COPERTINA – Catello Maresca: «La corruzione va trattata come la mafia»

Catello Maresca - Photo credit Antonio Ocone

Approfondimento su corruzione e detenzione

La corruzione è la decomposizione dei diritti sociali e del rispetto prima di se stessi e poi della società di cui si è parte. È un fenomeno in bilico tra le grandi e spesso lucrose ricompense e i bassi rischi ai quali si va incontro, in termini di responsabilità civile e penale. «In Italia la corruzione è il primo male dopo la mafia» come affermato dal magistrato Catello Maresca durante l’incontro avvenuto con la redazione di Informare presso la nostra sede operativa.

Il rischio è che la natura di questa condotta illecita diventi sempre più endemica e apparentemente “normale”. In tal senso, secondo il pm, «è fondamentale il ruolo della prevenzione, che è in linea con la prospettiva dell’attuale normativa, secondo la quale è necessario spostare l’attenzione dal momento punitivo a quello repressivo. Inoltre – continua Maresca – bisogna intervenire soprattutto nei piccoli centri, dove si crea quella commistione che diventa l’anticamera di un fenomeno che non è corruzione in senso stretto ma una corruttela che accompagna molte pratiche che sembrano scontate.

Ciò si sconfigge entrando nella testa delle persone, facendogli capire che in realtà va tutto impostato diversamente, perché poi viene tutto di conseguenza».

Ad incidere sulla propagazione percettiva e concreta del fenomeno è anche la relazione esistente tra il reato commesso e la qualità della pena: «mafia e corruzione viaggiano di pari passo – afferma il magistrato – e noi non possiamo non trattarli allo stesso modo. I processi di corruzione non si devono fare in venti anni, ma in due, perché l’accusato di corruzione ha diritto di sapere se è colpevole o meno. I colpevoli acclarati devono essere messi in condizione di non nuocere più. I corrotti non devono andare in carcere, ma devono espiare ed essere messi in condizione, direttamente o indirettamente, di non fare il danno che hanno già commesso. Se poi dovessero essere beccati nuovamente, a quel punto, li metti in carcere, perché hanno cercato di fregare il meccanismo che lo Stato ha messo in campo ma, in merito, occorre una legge più severa».

 

 

Soffermandosi sul sistema detentivo in vigore in Italia, il dott. Maresca denuncia l’anzianità dell’attuale sistema penale affermando «oggi ragioniamo con pene di duecento anni fa. Abbiamo anche un altro problema da affrontare – continua il pm – ovvero che certe pene ti costringono a trascorrere molto tempo in una stanza angusta, in dieci persone e tale situazione diventa afflittiva e criminogena. Basti pensare a quante alleanze pericolose si sono create in carcere, a quanti piccoli delinquenti comuni, incontrando il boss di turno, abbiano fatto la scelta di fare “il salto di qualità”. Questi sono problemi reali e siamo decisamente ancora molto lontani dalla rieducazione totale del soggetto. Anche il carcere preventivo – prosegue Maresca – incide ed è proprio la conseguenza della difficoltà di applicare ed espiare la pena in modo adeguato. Oggi la normativa è un poco più attenta ed ha diversificato le pene, puntando sulle esigenze, privilegiando forme di espiazione domiciliare e, dunque, meno afflittive, almeno nella fase cautelare. Occorre, tuttavia, che tutto questo sistema sia rivisto grazie anche all’aiuto di esperti che abbiano la giusta sensibilità e siano degli innovatori. È necessario – insiste Maresca – che venga rafforzata l’incisività dei provvedimenti: per il loro recupero sociale ed umano, i detenuti, anche quelli al 41 bis, devono essere messi a lavorare per mirare alla loro rieducazione oltre che all’espiazione della pena, in modo da risultare utilmente impiegati in qualcosa per la società. Non ha più senso prolungare i tempi della prescrizione che indurrebbero i giudici a dedicarsi comprensibilmente ad altre urgenze. Viene naturale immaginare un impiego di coloro che hanno provocato il danno direttamente sui siti da bonificare. In tal modo risolveremmo anche il problema delle bonifiche per la difficoltà a reperire personale che vuole lavorare in quei siti. Questi sono, secondo me, i messaggi civili da far passare, oltre la prescrizione. Credo che possano esserci diversi modi simbolici che, oltre il valore riparatore, lascino un segno concreto della pena da scontare rispetto al danno».

E vedere un Michele Zagaria ripulire le spiagge del litorale domitio non avrebbe prezzo.

 

Una vita in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata

 

Nato a Napoli nel 1972, Catello Maresca è Pubblico Ministero alla Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli dal 1999. Dal 2007 è alla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA). Ha coordinato le operazioni “Zenit” e “Caccia al Tesoro” contro il clan dei Casalesi. Ha diretto in prima persona le attività che hanno condotto all’arresto di Michele Zagaria, rappresentato l’accusa nel processo al gruppo Setola, coordinato “Spartacus III” contro il clan Schiavone e svolto investigazioni in sede Eurojust ed Europol.

È, inoltre, docente presso la Federico II di Napoli e l’Università di Santa Maria Capua Vetere ed ha scritto svariati testi in materia di lotta alla criminalità organizzata, quali “L’ultimo bunker” e “Male Capitale”.

 

di Fabio Corsaro
Foto di copertina Antonio Ocone
Servizio fotografico a cura di Gabriele Arenare

Tratto da Informare n° 159 Luglio 2016

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!