COPERTINA – L’altra Pompei: tesori straordinari sottratti agli scavi abusivi e restituiti al Parco

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IL RECUPERO DEGLI SCAVI ABUSIVI

Per qualcuno potrà essere una notizia incredibile e ai limiti del reale, ma ve lo assicuriamo: i reperti archeologici di epoca romana di Pompei, e non solo, hanno un valore inestimabile. E non parliamo solo di indicatori economici, ma della ricostruzione della nostra storia, di coloro che hanno solcato questa terra prima di noi e le cui intuizioni restano attuali nei giorni nostri, come lo studio del Diritto romano. Quando si sottrae dalla terra un reperto intriso di storia millenaria, in realtà si sta privando l’intera umanità di un pezzo del suo vissuto. I tombaroli, ignari del danno creato alla collettività, scavano cunicoli abusivi con la speranza di trovare reperti da immettere in mercati illeciti milionari. Così capita di vedere opere di straordinaria bellezza, come la statua del Doriforo, abusivamente sottratte a Pompei e paradossalmente in esposizione al museo di Minneapolis, nello stato americano del Minnesota.

Gli scavi sono così tanti da aver spinto la Procura di Torre Annunziata, guidata dal dott. Nunzio Fragliasso, ad avviare un dialogo con la direzione del Parco Archeologico di Pompei per individuare possibili soluzioni anti-tombaroli. La sinergia messa in campo è inedita e, ad oggi, ha prodotto risultati di gran rilevanza storica e sociale, come vedremo per la villa di Civita Giuliana. La portata storica è dettata da scavi abusivi che, ripresi dallo Stato, hanno portato a scoperte affascinanti, come il carro da parata e la stanza degli schiavi della suddetta villa. Il risvolto sociale è costituito dalla restituzione alla collettività di opere che, diversamente, sarebbero state trafugate per ricavare denaro e per arricchire il patrimonio museale di Stati lontani. La sinergia tra Procura e Parco va avanti spedita e in aree che vanno oltre le mura dell’antica Città di Pompei, lasciando spazio a siti archeologici inediti pronti a rivelare quell’ “Altra Pompei” ancora da scoprire.

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scavi abusiviLA SCOPERTA DELLA VILLA

Civita Giuliana è una contrada, uno degli assi principali per la viabilità: è a 800 metri in linea d’aria dalla città antica di Pompei e la circumnaviga fino ad arrivare alle campagne. Mette, dunque, in collegamento la parte alta della città con quella rurale, ponendo in rilievo la vocazione dell’area dove attualmente è situata la villa che è storicamente agricola.

Nel 2017, sulla base di intercettazioni della Procura di Torre Annunziata, si iniziarono le indagini per capire l’entità della presenza di scavi clandestini nella zona di Civita Giuliana. Attraverso lo scavo, si è ricostruita una vera e propria mappa, quasi scientifica: i tombaroli avevano scavato un’asse che da nord a sud attraversava la strada, partendo dalla cantinola dell’abitazione limitrofa, per poi arrivare ad una meravigliosa villa di epoca romana.

Attualmente il Parco sta lavorando su un settore di villa completamente inedito: il quartiere di servizio con la stanza degli schiavi, le stalle e tutti gli ambienti rivolti alla servitù. La stanza degli schiavi è la testimonianza di quello che succedeva in questi ambienti. Era un luogo dedicato alle persone di servizio che lavoravano in questa villa e si svolgevano una serie di attività, principalmente di stampo agricolo. È stata recuperata la traccia di letti e di recipienti che servivano per arredare la stanza ed in qualche modo si è ricostruito quello spaccato di vita che, poi, si è interrotta.

Per approfondire la rilevanza storia e sociale della villa, sottratta ai tombaroli, abbiamo intervistato il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel.

Prima di analizzare nello specifico l’attività della Civita Giuliana vorrei ci soffermassimo sul periodo post-pandemico che stiamo vivendo. Come sta andando l’attività di ripresa?

«È un salto nel buio per tutti noi. Turisti di determinati paesi stanno tornando con grande rapidità, ad esempio: i visitatori dall’Italia, dall’Europa o dagli Stati Uniti. Per altri, invece, i flussi sono cambiati: mancano in gran parte giapponesi, coreani e cinesi. Notiamo la presenza di tanti giovani, famiglie, con una media di 12 mila visitatori al giorno, durante la settimana, che sale a 15 mila nel fine settimana. Tutti questi fattori ci fanno ben sperare: siamo sulla strada giusta».

Quello degli scavi abusivi è un fenomeno molto esteso nel territorio campano, in particolar modo tra Pompei ed Ercolano. Che realtà ha dovuto affrontare?

«C’è una narrazione dei tombaroli quasi “romantica” che non coglie la complessità e l’effetto dannoso di queste attività sul patrimonio culturale. Ad esempio, allo scavo di Civita Giuliana, gli artefici che hanno creato il tunnel che partiva dalla loro abitazione, sono l’ultimo tassello di un grande meccanismo. Un traffico gestito in maniera quasi scientifica che garantisce il trasferimento di queste opere all’estero (Svizzera, Stati Uniti etc…). Lì, successivamente, ci sono degli schemi per nascondere la provenienza o crearne una falsa per giustificare la presenza di quell’opera lì: come è stato fatto con il Doriforo o con altri affreschi pompeiani che ritroviamo negli Stati Uniti. Vengono giustificati come “eredità familiari”, ad esempio in Svizzera, facendo così perdere la traccia nelle generazioni, affermando che “è sempre stato di famiglia”. Un’altra giustificazione molto comune è quella del ritrovo in acque marittime internazionali: cosa che risulta impossibile in quanto le reti per ritrovare uno scavo non arrivano a tali profondità».

Anche perché avrebbero dovuto presentare segni di usura da parte dell’acqua di mare…

«Esatto. Ad esempio, nel caso del Doriforo, sembra evidente che la statua mostri tracce di conservazione in terra piuttosto che in mare».

Qual è la sinergia che avete introdotto con la Procura di Torre Annunziata per il contrasto agli scavi abusivi?

«Questa è stata un’idea molto innovativa del Direttore Massimo Osanna, prima del mio arrivo, con il Procuratore aggiunto Filippelli. Facendo queste indagini, la Procura ha ravvisato la necessità di avere un contatto diretto con il Parco archeologico. Questo per avere una visione scientifica, oltre che giuridica, dello scavo: per capire l’entità del danno e per mettere in atto adeguate opere di recupero ed il risultato è stato eccezionale. Un’operazione scientificamente molto valida che ha portato ad una prima condanna dei tombaroli, con danni stimati a circa due milioni di euro. Inoltre, il Parco si è costituito parte civile nel processo. Adesso, con il Procuratore Nunzio Fragliasso, abbiamo rinnovato questo protocollo d’intesa che non è limitato a Civita Giuliana, ma si rivolge a tutto il territorio. Il Parco interviene lì dove la Procura individua delle attività di scavo e collabora nell’elaborare la carta archeologica del territorio, fare valutazione su reperti in superficie e avviare i sopralluoghi. Abbiamo unito le forze per un’attività continua di monitoraggio».

Perché la Civita Giuliana è l’emblema di questa sinergia?

«Da alcuni anni è partito questo progetto, finanziato da risorse importanti, che ha portato scoperte senza precedenti. Civita Giuliana è una villa eccezionale, di elevato livello economico e sociale dei proprietari, ma il territorio presenta tante ville: alcune saccheggiate molti anni fa. Spesso accadeva che, dopo aver scavato le ville, si staccavano degli affreschi, alcuni attualmente presenti al Metropolitan art museum di New York; si recuperavano e conservavano dei reperti considerati di valore, mentre quelli meno importanti venivano lasciati lì: non c’era grande attenzione. Dopo questa attività, le ville venivano rinterrate e non valorizzate, come invece stiamo facendo adesso, riportando alla luce e all’antico splendore i ritrovamenti».

scavi abusivi pompeiDunque, perché questi scavi, considerati “illegali”, sono conservati legalmente in importanti musei?

«Spesso sono scavi realizzati prima del 1909, momento in cui diventa illecita l’attività, dunque non sono strettamente illegali. Si può però parlare di “debito morale”, perché ci si domanda il motivo per cui il tesoro di Boscoreale sia a Parigi anziché sul territorio di cui racconta un pezzo di storia. Invece, quando la detenzione è illegale anche a livello giuridico, il Ministero si attiva per cercare di sanare queste situazioni: come il Doriforo di Stabia o altri oggetti che sono rientrati ed hanno una grande vetrina nel Museo dell’arte salvata, inaugurato a Roma il 15 giugno 2022».

Cosa si può fare per prevenire quest’attività di furti e scavi illegali?

«È molto importante far capire che l’archeologia non è una lotta tra il tombarolo abusivo e quello statale: abbiamo delle finalità diverse. Loro vogliono vendere gli oggetti al mercato, a prescindere dal loro contesto originale che viene smembrato, nascosto e, spesso, non è più ricostruibile. Per noi, invece, quel contesto è il vero tesoro. Non è il materiale (oro, bronzo, ceramica), ma il valore dipende da quello che gli oggetti ci possono raccontare. Bisogna superare l’idea che gli archeologi scavano per trovare tesori, ma comunicare alla società che lo si fa per il valore della conoscenza. Attraverso i social o le visite private ai cantieri con le Università, cerchiamo di trasmettere la complessità che può avere un determinato luogo: Civita Giuliana è un esempio. Apriremo questo scavo ulteriormente, portando dei visitatori lì, nei limiti con gruppi piccoli accompagnati e rispettando tutte le esigenze di sicurezza. Proiettando questo sguardo al futuro, questo luogo deve essere sempre più accessibile e fruibile».

Ci sono ancora dei cantieri aperti oltre la Civita che hanno origine da scavi abusivi?

«Sono in corso delle attività di rilievo e monitoraggio, ma cantiere di queste estensioni no».

IL FOCUS DELL’ARCH. SPINOSA

I proprietari della villa erano persone di un’elevata classe sociale?

«Certo, questo lo testimoniano le dimensioni della villa, di cui non abbiamo complessivamente tutto l’impianto. Si tratta, però, di un’ampia estensione, vista la lunghezza della stalla di oltre venti metri in cui sono stati ritrovati tre cavalli, ma ne ospitava molti di più. Era sicuramente una famiglia benestante».

Avete ritrovato dei corpi?

«In questo settore, no. In quello scavato a nord, sono stati ritrovati due ultimi fuggiaschi di cui si è riuscito a fare il calco. Questi resti sono visitabili nell’antiquarium di Pompei: da lì si ricostruisce uno spaccato della vita che si svolgeva in questa parte suburbana della città».

Ritenete che sia una delle ville più importanti del Parco archeologico?

«Sicuramente è importante per la localizzazione: molto fruttuosa per la cittadina dell’epoca. La vocazione rurale e agricola di questa parte della città ha un’origine antica che si è conservata fino ad oggi. Questo lo notiamo perché, nella parte antistante la villa, sono stati condotti degli scavi che hanno dato l’impronta dell’orto».

In che stato di conservazione si trova attualmente la villa? Considerando anche l’enorme danno da parte dei tombaroli…

«Ci troviamo a 6 metri di profondità rispetto alla quota stradale. Le parti conservate sono quelle del primo livello della villa che sono riuscite a resistere all’impatto dell’eruzione grazie all’importante spessore della struttura muraria, in alcuni casi superiore ai 60 cm. Molte ville più piccole, con solai più leggeri, sono crollate per il peso dei lapilli. Nel caso della villa di Civita Giuliana, invece, la copertura è molto più resistente: nonostante l’accumulo del materiale pesante al piano superiore, contemporaneamente veniva riempito anche l’esterno e questo ha bilanciato il ribaltamento. Infatti, intorno alla villa è presente tutto il materiale di riempimento dopo l’eruzione; mentre, all’interno, sono stati ritrovati resti, come lo stesso carro di Civita Giuliana, nella loro posizione, completamente intatti. Sicuramente questo è un esempio di scavo che farà scuola. Dunque, la quota del 79 d.C. è di 6 metri: a quella profondità partono le gallerie dei clandestini, di cui si può vedere traccia man mano che si percorrono le murature verso il basso».

Come vengono fatte queste gallerie?

«Si inizia lungo le murature: un muro fa sia da linea guida per queste attività e sia da garanzia di sicurezza. Con un’ampiezza di massimo un metro e dieci centimetri, i tombaroli procedono con un piccolo consolidamento di cemento liquido, procedendo man mano a portare fuori il terreno».

Il tombarolo ha bisogno della connivenza delle abitazioni intorno? È in atto questo tipo di sistema?

«Non saprei. Quello che sicuramente possiamo fare è aumentare la cultura della conoscenza. Trasmettere il valore delle strutture archeologiche presenti ed il danno che si viene a creare allontanando dal sito reperti e materiali o strappando dalle pareti gli affreschi. Molte volte, le persone non hanno la percezione del danno: su questo possiamo lavorare, essendo presenti sul territorio e continuando a comunicare. Questo è il nostro compito fondamentale: non abbandonare mai il percorso di tutela e conservazione, mettendo in atto numerose strategie.
La storia ci insegna che dagli aspetti negativi si può trarre del positivo: sicuramente è un fatto negativo la presenza di attività clandestine in questo luogo. Però, tutto questo, ci ha permesso di essere presenti in questo territorio e di avviare una serie di indagini per questa villa».

Secondo lei se gli scavi continuassero ancora più a nord, proseguendo la contrada, si riscontrerebbe la presenza di altre ville del genere?

«Assolutamente sì. Abbiamo la mappatura delle presenze archeologiche che ci sono qua e possiamo affermare che esiste un’altra Pompei, oltre le mura».

di Antonio Casaccio e Luisa Del Prete | ph. Angelo Marra

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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