COPERTINA | “Il Made in Italy guiderà la ripartenza”

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Carlo Palmieri è Vice Presidente SMI (Sistema Moda Italia) con delega per il Mezzogiorno e Vice Presidente di Pianoforte Holding Spa (Carpisa/Yamamay/Jaked).

Il Gruppo distribuisce i 3 brand (pelletteria/valigeria, intimo/mare, nuoto/sportswear) in Italia ed all’estero con una rete di punti vendita monomarca diretti e/o in franchising, con ricavi consolidati nel 2019 di oltre 320 milioni di euro.
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Carlo Palmieri

I punti vendita totali sono oltre 1.200 di cui in Italia 850 e 350 all’estero (in circa 35 paesi UE e ExtraUE) per una quota export di circa il 16% e di e-commerce pari al 5%.
Il settore italiano del Tessile-Moda-Accessori (dati 2019) era costituito da circa 66.000 aziende con oltre 580.000 addetti per un fatturato totale di oltre 96 miliardi di euro di cui oltre 70 miliardi per export.
Nello stesso anno la quota export del settore era cresciuta del 3,9% e il Made in Italy continuava ad essere il driver della crescita per le nostre aziende.
Il Covid-19 nei primi mesi del 2020 ha bloccato drasticamente, prima in Asia e subito dopo in Europa e nel continente americano, la crescita della produzione dei consumi, dell’occupazione che sta causando una caduta del PIL mondiale e fa prevedere per l’Italia in particolare una caduta di oltre il 13% dello stesso, accentuato in gran parte dalla conseguente drastica riduzione della quota export per le imprese italiane e più in generale del Made in Italy. Abbiamo chiesto al Dott. Palmieri come vede il momento attuale di crisi e gli scenari economici futuri, le azioni attuali del Governo e le prospettive del comparto Moda dal suo osservatorio privilegiato, aziendale e istituzionale:

Qual è stato l’impatto del coronavirus sulle esportazioni e quali difficoltà state trovando adesso?

«Il nostro Gruppo nel mercato italiano, come per tutte le reti retail, ha subito un periodo di lockdown totale (da 2 a 3 mesi). Tali chiusure hanno interessato, in momenti successivi ma di pari durata, quasi tutti i paesi esteri (oltre 30) dove siamo presenti con la nostra rete vendite.
Dalla riapertura, avvenuta a fine maggio, abbiamo subito una contrazione delle vendite rispetto al 2019 di oltre il 50%: sia per effetto del calo sostanziale dei consumi che per la riduzione, in gran parte dei paesi, dei flussi turistici. Ci auguriamo che a breve ci sia una ripresa del commercio, in virtù del calo della diffusione del coranavirus e delle politiche governative di trasferimento di liquidità attraverso risorse nazionali ed europee. Credo inoltre che ci sia anche un effetto psicologico che limita la capacità di spesa dei consumatori. Tale conseguenza provoca un crollo attuale della fiducia dei consumatori ed imprese che quindi coinvolge domanda ed offerta, come avvenuto nel 1973 e nel 2008, e quindi molto più difficile da superare».

Come giudica il Patto per l’export promosso dal Ministro Di Maio?

«La prima lettura di massima è sostanzialmente positiva, per due motivi principali a mio parere: l’entità delle risorse impegnate, circa 1,4 miliardi di euro e il coordinamento strategico tra vari Ministeri, Associazioni di categoria, enti nazionali quali ICE, SACE, SIMEST, Imprese e altri stakeolder del Made in Italy, per un’unica “regia” unitaria per l’attuazione e la verifica degli interventi proposti.

Inoltre, le azioni di internazionalizzazione hanno, forse per la prima volta, una visione non sul breve periodo ma sono strutturalmente orientate per raggiungere risultati a medio o lungo periodo.
Le nostre aziende devono necessariamente, per uscire dalla grave crisi attuale, dotarsi di piani industriali di durata almeno quinquennale e quindi anche di strumenti di incentivi di sostegno pubblico alla crescita devono giustamente essere “rotativi” e non spot. La struttura del Patto per l’export prevede, in modo virtuoso, a mio avviso una metodologia nuova di approccio rispetto al passato. Dobbiamo solo vedere ora se la sua attuazione, nel più breve futuro, riuscirà a far raggiungere gli obbiettivi strategici previsti».

Il Made in Italy ha ancora un ruolo importante nel mercato estero?

«Assolutamente sì e specie in questo momento: sarà il principale driver di crescita per il nostro Paese. Purtroppo la pandemia ha bloccato l’incremento del nostro export degli ultimi mesi di fine 2019, visibile in particolare nel comparto Moda, ed il Made in Italy era, come sempre, l’asset strategico che garantiva tali risultati per le nostre aziende esportatrici. La competitività, sempre più presente sui mercati mondiali si deve vincere con le caratteristiche uniche che le nostre produzioni hanno: il “bello e ben fatto” è italiano, ma spesso negli ultimi anni è stato sottovalutato o quanto meno non sostenuto a sufficienza. Speriamo che questo Patto sia la svolta per sostenere e rilanciare l’export italiano nella fase post Covid».

Quali limiti ha incontrato il Made in Italy nel corso degli anni?

«Un limite “esterno” è stato quello delle politiche di accompagnamento duplicate nelle azioni e negli attori pubblici che le attuavano. La comunicazione per la promozione del Made in Italy all’estero per esempio era spesso quasi inesistente. Inoltre le sedi istituzionali (vedi Ambasciate) a differenza di altri paesi non erano “utilizzate” per assistenza e marketing per i prodotti e per aziende italiane. Un limite “interno” per il Made in Italy invece è stato, tra gli altri, la mancanza nelle aziende di formazione e assunzione di figure professionali con skill specifici, ad esempio destinati all’internazionalizzazione o alle attività di digital marketing, prioritari nello scenario globalizzato dei mercati mondiali.
Inoltre la dimensione di PMI della maggioranza delle imprese italiane continua ad essere un limite. Iniziative di rafforzamento per la capitalizzazione delle aziende o programmi di incentivi per la loro aggregazione, anche temporanea (vedi filiere, reti, consorzi, etc.) possono aiutare a colmare questo gap storico rispetto alla struttura dimensionale delle imprese di altri paesi europei ed extraeuropei».

Cosa fare per rilanciarlo ed espanderlo maggiormente?

«Serve una nuova visione di “squadra” degli attori dell’internazionalizzazione, pubblici e privati, del nostro Paese: fare sistema sarà l’imperativo vincente e non solo uno slogan.
Un percorso costruttivo e propositivo dove le risorse non devono essere sprecate. Alcuni esempi? Eccoli:
a) promozione delle filiere e dei settori dove l’Italia è leader con modalità di comunicazione moderna, innovativa ed efficace;
b) costruzione di una rete di accordi con le principali piattaforme di e-commerce internazionali ma con una visibilità unitaria del prodotto Italia;
c) incentivi agli investimenti per insediamenti produttivi in Italia (cd reshoring) così da ampliare l’offerta Made in Italy;
d) promuovere campagne di sensibilizzazione dei consumatori sui rischi della concorrenza sleale alle aziende italiane con i fenomeni della contraffazione e dell’italian sounding».

Una annotazione ulteriore e finale la aggiungiamo noi: Il gruppo ha sede a Milano e opera su due headquarters situati a Nola (NA) e a Gallarate (VA), mentre gli uffici commerciali sono a Barcellona, Zagabria, Varsavia, Mosca e Dubai. Nell’Interporto di Nola (NA) con una superficie di oltre 12.000 mq, c’è una struttura tecnologicamente innovativa: Casa Carpisa. Una sede che conta 150 dipendenti, e che comprende sale di formazione altamente attrezzate, uffici creativi, spazi comuni come una mensa, una sala conferenze tecnologicamente avanzata da 250 posti.

Cosa dicono i dati…

Abbiamo intervistato Bruno Pinti, in qualità di Presidente del Campus Città del Sapere, Polo Unitelma Sapienza Napoli, progetto che nasce con la premessa di formare la classe dirigente del domani, creando un network che avvicina i neolaureati alle imprese attraverso l’attività di job placement e la predisposizione di stage e tirocini. «Le aziende dovrebbe fare squadra e cooperare in modo sinergico, cosa che, purtroppo l’azienda del Sud non è abituata a fare», ha dichiarato Pinti. «Creare un consorzio, sarebbe utopistico, ma sarebbe già un enorme passo avanti quello di riuscire a comunicare, investendo insieme sulla promozione del Made in Italy all’estero. Abbiamo ancora molto da fare, in questo senso, poiché i nostri prodotti non vengono adeguatamente sponsorizzati. Viviamo di turismo, di enogastronomia e di eccellenze del territorio ed è fondamentale riuscire a comunicarle all’estero. Per fare questo, però, c’è bisogno di una comunicazione capillare, che sappia valorizzare tutto questo. Una notevole importanza, dunque, viene acquistata dalla formazione e l’istruzione di chi si trova su questo fronte. Noi, recentemente, abbiamo siglato dei protocolli d’intesa con Romania, Bulgaria, Malta e Cina per poter esportare i nostri prodotti in questi paesi. Con alcuni colleghi della BAU International Academy of Rome – che si occupa di creare una classe internazionale di leader, manager, imprenditori e creativi nelle aree chiave dell’eccellenza del Made in Italy – stiamo puntando sull’organizzazione di sessioni di summer school e gemellaggi con la sede in Turchia. Tuttavia, la cosa fondamentale rimane quella di far conoscere il Made in Italy, anche e soprattutto sfruttando il digitale e le nuove tecnologie. Potrebbe essere un’idea, ad esempio, quella di organizzare seminari e convegni, interagendo con i rettori ed i direttori di dipartimento di università di altri paesi, promuovendo le nostre eccellenze. Ci sarebbe l’idea di creare una vera e propria piattaforma, dove esporre i prodotti chiave del Made in Italy, sempre nell’ottica di creare una sinergia tra le aziende italiane».

Cosa dicono le aziende italiane…

Gianluca Isaia, icona del “Made in Naples”, è alla guida di una delle aziende che rappresentano il fiore all’occhiello del Bel Paese. «In questo momento, le aziende stanno vivendo un momento di grossa difficoltà. Noi personalmente, abbiamo dovuto fare dei tagli importanti al personale, soprattutto posti fissi che, purtroppo, sono quelli che pesano di più economicamente, anche se sono quelli più difficili da tagliare, dati gli anni che hanno dedicato ad Isaia. Il fatturato ha subito delle batoste notevoli, a causa della chiusura degli store che è andata dai tre ai quattro mesi, con alcuni punti vendita esteri che sono ancora chiusi, come negli USA. Stiamo cercando di galleggiare, di limitare le perdite, non senza difficoltà.
Tuttavia, riesco a guardare al futuro e alla relativa ripresa per l’anno prossimo, con discreto ottimismo: l’anno 2021 sarà sicuramente un anno di ripresa». Non per tutte le aziende, purtroppo, il portale digitale ha rappresentato un‘ancora alla quale aggrapparsi, specie per coloro che lavorano maggiormente con vendita nei retail.
«Il nostro è un target particolare, che interessa una clientela che può permettersi un brand di lusso come il nostro. Tuttavia, per quanto possiamo essere riusciti nella vendita online, noi speriamo di poter tornare ad investire nelle aperture di negozi fisici entro settembre/ottobre. Questa è una strategia chiave per l’azienda “Made in Italy”, perché permette un controllo e una presenza sul quel determinato territorio e una presenza sul mercato più importante. Senza contare che al discorso della presa misura, l’abito sartoriale è difficile venderlo online, anche perché il nostro cliente vuole vivere l’esperienza che la sartoria napoletana ti induce a vivere».

di Nicola Dario e Carmelina D’aniello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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