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COPERTINA – Il futuro dell’Italia invitato ad andare via: al Sud giovani senza lavoro e prospettive

Antonio Casaccio 05/01/2023
Updated 2023/01/05 at 2:00 PM
11 Minuti per la lettura

Nessuno è libero di essere un gambero: così affermava Nietzsche ne “Il crepuscolo degli Idoli”. Il filosofo tedesco ci spiegava che per l’uomo è impossibile vivere in retromarcia, siamo sempre costretti a guardare davanti, anche quando gli ostacoli sono insormontabili. Oggi, in Italia e in particolare nel Mezzogiorno, milioni di giovani sono costretti a guardare il proprio futuro, spesso senza possibilità di una prospettiva che sia il frutto delle proprie vocazioni e passioni. È il fenomeno dell’emigrazione giovanile, che al Sud lascia vuoti migliaia di paesini abbandonati da una generazione che è costretta a vedere un futuro oltre la propria casa, il luogo che ama e che è disposto a difendere.

GENERAZIONE “Z”ERO

Non c’è dato che tenga, se sei campano e hai vent’anni sei costretto a salutare buona parte della tua “comitiva” perché i tuoi amici vanno fuori per completare la propria formazione accademica (senza più far ritorno), per cercare un lavoro stabile e dignitoso, oppure perché il nostro Paese non offre sbocchi occupazionali in linea con la sua preparazione. L’assenza di politiche pubbliche proiettate a risolvere il dramma del lavoro giovanile è la più grande responsabilità delle classi politiche susseguitesi da oltre vent’anni. Il fatto ancora più sconvolgente è che non ci si rende conto di star perdendo la generazione con le più grandi potenzialità, capace di dominare strumenti tecnologici innovativi che hanno dettato una nuova Era Storica. La Generazione Z, nata nella Società Informazionale, ha accesso e si districa nel vasto mondo dell’informazione acquisendo sensibilità maggiori, come abbiamo visto per la tutela dell’ambiente e i diritti sociali. Il punto è proprio questo: ma se facciamo andare via i giovani, chi cambia la mentalità dei nostri territori? Chiunque ci circonda è pronto a lamentarsi della cultura del degrado che anima i comuni del Sud, ma purtroppo questa vivrà un cambiamento sempre più lento se lasciamo andare via la nuova linfa vitale della società.

GAETANO E IL VALORE DEI RAGAZZI CHE PERDIAMO

Per capire a che grado di drammaticità siamo, abbiamo deciso di ascoltare proprio quei nostri amici che sono andati via. Da questi racconti emergono storie raccapriccianti, con giovani pagati €3,50 l’ora da multinazionali, con contratti che non garantiscono alcun tipo di stabilità e dignità. Storie reali di giovani che hanno un valore immenso è a cui la politica, l’imprenditoria e i sindacati stanno voltando la faccia. Iniziamo con il racconto di Gaetano, 25 anni, originario di un comune dell’agroaversano.

Gaetano quando hai iniziato a lavorare?

«Da adolescente. Sicuramente la condizione economica instabile dei miei genitori è stata la motivazione più forte per iniziare a lavorare fin da subito. Siamo una famiglia umile, mio padre è un operaio e mia madre una casalinga e noi siamo tre figli. Non è stata un’adolescenza facile, anche perché viviamo in un’epoca consumista e credo che, per quanto non siano necessari certi beni materiali, comunque un bambino fa fatica a capire del perché non ha una bici o perché non può farsi una giornata al mare».

Con quali lavori hai iniziato?

«Purtroppo la situazione lavorativa in Campania non è delle migliori, non sto qua io a dire cosa sia giusto o sbagliato, ma credo che vivere in determinate condizioni non sia umano. Personalmente ho iniziato da ragazzino ad “imparare l’arte e metterla da parte”: lavoravo per una piccola bottega di un falegname amico di famiglia, che non finirò mai di ringraziare. Lì ho imparato cose che credo tanti giovani dovrebbero imparare, non tanto per il lavoro in sé, ma perché ogni centesimo era il frutto dell’impegno che mettevo. In tutto ciò al mattino andavo a scuola e di pomeriggio non facevo in tempo a pranzare che mi toccava scappare a lavoro. Ho fatto questo per anni, mi guadagnavo “una mazzetta”… non ho mai visto uno stipendio o un contratto in cinque anni».

Poi, però, hai finito gli studi… Cos’è successo?

«Inizio a pensare di dovermi sistemare per poter avere un’indipendenza economica. Tramite una “raccomandazione” riesco ad entrare in una multinazionale e firmo un contratto da 40 ore settimanali, ci sono rimasto due anni. Lì ho fatto di tutto: pulizie, magazziniere e produzione. Le ore settimanali erano almeno 70, dei mesi lavoravo 30 giorni su 30 e sono arrivato a fare 17-18 ore filate di lavoro tutte pagate a €3,50».

Com’è finita con la multinazionale?

«In pieno Covid decidono addirittura di lasciare a casa operai e partono a tagliare i contratti dei più giovani, tutto ciò per una folle tesi secondo cui un padre di famiglia ha stimoli e necessità diverse rispetto ad un ragazzo. Io e altri miei coetanei, quindi, ci siamo trovati senza neanche più quel minimo di stipendio che riuscivamo a percepire. Per fortuna mi si apre una piccola porta: un mio parente trasferitosi in Emilia Romagna una quindicina di anni fa mi propone di andare a lasciare qualche curriculum in quelle zone dove la mentalità è un po’ diversa. Un po’ per me stesso, un po’ costretto da un ambiente che non ha tanto da offrire lavorativamente, decido di andare conscio del fatto che avrei dovuto vivere lontano dalle persone che amo, dalla famiglia, amici e abitudini. Mi iscrivo in qualche agenzia del lavoro, cosa che in Campania ho fatto per anni senza ricevere mai una chiamata o una risposta, e lì invece in meno di due settimane mi arrivano varie offerte. Era ottobre 2020 quando mi sono trasferito in Emilia Romagna e ad oggi lavoro ancora nello stesso posto. Per anni nella mia terra, dove sono nato, mi hanno fatto credere di non essere all’altezza o capace di poter avere di più, che un giovane per quanto possa impegnarsi non sarà mai capace da solo di fare carriera.
Oggi, invece, grazie ad una realtà diversa sono certo che la meritocrazia esiste e che con impegno e volontà si possono ottenere cose anche quando non vediamo soluzioni».

La scommessa coraggiosa di tornare a lavorare nella propria terra

La storia di C.B. giovane ragazza di Castel Volturno che ha deciso di volare a Londra a 16 anni, per poi tornare nel piccolo comune casertano.

Quando e perché hai deciso di trasferirti in Inghilterra?

«Mi sono trasferita in Inghilterra nel marzo del 2018. Ho iniziato a lavorare per circa tre mesi come cassiera nella nota catena “Burger King”. Qui la retribuzione non era adeguata. Successivamente ho trovato impiego in una caffetteria. Sono partita come semplice “team member”; pur essendo minorenne, prendevo una paga minima dignitosa (7,50 pounds all’ora per una media di 35/40 ore a settimana).
In Inghilterra, in alcuni ambiti come quello della ristorazione – tra i settori meno retribuiti – se hai un’età inferiore a 21 anni non puoi avere più di un tot. di pounds all’ora. Tuttavia, nel corso degli anni ho percepito comunque vari aumenti di stipendio, poiché la manager ed il mio capo premiavano il merito. Con il passare degli anni sono diventata “supervisor manager” e, di conseguenza, sono enormemente cresciute le mie responsabilità».

Perché sei tornata in Italia?

«È stata una decisione frutto di una lunga riflessione. Molti pensano che vivere all’estero sia semplice, perché si guadagna tanto ed è facile acquistare beni di lusso. In realtà non è tutto oro quel che luccica, in quanto la solitudine pesa tanto. Non essendo riuscita a costruire rapporti d’amicizia solidi in Inghilterra, ho deciso di rientrare in Italia per riabbracciare la mia famiglia ed i miei amici. È stata una decisione non pienamente condivisa poiché il timore è che l’Italia non possa offrirmi nulla, in modo particolare la realtà di Castel Volturno in cui sono nata e cresciuta».

Cosa pensi delle condizioni di lavoro in Italia e delle opportunità di lavoro che vengono date ai giovani?

«Sono consapevole del fatto che per me non ci saranno molte opportunità lavorative. Con un po’ di forza di volontà in Italia il lavoro si trova, ma è molto difficile per chi, come me, non ha un titolo di studio nonostante un’esperienza manageriale e la conoscenza di un’altra lingua. In Inghilterra conta di più l’esperienza, in Italia, invece, se non hai il famoso “pezzo di carta” che attesti le tue conoscenze – anche linguistiche – non hai alcuna possibilità di assunzione. La tristezza maggiore è che per trovare lavoro in Italia bisogna trasferirsi al Nord. Si fa tanto per restare nella propria terra e nella propria casa, ma poi si è costretti a “scappare” per vivere una vita più dignitosa». di Patience Montefusco

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