COPERTINA | Il caso Palamara non è chiuso: la Giustizia è malata e va riformata

0
Informareonline-Palamara-2

Il dott. Luca Palamara è considerato un’anti-Penelope che tesse trame per preservare il “Potere per il potere”. Nelle sue parole trovano una logica le indagini crollate come castelli di carte o altre fermate per trasferimenti o punizioni; notizie che si diffondono come fulmini a ciel sereno e distruggono carriere. La Giustizia non è più la classica dea bendata, ma una signora vispa, troppo spesso facile, che osserva e decide di conseguenza. La risposta di Palamara a questo, dopo tutto, è la stessa che fu di Craxi: “Così fan tutti!”.
Lui stesso si è definito “deus ex machina del Sistema”, conosce le armi che possono essere usate contro di lui per esporre il capro espiatorio alla folla senza che agli altri venga chiesto conto di nulla; ecco perché ora è attento a ricostruire la sua figura, il suo ruolo. Ora che rischia di rimanere il solo e unico responsabile.

L’impressione è che il Sistema fagociti anche chi viene innalzato e, in questo caso, anche Lei. Una questione morale che avrebbe dovuto interessare tutta la Magistratura, è diventata “solo e semplicemente”: il Sistema Palamara. Lei, unico colpevole. Molti citati nel Suo libro sembrano cadere dalle nuvole.
Si sente scaricato? In fondo, pare che chiunque abbia mire o ambizioni di carriera non può fare a meno di scendere a patti con il Sistema; quasi nessuno, però, replica o smentisce quello che Lei denuncia. Pare ci siano stati, inoltre, anche problemi nella lista numerosissima dei testimoni.

«Beh, i numeri parlano da soli. Su 133 testimoni indicati lo scorso anno dalla difesa per l’udienza disciplinare a mio carico, ne sono stati ammessi soltanto 7. La richiesta della difesa era quella di audire magistrati, ministri, collaboratori del Presidente della Repubblica, funzionari ritenendoli pertinenti e attendibili.
Immediatamente, però, si è messa in moto la macchina per cercare di disinnescare ed evitare che ci potessero essere testimonianze imbarazzanti.  Il tutto a scapito della verità.
Amo troppo la giustizia e la toga per potermi sentire scaricato. La mia battaglia per la verità è ancora in corso e il successo del libro scritto con Sallusti, molto al di là di qualsiasi pronostico ottimista, dimostra che oggi la Giustizia si è trasformata in un tema di massa come peraltro già si comprendeva dal referendum indetto dal partito radicale nel 1987. Se da gennaio “Il Sistema” è ancora primo in classifica e regge e supera, in termini di vendite, il confronto di autori affermatissimi e molto conosciuti da anni come Carofiglio, Murgia, Verdone, Obama significa che gli italiani sono interessati a conoscere i meccanismi che fanno funzionare la macchina della giustizia».

Palamara è uomo del Sud. Le sue origini sono calabresi e sa bene cosa significa fare una scalata sociale. Al Sud si fa carriera attraverso le grandi inchieste che aiutano nella notorietà, ma è proprio da qui che partono i grandi attacchi al potere, poi azzoppati; si pensi al caso De Magistris. Nel suo libro spesso si alternano i grandi centri di potere e le procure meridionali. Sono camere di compensazione? Trampolini di lancio? Per avere successo, soprattutto politico, bisogna fare i conti con il Sud ed è facile avere scheletri negli armadi.

«Mio padre, Rocco Palamara, era un importante magistrato molto legato alla sua terra. Il nostro Paese di origine si chiama Santa Cristina d’Aspromonte. Negli anni Cinquanta mio padre prese una valigia di cartone e partì per Roma. Sono quasi sicuro che sia stata proprio la sua figura di uomo coerente e coraggioso a trasmettermi l’amore per la Calabria e la devozione verso le istituzioni. Nel 1988 infatti mio padre venne a mancare colpito da un infarto nella sala verde del Viminale, proprio mentre da magistrato sottoscriveva decisivi trattati internazionali che consentirono fra gli altri la celebrazione di importanti processi tra cui anche quello di Pizza Connection di Giovanni Falcone, figura spesso citata dal mio genitore come esempio di coraggio e indipendenza».

Le indagini di De Magistris (quando era magistrato in Calabria) furono sottratte illecitamente come ormai dimostrato. Parte del suo quadro investigativo forse troverà conferma in nuove indagini quali “Rinascita-Scott”, ma rimangono inesplorate altre parti delicate. De Magistris indagava quando il sistema era nel pieno delle forze e la procura di Salerno intervenne. Sentito in merito dalla stampa Gioacchino Genchi (all’epoca collaboratore di De Magistris) si espresse definendo la procura di Salerno “una procura importante, appannaggio delle scelte del potere”. Importante perché vigila sulle procure calabresi, ma anche perché “camera di compensazione del sistema campano”. Palamara individua grandi responsabilità nella corrente Magistratura Democratica. Dopo anni, la Procura di Salerno interviene (insieme al CSM) di nuovo indicendo di avere 15 magistrati calabresi sotto indagine. Di molti non si sa quasi nulla. Viene trasferito d’urgenza il procuratore Facciolla che indagava sui personaggi e politici renziani, anche se ora molte accuse sono state archiviate. Visti i nomi coinvolti viene il dubbio che si tratti di uno dei casi di cui Palamara parla nel libro: di cecchini ad hoc. Viene trasferito anche il procuratore generale di Catanzaro Lupacchini. Magistrato che ha firmato indagini importanti dalla banda della Magliana, alla strage di Bologna, fino a importanti interrogatori con Cutolo. Era entrato in contrasto con Gratteri sui metodi di conduzione delle indagini. I due erano stati auditi al CSM, ma prima dell’audizione Gratteri si è incontrato con Palamara. Interrogato su Facciolla, Palamara spiega:

«Il Sistema è un meccanismo autoreferenziale che prova a tutelarsi sempre da tutto e da tutti pur di preservare sé stesso. Il Sistema spesso ha utilizzato strumentalmente indagini per trovare alibi con cui trasferire taluni magistrati o insabbiare alcune notizie e renderne note di segrete. Certo, il Sistema per funzionare ha bisogno di un clima di interazione e sinergia strettissima tra chi fa le indagini chi può pubblicare o non pubblicare una notizia e magari qualcuno dei servizi che vigila e agisce sulla stessa lunghezza d’onda».
Sull’incontro con Gratteri per la questione Lupacchini, Palamara preferisce essere vago…
«Nella mia esperienza ultraventennale nelle istituzioni posso dire di avere incontrato moltissimi colleghi e magari anche in più di una occasione. Che non ci fossero rapporti idilliaci tra Gratteri e Lupacchini lo sapevano tutti. A fine 2019 il Csm decise di spostare Lupacchini dopo alcune battute sul modus operandi di Gratteri, su quella che lui aveva definito “evanescenza di alcune inchieste”. Ricordo però a tutti che Gratteri vive sotto scorta da oltre trent’anni e la sua azione, al netto dei numeri esponenziali degli arresti, è stata decisiva per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla percezione della invasività della criminalità organizzata».

Ora Gratteri pare essere in lizza per una promozione alla procura di Milano. Una procura che Palamara ha definito spesso un monolite, un tempio. Non è la prima volta che Gratteri prova ad uscire dalla Calabria: Renzi lo propose come ministro, ma Napolitano disse no. Al momento è impegnato con il maxi-processo alla ‘ndrangheta che ha visto l’attenzione anche del governo. Un processo che tra l’altro sta andando speditissimo. Milano è pronta a Gratteri? O viceversa, finalmente Gratteri ha le carte in regola per uscire dalla Calabria (a lui non è mai dispiaciuto d’altra parte, o sbaglio?) visto che prima è stato fermato. Sono cambiati i famosi equilibri di cui parla spesso?

«Credo che un nome come quello di Gratteri sia molto ingombrante per Milano. Ne avrebbe senza ombra di dubbio tutti i titoli. Non so, però, come il Sistema che ha espulso, ad esempio, il sottoscritto possa reagire rispetto al suo nome. Vedo, infatti, movimenti; quindi è prevedibile che alla sola idea in Lombardia si stiano già formando anticorpi contro la sua nomina. La domanda suggestiva da porsi oggi potrebbe essere la seguente: l’interesse che c’è per Milano è dettato esclusivamente dal prestigio che questa Procura ricopre anche per i fatti passati di Tangentopoli, o non ci sono invece delle motivazioni attuali per le quali questa Procura riveste un’importanza strategica e quindi il Sistema vuole impedire a Gratteri, che generalmente è poco incline al compromesso, di accedervi?  Quali contenuti non devono essere percorsi, valorizzati, esplicitati e magari non devono finire sulla stampa? Cui prodest?». Palamara è sibillino ed è difficile capire quali messaggi voglia inviare e a chi. Dice e non dice.

Un’ultima questione è la caduta del “Conte 2”. Viene il dubbio che uno dei motivi per cui sia caduto è la riforma della giustizia Bonafede. Qualche anno prima i ministri Boschi e Salvini si erano incontrati con altri procuratori in una cena romana e già avevano idee simili tra loro in materia di giustizia e lontanissime da quelle di Bonafede. È possibile che abbia avuto più peso di MES e altre cose? D’altra parte la prescrizione è un tema delicato che tocca gli interessi di molti. Nelle settimane convulse di Conte si parlò di giustizia a orologeria in merito all’indagine su Cesa. Che ne pensa?

«Ho letto un libro molto interessante scritto circa una quindicina di anni fa da Fabrizio Cicchitto “L’uso politico della giustizia”. Parla spesso di giustizia ad orologeria e la documenta con una dovizia di particolari molto inquietante. Ecco, io credo che dovremmo tornare ad una corretta tripartizione dei poteri senza ingerenze di uno sugli altri. Capisco la reazione nei primi anni Cinquanta ad una Magistratura che non aveva affatto preso le distanze dal Fascismo e quindi alla volontà della politica di recuperare questo gap antidemocratico favorendo una magistratura militante con idee antifasciste ben chiare. Ma in seguito ci sono state distorsioni imperdonabili per le quali è necessario fare una profonda autocritica.  Credo che la prescrizione sia un tema delicato. Non si può farla franca approfittando delle lungaggini processuali, ma allo stesso tempo non si può rimanere imputati a vita come concepito dall’ex ministro Bonafede. In questo modo il rischio è quello di eludere le garanzie difensive e di confliggere con il principio del giusto processo previsto nella nostra costituzione.  Non dimentichiamo poi che sul versante penale permane il problema delle carceri più volte sanzionato a livello europeo nell’ambito del quale viene sottolineata la necessità di puntare su misure di prevenzione del reato e sulla funzione rieducativa della pena. Sulla caduta di Conte probabilmente hanno inciso una serie di congiunture. È complicato in una fase geopolitica internazionale complessa – dalla elezione di Biden negli Stati Uniti alla necessità della Ue di avere garanzie sul recovery found – individuare una sola causa di caduta».

di Saverio Di Giorno

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 216

APRILE 2021

Print Friendly, PDF & Email