James Senese: «La mia strada è il sacrificio. Pino? Eravamo fratelli ma non parlerò più di lui. I giovani non hanno riferimenti e oggi siamo comandati da un Sistema»

Il musicista che meglio ha incarnato lo spirito profondo del cosiddetto “Neapolitan Power”, forse più dello stesso Pino Daniele, è proprio James Senese. Coerente e granitico nel suo vivere quotidiano così come nel suo sound, classe ‘45, Gaetano all’anagrafe, “figlio della guerra” poiché nato a Miano dall’unione del soldato afroamericano statunitense James Smith con la napoletana Anna Senese. Esordisce nel 1961 con la band “Gigi e i suoi Aster” dove comincerà il suo sodalizio con l’amico di sempre Mario Musella, che lo seguirà con i “Vito Russo e i 4 Conny” e poi, definitivamente con gli “Showmen” con cui conseguirà la ribalta nazionale. Ma qualcosa nella prima soul band italiana si ruppe ed il progetto con il “Nero a metà” Musella finì troppo presto perché Mario intraprese la carriera solista ma si spense a soli 34 anni per cirrosi epatica. Senese continuò la sua carriera e fondò con il batterista Franco Del Prete i “Napoli Centrale”. Era il 1975 e quella band divenne cult nell’ambito del jazz-rock e fonte di ispirazione per una generazione di musicisti. Tra questi il giovane Pino Daniele che nel 1978 suonò il basso nel gruppo, prima del successo da solista.

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Abbiamo incontrato Senese nei camerini del concerto che ha tenuto con Enzo Avitabile, “I Bottari” ed il rapper Luchè per il “Noisy Naples Festival” all’Etes Arena Flegrea. La manifestazione che ha riempito l’estate musicale dei napoletani, un hub di eventi musicali particolarissimo e curato con passione dal direttore Mario Floro Flores e fortemente voluto da Claudio de Magistris, neo direttore dell’Arena.

 

 

James, un tempo la musica si faceva negli scantinati e poi solo attraverso la gavetta si cercava il successo. Oggi si parte dalla televisione, dai “talent show” e su questo si prova a costruire una carriera. Cosa ne pensi?
«È così, oggi è tutto cambiato. I giovani dovrebbero tenersi lontano dall’apparire perché questo non fa altro che distoglierli dai sentimenti che abbiamo dentro di noi e che contano più di tutto. Quando non ti guadagni niente, nulla ti rimane. Ma il giovane questo lo sa, è solo che non vuole affrontare il problema. Non ci fai niente, puoi parlargli ma non è facile che t’ascoltino. Noi facciamo questo mestiere da tanti anni ed abbiamo visto di tutto. Oggi non ci sono punti di riferimento e la verità non te la fanno vedere. Non è nemmeno tutta colpa dei giovani, loro vivono la plastica che gli danno, gli viene indicata una strada e vanno verso quell’obiettivo».

Secondo te, è mancanza di volontà nel fare i sacrifici, scarsità di valori o cos’altro?
«Conosco un’unica strada, il sacrificio. È questo che ti fa arrivare a qualcosa di concreto, devi soffrire per la tua passione e presto potrai portare fuori il mondo che hai dentro di te e che ti darà la possibilità di realizzarti come uomo».

Il concerto dedicato a Pino Daniele lo scorso 7 giugno allo stadio San Paolo è stato un grande evento. Ma, oltre qualche amico storico, c’eravate soltanto voi della band a rappresentarlo. Che mi dici a riguardo?
«Hanno fatto in modo che noi non uscissimo fuori come è giusto che fosse. Ma purtroppo c’è il padrone che comanda sempre, dall’altra parte».

Il padrone chi è?
«Il padrone è chi gestisce l’evento. Ma non ce l’hanno fatta perché noi siamo così presenti e forti nella nostra dimensione che era praticamente impossibile metterci da parte».

La gente però sui social network ha risposto duramente, sia prima che durante il concerto.
«Meno male, noi di questo siamo coscienti e contenti. Ma attenzione, non scherziamo con il potere, esiste. Io lo combatto da tanti anni. Da quando ho iniziato a suonare il sax. Il potere è forte e dominante, o fai la rivoluzione o non c’è niente da fare. Ognuno abbassa la testa. In quel concerto a noi è mancata la nostra poesia, l’amore per la cultura napoletana e la città. Pino poteva essere ricordato centomila volte meglio ma, come si dice a Napoli: “hanno messo troppa carne a cuocere e questa carne non si è cotta mai!”».

Quanto ti manca Pino?
«Eravamo come fratelli. Ma credimi, da oggi in poi non voglio più parlare di lui perché secondo me è sfruttarlo, camminare sui suoi sentimenti ed il suo modo di essere. Ho preso una decisione: questo concerto al San Paolo è stata l’ultima cosa che mi vedrà legato al suo nome. Andrò per la mia strada, non voglio più essere complice di questo massacro, proprio come fanno i mass media. Ognuno “azzuppa’ a fresella” diciamo noi napoletani, ed io non ci sto più, e dico basta».

Cosa rappresenta per te “Aspettanno ‘o tiempo” il tuo nuovo progetto discografico?
«Questo album dal vivo arriva dopo “23 LP” e credo fosse doveroso farlo. Avevo necessità di un qualcosa di più genuino. È un disco pieno di calore e parla a chi deve parlare, a chi ama la musica. Ci sono due inediti. Uno scritto da Edoardo Bennato ed un altro da due compositori brasiliani, che ho tradotto in napoletano. Sono felice perché siamo sempre in giro per tutta Europa. L’anno scorso abbiamo fatto più di 100 date e spero di superarmi quest’anno».

Il “Magazine Informare” è nato a Castel Volturno, in risposta ad una mentalità “pane e camorra” di 15 anni fa. La camorra avrà mai una fine?
«Non voglio parlare della camorra perché è il Sistema che ha fatto diventare criminale gli altri. C’è chi si è salvato e chi no. Non c’è una distinzione netta. C’è un Sistema che ci frega, che si prende la nostra vita e crea differenze sociali. C’è chi riesce ad arrangiarsi e chi sceglie strade cattive. Chi sono i padroni? Accendiamo la televisione. Lo Stato, il Vaticano. Questi sono i nostri Padroni. Questo è il Sistema che ci comanda. I criminali di oggi sono diversi da quelli del passato, si sono fatti una posizione all’interno della società e muovono i fili del Sistema».

di Nando Misuraca
Foto di Carmine Colurcio

Tratto da Informare n° 184 Agosto 2018

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