavoratori e per far crescere la cultura e l’impegno della sicurezza nei luoghi di lavoro. Purtroppo -prosegue la massima carica del Paese- le notizie di incidenti mortali continuano a essere quasi quotidiane. Alla scomparsa di un congiunto segue una grande sofferenza, anche economica e sociale della sua famiglia”.
Parole giuste ma anche lui, forse, non ha chiara la realtà: “Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro”.
Presidente, non è così, non è stato fatto niente. Bisogna agire, ora e subito. È una carneficina!
Basti pensare che nel solo anno 2019 gli incidenti mortali sul lavoro sono stati 1437. Una cifra che va moltiplicata per (almeno) due componenti di ogni nucleo familiare per un totale fittizio di 4200 persone distrutte. Il 2020 è iniziato con già 60 persone decedute tra edili, agricoltori e operai su strada. I dati ci arrivano dall’Osservatorio Indipendente sui morti per infortuni sul lavoro di Bologna ideato da Carlo Soricelli. L’Inail, chissà perché, ha sempre cifre “soft” ed allora ci affidiamo alla grinta di un ex operaio metalmeccanico in pensione. Pittore-scultore devoto al sociale che, nel 2008 fondò questo progetto dopo la tragedia della ThyssenKrupp di Torino in cui perirono sette operai: “È una strage continua in cui nessuno fa niente ed è intollerabile per un paese civile”. Afferma Soricelli: “Essendo venuto meno il blocco sociale che aveva come riferimento i lavoratori, il mondo del lavoro non ha più avuto referenti in parlamento. Alle Camere non ci sono lavoratori che ne portano avanti le tematiche. Tutti hanno delle lobby, mentre i lavoratori non hanno nessuno che si occupa dei loro problemi”.
Sulla stessa lunghezza d’onda è Vincenzo Maio, Segretario Regionale della CGIL FILLEA CAMPANIA, sindacato che si occupa degli edili e che sta provando a far qualcosa di concreto.
Con la Fillea, infatti, ho creato il progetto “Anime bianche”, nato dalla mia omonima canzone, e stiamo facendo un percorso di sensibilizzazione sociale sull’argomento sfociato, nel dicembre scorso, in uno spot di “Auguri al contrario”, da un’idea dello stesso Maio. Il Sindacato auspica l’inserimento del reato di “omicidio sul lavoro”. “La CGIL – afferma Maio – è da sempre impegnata alla lotta dei fenomeni distorsivi e degenerativi del lavoro, dove, oltre al dumping contrattuale, il giusto salario, la sicurezza rappresenta l’anello più debole di tale settore”. Maio parla alla categoria: “Nessuno di noi può chiamarsi fuori dalla lotta alle morti sui luoghi di lavoro, è una battaglia di civiltà prima che di regole e norme. Chiedere l’inasprimento delle pene, come la richiesta di reato di omicidio sul lavoro, potrebbe essere non sufficiente se le coscienze dell’intera società civile restano insensibili di fronte a tali barbarie”.

di Nando Misuraca

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

Print Friendly, PDF & Email