A 24 anni dalla scomparsa l’intervista impossibile all’ultimo pulcinella

 

È tutto pronto. Fonici e cameramen sono ai loro posti, dalla cabina della regia si intravede uno schermo con un conto alla rovescia ed i truccatori fanno gli ultimi ritocchi agli ospiti in un angolo. Io già mi sono accomodato sulla mia poltrona, prendo sempre questi cinque minuti di meditazione in cui mi dimentico della diretta, degli spettatori, delle pubblicità e della scaletta.

 

Massimo Troisi
Massimo Troisi

 

Lo spettacolo ha inizio. I primi convenevoli, i ringraziamenti e qualche parola che tenga gli spettatori incollati per altre 2 ore. Il primo ospite: una donna che dice di essere la pronipote per via diretta di Leonardo Da Vinci. Pubblicità. Il secondo ospite: un uomo di 90 anni che ha sventato una truffa con l’uso di un cucchiaio. Pubblicità, e adesso arriva il terzo ospite. Il terzo ospite… ormai si parla di lui come di un mito; nella sua città natale, dove ha deciso di tornare a vivere, non può camminare per strada, si dice, al pari di una stella del calcio. Due anni fa è riuscito a vincere il suo secondo Oscar, al di là delle candidature e del riconoscimento internazionale alla carriera. È ufficialmente il simbolo più eclatante di Napoli, l’affermazione della cinematografia partenopea nel mondo. Sto per intervistare Massimo Troisi.

Entra con passo tranquillo, la camicia operaia che porta da sempre addosso gli fa un po’ difetto sulla pancia che arrotonda il fisico esile. I nerissimi capelli ricci che tutti conosciamo, il suo simbolo, appaiono ingrigiti e sulla faccia le rughe lo rendono ancora più sorridente. L’atteggiamento è scanzonato, come sempre, quasi come se ogni gesto, ogni sguardo, fosse un’ulteriore battuta fatta per far sorridere chi lo circonda. Nessuno gli darebbe 65 anni. «Guard’eh, che io vado a braccio, non mi so preparato nulla» mi reguardisce mentre mi stringe la mano. Ci mettiamo ai nostri posti.

 

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Informare n° 182 Giugno 2018

 

«Quel film dovevo finirlo con il mio cuore»

Ricominciata la trasmissione, non lo accoglie il solito, finto, applauso, ma un silenzio di stima e rispetto. «Buona sera Massimo, hai notato il silenzio del pubblico? Sono tutti curiosi di sentirti». Si guarda intorno, alza il sopracciglio e mi risponde: «Maronna, io pensavo di tenere qualcosa fuori posto e non ridevamo pecchè stiamo in televisione. Curiosi e sentì a me? E che vonno sapè?». Tutti ridono. «Innanzitutto direi di parlare del tuo ultimo lavoro, quello dell’Oscar», gli chiedo. «Aej queste cose americane, l’Oscar. Per l’amor di Dio eh, il premio cchiù gruosso che si può vincere, ma il primo è sempre il primo. Quando mi dici Oscar io penso al “Postino”, quello sì che fu una soddisfazione… quando ne parlo, oramai, la gente dice “sese ‘e tiemp’e Matusalemme”, ma per me è come se l’avessi vinto l’altro ieri». Affanna un po’ quando parla tanto, ma tanti problemi non se li fa: è il prezzo da pagare quando si ha un cuore troppo grande ma, fortunatamente, sano.

 

Massimo Troisi ne "Il Postino"
Massimo Troisi ne “Il Postino”

 

«A proposito del “Postino” – intervengo – negli ultimi giorni di riprese ci facesti prendere un bello spavento!». «Azz… tu ‘o ddice a me? io fui preso per i capelli. Quel film lo volevo finire con il mio cuore, e per questo mi affaticai assai. Il 3 giugno andai a dormire e meno male che la notte si accorsero del mio attacco cardiaco. Fui ricoverato d’urgenza e operato. Menumale, altrimenti l’Oscar lo ricevevo postumo, saje che risate!». Scatta, ovviamente, l’applauso. «Stai a Napoli, a San Giorgio a Cremano per l’esattezza, a volte non senti il bisogno di andare via?» Allarga le braccia, come chissà quale bestemmia avesse ascoltato. «E pecchè? Quella è casa mia. Tante volte mi chiedono “ma Napoli nel tuo cinema?”, ma che significa? Nei miei film ci sta Napoli perché ci sto io ed io ovviamente porto la mia città con me in ogni cosa che faccio. Ma mica lo faccio apposta eh?! È naturale, come quando vengo criticato perché parlo sempre napoletano: che ce posso ffà? Dice “tu lo fai per il personaggio”, ma quanno maje! Io penso nel mio dialetto, se parlassi italiano mi sentirei finto».

 

Pino Daniele, Napoli e… Andreotti

«Ormai sono 3 anni che hai un amico in meno, ce ne vorresti parlare?». Di colpo diventa serio, mette le mani in faccia e poi risponde: «Chesta parte del ricordo non ve la scordate mai; non ci crederai ma quando scherzavamo eravamo convinti che fossi morto prima io. Che t’aggia dicere? Mi manca, al di là della grandezza di Pino, dell’artista che è stato, dico sempre “l’Eduardo della musica”; e nessuno ci crede quando parlo di come organizzavamo il lavoro. Aej, le risate: lui scriveva la canzone e io ci facevo il film sopra», sorride, si prende un attimo. Alle nostre spalle si vedono gli spezzoni dei film sulle note di Pino Daniele. Troisi prima si sofferma a guardare loro, poi guarda me e dice: «A me manca l’amico». 

 

Massimo Troisi e Pino Daniele
Massimo Troisi e Pino Daniele

 

Il ricordo andava fatto, ma è il momento di cambiare argomento: «Che consigli dai ai giovani che inseguono il tuo mito?». «Veniteve a piglia’ nu cafè a casa mia, – ride – scherzo, ovviamente. Io sono partito come tutti quanti loro, dal nulla. Po’ ij so patriottico, quando penso ai giovani mi riferisco a quelli della mia città che dà tanti spunti, molti dei quali veramente comici». Non è una battuta, lo si capisce dall’amara tonalità con cui l’ha detto. «Anche a te ne ha dati tanti», ribadisco. «Sisi, questo è vero, ma se ci fossero meno comici vorrebbe dire che sono diminuite le cose su cui fare ironia. Napoli secondo me non sta vivendo un bel momento. Sisi, ‘o’ssaccio, i turisti, il lungomare, ‘o Sindaco pure l’aggio cunusciuto, ma me pare sempre che ci manca qualcosa per fare lo scatto. Per diventare comm’a Milano, per esempio. C’è tanto impegno, ma il semaforo, per dirne una, rimane sempre un “consiglio”, e la gente con l’acquedotto invece di bere ci mangia». Tutti ridono. «La gente di Napoli va istruita e non denaturata, deve essere valorizzata per quella che è, non per quello che gli altri vorrebbero». «65 Candeline spente a febbraio, cosa è cambiato?», gliela servo su un piatto d’argento. «Ah mo vuoi fare la domanda dove io ti devo dare la risposta matura e filosofica. No, invece, mi dispiace io me sento semp’o stesso, almeno dal punto di vista identificativo. Sono ancora tifoso del Napoli, mi piacciono ancora le donne, quelle degli altri si intende (befana a parte, che rimarrà scema a vita), e per quanto riguarda la politica vorrei essere sempre il figlio di Andreotti!». 

Su questa battuta la gente si alza in piedi, i battiti delle mani sono così forti che… mi sveglio. Sono passati i miei cinque minuti di meditazione, la trasmissione deve cominciare.

Maledetto 4 giugno del ‘94, non sai nemmeno tu cosa ci hai negato.

di Savio De Marco
Foto di Copertina Mario Tursi – Archivio Mario Tursi Foto

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018

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