clan casalesi

COPERTINA – Intervista al Procuratore nazionale antimafia Melillo: “La rete del clan dei Casalesi è ancora viva”

Antonio Casaccio 05/04/2023
Updated 2023/04/06 at 10:48 AM
7 Minuti per la lettura

Crisi economica e pubbliche amministrazioni piene di fondi per opere pubbliche: un connubio di assoluto interesse per le organizzazioni mafiose. L’occhio sui fondi del PNRR è scattato da tempo per le mafie, sempre più capaci di infiltrarsi nell’economia legale, intercettando fondi pubblici e accedendo a crediti degli istituti bancari. Un allarme costante che pone maggiore responsabilità sulle Istituzioni preposte al contrasto delle organizzazioni criminali, una su tutte la Procura nazionale antimafia.

A guidare quest’organo essenziale nella lotta alla mafia c’è il Dott. Giovanni Melillo, ex capo della Procura di Napoli che per anni ha affrontato direttamente l’impegno del contrasto alla camorra. Il Dott. Melillo oggi mette a servizio della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo una lunga esperienza e profonda conoscenza delle dinamiche mafiose, in un momento storico particolarmente complesso.

Abbiamo intervistato il Procuratore Melillo per fare una panoramica sui rischi attuali e le potenzialità delle organizzazioni criminali, facendo particolare riferimento all’attuale stato di salute del clan dei Casalesi e della sua ambizione egemonica sul territorio casertano.

Cosa risponde a chi pensa che dopo i grandi arresti il clan dei Casalesi ormai sia sconfitto o non abbia più così tanto potere?

«Gli direi di avvicinarsi alla realtà delle aree casertane. Il clan dei casalesi ha costituito una presenza egemonica e asfissiante, vi sono legami profondi e mai recisi di quell’organizzazione con componenti importanti del tessuto sociale ed economico della zona. Il clan dei Casalesi gode di vitalità grazie a reti di complicità che conserva al di là dell’efficacia dell’azione repressiva realizzata negli ultimi trent’anni. Dobbiamo specificare che quest’organizzazione criminale conserva inalterata la tendenza a ripristinare e ricostruire la rete organizzativa che per anni ha costituito il suo tessuto fondante».

Nelle indagini sul clan dei casalesi, riferite particolarmente alla fazione Zagaria, sono emersi ampi rapporti con organizzazioni criminali dell’est Europa. Ci sono organizzazioni dell’est che hanno sempre più interessi nel nostro paese? Stringono rapporti con le mafie italiane?

«Le organizzazioni camorristiche hanno avuto un ruolo fondamentale nell’espansione delle reti criminali nell’area balcanica, basta considerare l’impatto che le guerre nell’ex Jugoslavia hanno avuto sui processi di evoluzione dei processi criminali da una parte e dall’altra dell’Adriatico. Le organizzazioni mafiose hanno una naturale vocazione ad espandere i propri traffici su scala globale, ciò determina un continuo processo di espansione affaristica sia nell’ambito dei mercati criminali (traffico di droga etc.) o legali. In generale questo è un tema cruciale per comprendere che la questione “mafia” non è solo rilegata all’Italia, ma riguarda l’intera comunità internazionale».

La pandemia e la guerra hanno messo in ginocchio l’Italia, particolarmente il Sud. Come le mafie possono sfruttare l’attuale scenario di crisi?

«Le mafie hanno una straordinaria capacità di adattamento, superiore anche a quella delle Istituzioni. Giovanni Falcone diceva che i mafiosi hanno sempre una lunghezza di vantaggio ed è vero: le mafie sono estremamente intraprendenti, ben consce delle tecnologie e della modernità, questo garantisce alle organizzazioni criminali vitalità. È assolutamente evidente che i programmi di spesa pubblica legati alla pandemia e al PNRR costituiscono un teatro naturale di espansione delle mire affaristiche della mafia».

Molti analisti hanno parlato di un welfare mafioso che i clan avrebbero attivato durante e dopo la pandemia, per dare supporto alle famiglie in difficoltà e rafforzare il consenso sociale. Che lettura fa?

«Dipende molto dai contesti. Di certo le organizzazioni mafiose fanno attenzione a cementare attorno a sé i propri interessi in una cornice di consenso sociale che si nutre di manovre di “welfare” come da lei indicato. Io non credo che sia questa la principale caratteristica delle mafie, il loro punto nevralgico è trasformare la violenza in propria ricchezza. È evidente che in alcuni contesti territoriali, dove i mafiosi hanno bisogno di protezione dovuta al consenso sociale, si generano anche operazioni di addomesticamento del rischio di isolamento. Sinceramente, però, non credo sia questa la principale pulsione delle organizzazioni criminali che sono rette da un principio egoistico fondamentale: creare ricchezza per sé e per gli affiliati».

La mafia riesce sempre più a confondersi nell’economia legale. Come fanno i clan ad accedere alle linee di credito degli istituti bancari?

«Le mafie oggi sono essenzialmente questo: sistemi criminali attorno ai quali ruotano costellazioni di imprese che non si differenziano dalle imprese legali, ovviamente li differenziano solo gli interessi ai quali rispondono. Occorre guardarsi dal rischio di identificare le mafie come un fattore di sottosviluppo che è il riflesso della povertà, l’evoluzione delle organizzazioni mafiose è da tempo consolidata da uno sviluppo di una rete di imprese all’avanguardia che rende fuorviante la stessa idea di infiltrazione delle mafie nell’economia. Le mafie sono una componente strutturale del sistema economico di larga parte del Paese, non solo del Sud».

Stato e istituti bancari: chi deve fare di più in uno scenario di infiltrazione così permeabile?

«Lo Stato deve fare la sua parte e il sistema finanziario ha dei doveri che vanno assolti puntualmente. Gli istituti bancari hanno il dovere di segnalare le imprese sospette ed esercitare l’impresa bancaria facendo attenzione ai rischi di contaminazione. È fondamentale che nell’assorbimento di tali doveri gli operatori finanziari immettano anche la loro conoscenza del cliente, facendo in modo che il sistema di segnalazione non sia regolato solo da algoritmi e finiscano per restituire un’immagine soltanto parziale del rischio di utilizzo del sistema finanziario a scopi di riciclaggio».

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *