COPERTINA | Edoardo De Angelis

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«La vera scommessa di Castel Volturno è lo sviluppo»

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L’arte di De Angelis è il gusto di attingere a piene mani dalla vita reale, di raccontare gli aspetti profondi della quotidianità senza filtri, oltre i cliché e gli stereotipi.

È la costante ricerca di storie di vita vissuta lontano dai riflettori, e “Il Vizio della Speranza” rappresenta esattamente questa attitudine, nella sua forma più radicale ed affascinante.

Un angolo di mondo con i suoi stenti, le piaghe di una periferia dimenticata diventano scenario inconsapevole dell’esaltazione di un sentimento puro di riscatto. L’assenza di vita che cerca la vita disperatamente.

Il regista non ha mai nascosto la particolare predilezione per il nostro territorio. Come un umile bardo ha saputo narrarne le ferite, ma anche esaltarne le virtù. Sempre attento a rispettare questi luoghi per quello che sono, senza cedere a comode strumentalizzazioni.

Come si forma Edoardo De Angelis a questa professione? Crescere nella Provincia di Caserta ha rappresentato un ostacolo ad affermarsi?

«È sempre difficile descrivere qualcosa di così fondante come la terra di appartenenza in termini di vantaggi o svantaggi. Sono cresciuto a Caserta in un’area costruita grazie alla legge 167 sull’edilizia popolare.

Di fronte al mio palazzo c’era un grande buco con le fondamenta di quello che doveva diventare un centro direzionale come quello di Napoli. Era il 1991 e i lavori erano affidati ad un Consorzio chiamato Coinfra (non so se vi evoca qualcosa).

Quel centro non è mai stato costruito ed è rimasto un cratere dove è nata una folta vegetazione. Qualcuno in quel cratere ci ha buttato rifiuti, trasformandolo in una sorta di foresta pluviale.

Io dunque ho vissuto sempre questo paradosso di luoghi che potevano diventare qualcosa e poi non sono diventati nulla. In quel niente io ci ho messo le mie fantasie. L’ ispirazione parte da lì.

Sulla mia destra c’erano le montagne di Caserta sventrate dalle cave. Ho vissuto questa suggestione di terre violentate che però sono state capaci di non perdere la loro bellezza».

Quindi la scelta di Castel Volturno come location dei suoi film deriva da questo retaggio?

«È proprio così. Io qui ho trovato ciò che vedevo di fronte casa mia. Quindi non mi son mai spostato, e non me ne andrò mai».

Quali sono le caratteristiche di Castel Volturno che hanno attirato De Angelis?

«La bellezza violentata innanzitutto e poi la compresenza nello stesso colpo d’occhio di qualcosa di bello da far male, ma allo stesso tempo tremendamente brutto che fa male nella stessa maniera.

Questa compresenza di bellezza e bruttezza, di devastazione e di continua attitudine alla ricostruzione, il fatto che a Destra Volturno in ogni villetta devastata ci sia una betoniera in funzione, questo mi racconta qualcosa che non è morto ma è ferito».

Dal punto di vista paesaggistico credi si possa fare un paragone tra questa realtà devastata e il sentimento che tu cerchi di descrivere ne “Il Vizio della Speranza”, dove si parla di una speranza stuprata?

«Nasce proprio da là, è molto di più di un paragone. Questa terra genera questo sentimento. Se la guardiamo bene, se l’ascoltiamo, se ne sentiamo gli odori, tutti gli elementi della vita, acqua, terra, aria e fuoco, qui sono presenti in maniera potentissima;

quindi è come se la natura resistesse sempre al tentativo costante di devastazione. Questa forza è il vizio della speranza che è intrinseco alla natura stessa ed è l’origine dei miei racconti».

In passato abbiamo intervistato Marina Confalone, una grande attrice. Lei ti identifica come il nuovo Pasolini, perché ritiene che in te ci sia tanta arte, un’espressione nuova, diversa, e per la tua capacità di sperimentare, di voler attingere i soggetti dalla vita vera. Ti senti così?

«Questo per me è fondamentale. A me non interessa nulla che abbia a che fare con le così dette operazioni cinematografiche. Non mi interessa la suggestione dell’attore più o meno noto, l’idea di poter toccare tematiche che magari sono più sensibili in un momento storico.

Sono un umile messaggero delle storie che ascolto nella terra che le genera. Io non faccio riferimento ad altri film o atro cinema, e non perché non ami il cinema precedente, ma perché la vera origine dei racconti deve essere la vita nella sua complessità.

Quello deve essere il nostro territorio di indagine. Non cerco di fare un film alla maniera di altri, cerco di farlo su argomenti specifici, sul Volturno per esempio, sulla Domiziana, o dove mi porterà la ricerca.

Dunque, se pensiamo al poeta friulano come un indagatore, a un grande narratore della storia, allora condivido appieno quel metodo, che è l’unico possibile. Questo perché anche io quando da spettatore guardo un film voglio riconoscere sia qualcosa che mi riguarda, ma anche conoscere qualcosa di nuovo».

Fra pochi giorni ci saranno gli Oscar, e un paio di anni fa il film “Indivisibili” è stato ad un passo dalla candidatura, sfumata sembrerebbe all’ultimo secondo. È andata così?

«Si confermo, c’è stata una votazione, e per un voto si è deciso in ultimo di candidare l’ottimo documentario di Gianfranco Rosi.

Però non sto dietro agli Oscar, non è quello il pensiero che occupa le mie giornate. Se arriva sono contento, ma ciò che conta è fare i film, con la possibilità di dire qualcosa che per me è importante, questo è il mio premio.

Poi di premi ce ne sono stati tanti, Indivisibili ne ha conseguiti. La relazione con la critica è come un elastico, c’è un momento di dolcezza e poi un momento più critico, ma non è mai il fulcro del ragionamento».

 

Quali programmi hai per l’immediato futuro? Castel Volturno sarà ancora protagonista come location?

«Adesso stiamo facendo ricerche su di una vicenda reale avvenuta durante la seconda guerra mondiale, la storia di Salvatore Todaro, sommergibilista che affondava le navi nemiche e poi portava in salvo i naufraghi, una storia avvenuta negli anni ’40.

Anche se ambientata nell’Atlantico, non è detto che qualcosa non venga girata qui, perché avendo raccontato questa terra così come è, forse è venuto il momento di rilanciarla e raccontare questa terra non solo come scenario di devastazione ma anche come luogo che offre professionalità che si sono affinate e dove si può cominciare a gettare le basi per un alto artigianato del cinema».

Oggi i giovani hanno difficoltà ad affermarsi nel mondo del lavoro. Nel mondo della regia, e del cinema in genere, hai riscontrato le stesse difficoltà a emergere? Dove sbaglia l’Italia?

«Il settore cinematografico è un settore difficile come gli altri, è un settore competitivo e rispetto ad altri non c’è quella dimensione di Stato sociale, è un luogo piccolo ma che è una sintesi del mondo esterno.

Io non credo che i giovani debbano avere più chances dei vecchi, credo che gli esseri umani debbano essere giudicati non in base al dato anagrafico.

Penso che riguardo alla possibilità di raccontare storie un quindicenne o un novantenne debba avere le stesse possibilità di un quarantenne, ma non deve essere l’Italia a dargli questa possibilità, se la deve prendere.

E poi ritengo che non tutti riflettano sul fatto che l’Italia non esiste. La nostra nazione è il risultato di un’invasione dell’esercito piemontese nel Sud. Però esistono gli italiani.

Perché dopo questa grande mistificazione che ha definito come unificazione una guerra di invasione, tutti quegli essere umani che per vicissitudini si sono trovati casualmente in una condizione di prossimità territoriale hanno saputo sviluppare un meccanismo di solidarietà che ha creato la loro identità, anche se oggi sembra che gli italiani siano una massa di fascisti e violenti.

Credo che gli italiani siano capaci di ospitare, come voi avete fatto oggi con me, riservandomi la sedia d’onore, riconoscendo l’importanza dell’ospite.
Questo è il principio della solidarietà.
Su questo si fonda la nostra identità al di là delle infamità che abbiamo subito da parte del Nord».

Il suo amore mai celato per questo contesto territoriale emerge in maniera evidente nelle parole con le quali si licenzia da noi:

«Questo luogo ha bisogno di sviluppo. La scommessa vera per il futuro è lo sviluppo, c’è bisogno di una nuova fase. Tutti noi autori che abbiamo raccontato il territorio dobbiamo intraprendere una nuova scommessa. Chi si ferma muore, chi si muove sopravvive».

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La redazione di Informare inoltre ci tiene ad esprimere le sue più grandi congratulazioni per la vittoria del David di Donatello da parte di Marina Confalone, premiata come miglior attrice non protagonista ne “Il vizio della speranza”, diretto da Edoardo De Angelis.

di Fabio Russo

TRATTO MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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